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Morte Riina, il tesoro del superboss: caccia ai colletti bianchi

Non c'è al momento alcuna traccia dei soldi accumulati dal capo dei capi. La pista svizzera appare improbabile: più verosimile il sistema delle "scatole cinesi"

Morte Riina, il tesoro del superboss: caccia ai colletti bianchi

Perché nonostante che ’U Curtu fosse il peggiore criminale della storia mafiosa c’è un attaccamento affettivo ai boss che può sembrare incredibile, ma esiste. E non parlo dei parenti. Racconto un episodio. Un giorno Luciano Liggio, capo della trimurti corleonese composta con Riina e Provenzano, venne processato a Reggio Calabria per legittima suspicione. L’accusa era quella di avere fatto uccidere il magistrato Cesare Terranova (in carcere Liggio rifiutò di dare le sue generalità e Terranova disse al cancelliere: “Scriva che il detenuto Liggio Luciano non sa chi sono suo padre e sua madre”. Da qui nacque un odio inestinguibile). In quella udienza parlai con un giovane di Corleone, il quale mi disse che Liggio aveva un grave problema ai reni e che lui «sarebbe stato felice» di potergliene donare uno. E dicendomi queste parole aveva gli occhi fiammeggianti che testimoniavano una adorazione per il sanguinario boss. È questo tipo di strano fanatismo che crea un problema per la sepoltura del capo dei capi di Cosa Nostra.

S’è parlato dei misteri che Riina si è portato nella tomba. I mafiosi che hanno eseguito l’ordine di far saltare in aria Falcone e Borsellino con tutte le loro scorte non hanno parlato dei mandanti esterni e nemmeno avanzato ipotesi. Vero che in Cosa Nostra non si fanno domande, ma si obbedisce, eppure è singolare che nessuno abbia parlato di mandanti esterni e che mai Riina si sia confidato con qualcuno su questo punto. È ovvio che ci siano stati dei mandanti esterni, altrimenti perché Riina avrebbe fatto uccidere il generale-prefetto Dalla Chiesa da appena 100 giorni a Palermo e privo dei poteri che aveva invano chiesto? Dalla Chiesa non aveva fatto ancora nulla per attaccare Cosa Nostra. Chi ha spinto ’U Curtu a deciderne l’eliminazione coinvolgendo nel massacro la moglie del generale e l’agente di scorta Domenico Russo? Dalla Chiesa era andato da Rognoni a dire che «non avrebbe avuto riguardi» nei confronti della forte corrente andreottiana in Sicilia. Qualcuno ha deciso per un delitto preventivo? E perché i servizi segreti nell’immediatezza del fatto avrebbero svuotato la cassaforte dell’abitazione privata del generale a Villa Pajno? Cosa c’era in quelle carte e dove sono finite?

Per l’omicidio Mattarella c’era una spiegazione. Da tempo nei salotti palermitani circolava questa voce messa in giro da alcuni imprenditori: “Ma chissu non ci voli fari travagghiari?”. “Chissu” era il presidente della Regione Piersanti Mattarella che aveva bloccato l’appalto per delle nuove scuole affidato agli Inzerillo e aveva impostato nuove regole di trasparenza. C’è un segnale che potrebbe indicare la pista dei soldi nelle stragi Falcone-Borsellino. Quando Falcone incontrò a Palermo i giudici svizzeri che indagavano sul riciclaggio Carla Del Ponte e Carlo Lehman, e li invitò nella villa a mare che aveva affittato all’Addaura, Cosa Nostra aveva preparato una trappola esplosiva, che non funzionò perché il poliziotto D’Agostino e l’agente segreto Lupo diedero l’allarme (poi entrambi furono assassinati: D’Agostino assieme alla moglie incinta a Villagrazia di Carini). La pista dei soldi e degli appalti per spiegare il forsennato attacco di Riina allo Stato poteva essere quella giusta, ma il dettagliato rapporto dei Ros su Mafia&Appalti rimase dentro un cassetto quando procuratore a Palermo era Giammanco.

Parlando di soldi c’è da chiedersi anche dove sia finito il tesoro di Totò Riina. Dove è stato imboscato? Improbabile che sia nelle banche svizzere perché secondo una loro norma i soldi depositati non possono essere restituiti fino a quando il depositario non abbia risolto i suoi problemi con la giustizia (Gelli venne arrestato quando aveva cercato di riavere indietro i 100 milioni di dollari depositati all’Ubs). E dunque, o Riina si è affidato a “colletti bianchi” che hanno usato altri nomi, oppure niente depositi in Svizzera. I vecchi boss sono sempre stati sospettosi verso le banche. Un giorno un grosso pentito, Salvatore Cangemi, che era scappato per timore di essere ucciso da Riina, portò gli inquirenti in Svizzera e sotto un albero dissotterrò una valigetta con dentro un milione di dollari che dovevano servire per le “emergenze”.

Di fatto, nonostante i 24 anni di detenzione al 41 bis, di questo tesoro di Riina non c’è stata traccia, neppure l’odore.

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