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"Sistema Montante", adesso arriva il primo "pentito": è un poliziotto

Funzionario della Questura di Palermo arrestato ammette «tantissimi» accessi abusivi alla rete informatica chiesti da De Simone, fedelissimo dell’imprenditore nisseno

Montante, il paladino dell'antimafia finito agli arresti

Antonello Montante

CALTANISSETTA - Non è una voragine, ma neanche un pertugio. S’è aperta una maglia nella «tentacolare rete di rapporti» con politici, uomini dei servizi segreti e delle forze di polizia per ottenere e scambiare informazioni riservate. Insomma, c’è il primo “pentito” nel sistema Montante.

«Intendo rispondere e voglio ammettere alcuni reati che mi sono stati contestati». Detto, fatto. Marco De Angelis, 54 anni, funzionario della Questura di Palermo, agli arresti domiciliari da lunedì nell’operazione “Double Face”, ha raccontato al gip di Caltanissetta molti elementi interessanti non soltanto sul suo ruolo nella filiera degli spioni a disposizione di Antonello Montante. Sentito dal giudice Maria Carmela Giannazzo e dal pm Maurizio Bonaccorso, il poliziotto indagato per corruzione ha ammesso i «tantissimi» accessi abusivi al sistema informatico, effettuati in modo diretto ma soprattutto affidati a Salvatore Graceffa (sovrintendente a Palermo, fra gli indagati, interdetto dalla funzione per un anno) , «che io purtroppo ho coinvolto inconsapevolmente da parte sua in questa storia». De Angelis, da “sbirro” vero, scagiona il suo sottoposto, comunque autore materiale di decine di accessi al sistema Sdi, ma fa alcune ammissioni importanti.

Certo, siamo alla base della piramide del sistema di dossieraggio illecito, ma le parole di De Angelis, assistito dall’avvocato Monica Genovese, confermano l’esistenza di una prima parte della filiera degli spioni. Il poliziotto di origini pugliesi, infatti, confessa che è l’ex collega Diego Di Simone (responsabile della security di Confindustria, anche lui ai domiciliari) a chiedergli di violare il database. Un «grossissimo favore, da amico e collega», che, per ammissione dello stesso De Angelis, diventò presto «quasi una prassi». Di Simone all’amico spiegò che «la sua attività principale» era «quella di salvaguardare Montante». Aggiungendo: «Per farmi fare bella figura con il mio capo», evitando che il paladino della legalità «venisse strumentalizzato in virtù di eventuali incontri con soggetti che potevano essere equivoci».


De Angelis, consapevole col senno di poi che «è stato il più grosso sbaglio che io abbia mai fatto», è molto in difficoltà, davanti al giudice, nel giustificare alcuni nomi spiati. A partire dal magistrato Nicolò Marino, ex assessore regionale ai Rifiuti. Lui e famiglia. «De Simone mi aveva chiesto se riuscivo a capire chi era la moglie di questo Marino». Ma il dossieraggio è stato esteso ai figli del giudice. La tesi degli “screening di legalità” non regge: che senso ha cercare notizie su un magistrato perbene? Così come, per ragioni opposte, perché farlo per mafiosi o pentiti. «Spesso mi dava molti nomi tutti assieme, non li leggevo e li giravo a Graceffa via WhatsApp», la giustificazione - tenue - di De Angelis.


Ma, dati per acquisiti gli accessi abusivi smascherati dalla Mobile di Caltanissetta, il punto è: Montante sapeva dello spionaggio di Di Simone? L’imprenditore di Serradifalco, nell’interrogatorio, anche di fronte alla contestazione dei risultati delle ricerche stampati e archiviati nella stanza segreta, ha preso le distanze dal suo fedelissimo: se «faceva delle cose che io non so, lui ha delle responsabilità», perché «io non ho mai ordinato a Di Simone una cosa». Manca ora la preziosa versione del diretto interessato, che col gip ha fatto scena muta.


Ed è qui che si apre uno spiraglio importante per l’accusa. De Angelis sostiene che Di Simone gli avrebbe chiarito che «il suo diretto interlocutore, il suo capo, lui mi diceva, era Montante». E poi, alla domanda del gip sulla consapevolezza che «gli accessi abusivi fossero in fine fatti nell’interesse del Montante», risponde con un monosillabo: «Sì». L’ex leader di Sicindustria, sentito sui rapporti con De Angelis, li ha definiti così: «L’ho visto in tutta la mia vita un paio di volte», sempre «in divisa, quindi solo con la mano, buongiorno e buonasera». Anche il poliziotto parla di «3-4 occasioni istituzionali» fra i due, ma - al contrario di Montante, che dice di non ricordarlo - conferma l’appuntamento conviviale a Milano. Annotato nel file sequestrato a Serradifalco come “De Angelis più Diego (Di Simone, ndr) – colazione De Grey (Audi)” con data 29 settembre 2015. Che bisogno c’era di inserire il nome di un poliziotto sconosciuto nelle griglie che ospitano ministri, generali e vip?
De Angelis rende un’altra confessione. Volendo tornare da Milano alla Questura di Palermo, «ho chiesto a De Simone se poteva accertare la posizione del mio trasferimento». E, qualche giorno dopo il 19 luglio 2016 (il giorno del suo compleanno) il poliziotto ricorda che «io ho capito, perché me l’ha fatto capire lui (Di Simone, ndr), che lui aveva interessato di questa faccenda Montante». Sarebbe il corrispettivo della corruzione, ma il vice commissario dice di essere tornato in Sicilia soltanto il 26 febbraio 2018, vincendo un regolare concorso interno.


Fra tante ammissioni, De Simone nega qualsiasi pressione per la carriera della moglie, Rosalia Sanfilippo, all’Irsap. Smentendo, nella sua versione, sia Montante sia l’ex presidente Alfonso Cicero, i quali si attribuiscono reciprocamente la responsabilità della raccomandazione. Così come smentisce il senso una delle intercettazioni più citate («Cambia la cordata, hai capito?», dice preoccupato a Graceffa), perché farebbe intendere l’esistenza di una vera e propria associazione. «Mi riferivo al cambio del questore e del capo della Mobile, a Milano», la spiegazione.


Curiosità finale. Fra le decine di nominativi spiati in quanto nemici di Montante&C, il gip sottopone a De Angelis anche quello di tale “Crisafulli Vladimiro”. Il poliziotto sembra sincero: «No. Non lo conosco anche se è un nome...». E quando il giudice gli ricorda il nome di battaglia è tutto più chiaro. È l’inconfondibile Mirello, impresentabile per antonomasia ora in parte riabilitato “a sua insaputa” da questa inchiesta.

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