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Alfio Antico: «Ritorno al futuro». Il "gran lentinese" stasera di scena a Siracusa

Un affascinante viaggio psichedelico in un mondo arcaico, bucolico e selvaggio

Alfio Antico: «Ritorno al futuro». Il "gran lentinese" stasera di scena a Siracusa

Carlentini. Alfio Antico è il mastro Geppetto della world music. In lui c'è la purezza di un mondo incontaminato. Ha la saggezza dell'anziano, che trae dai proverbi lezioni di vita. Ha il naso del contadino, che fiuta il vento per capire come cambia il tempo. Ha la genuinità e l'ingenuità del fanciullo, che ancora si stupisce e si emoziona. Ha la curiosità e il coraggio del ragazzo, che portano a nuove conoscenze, ad ardite imprese. Ha l'istinto e la carnalità dell'animale.

Alfio Antico è il richiamo del passato, di un'adolescenza aspra e solitaria, trascorsa sulle montagne, a specchiarsi nel sole, ad ascoltare il vento, il suono della pioggia e delle 300 campane del suo gregge. Tante quante ne indosserà sul tabarro da brigante con il quale stasera salirà sul palco dell'Arena Maniace di Siracusa, ospite dell'Ortigia Sound System, per portare in scena Antico in compagnia dei suoi nuovi compagni di viaggio, Mario Conte, lo sperimentatore, e Lorenzo Urciullo, alias Colapesce, cantautore qui nelle vesti di produttore, che hanno contaminato il mondo bucolico del pastore lentinese con l'elettronica, usata in modalità “droning”, rendendo inquieti e tenebrosi i paesaggi sonori.

«Abbiamo tolto gli orpelli e i ghirigori barocchi che sono da sempre stati il fulcro centrale dei suoi precedenti lavori - spiegano Colapesce e Conte - La produzione infatti è stata costruita e plasmata attorno ai due elementi unici e fondamentali, trait d'union di tutto il lavoro: il tamburo e la voce di Alfio Antico. L'approccio alle tracce, spesso di carattere improvvisativo (dove per improvvisativo non intediamo “acaso”), è stato quello di incidere le performance di Alfio come composizioni istantanee, senza barriere strutturali».

A Borgo Nocchiara

Lo spettacolo è tutto costruito sul nuovo album ed è quasi una messinscena teatrale. «Saremo tutti e tre sul palco e sarà un viaggio poetico, teatrale, quasi una suite in cui io parlo, recito, gestisco, canto. Forse non sarà facile» mette in guardia Alfio Antico dal suo buen ritiro di Borgo Nocchiara. Nel silenzio della campagna tra Carlentini e Villasmundo, tra aranceti e oliveti, su un’altura che guarda l’Etna e la costa jonica, Alfio medita e compone. E costruisce i suoi leggendari tamburi. «Questa è la mia seconda casa, si mangia anche bene - ride - È come il villaggio di un tempo, con la piazzetta, le casette, i numeri civici, i vicoli stretti, le scalinate in basolato lavico. Qui ho il mio laboratorio, dove costruisco i miei tamburi». Di ogni forma e di ogni grandezza, piccoli e grandi, ricamati e lisci, realizzati con le proprie mani, con la pelle di pecora o di capra perché «c'è differenza tra le due: la prima produce un suono basso, la seconda invece acuto». E ogni tamburo ha un nome: «“Carrubba”, il più dolce, che era la mia “ingiuria”, il mio soprannome, “Pancali”, che è il nome di un monte di Lentini, “Barulè”, baronessa, che era il nome di una pecora alla quale ero molto affezionato e che morì per malattia. Qui, a Borgo Nocchiara, è nato Alfio Antico». Qui sono state girate anche alcune scene del docu-film sul “grande lentinese”, «che è già ultimato», ma resta in attesa di un produttore.

Il viaggio nel tempo

Lo spettacolo è un affascinante viaggio psichedelico indietro nel tempo nel mondo del “tamburo parlante”, come è definito Alfio Antico. Tra Li Muntagni, appresso a quelle pecore sue uniche compagne d'infanzia. «Facevo u pecuraro, non me ne vergogno - sorride, scuotendo la sua fluente chioma bianca - Mi sento un ignorante, ma non volgare. Vorrei dimenticare il mio passato, ma è lui che si lega a me, che mi chiama, che mi fa scrivere, che mi dà ispirazione. Quando torno in Sicilia vado a trovare il vecchio massaro, osservo i “vadduni” dove portavo il gregge a pascolare. Sono legato alla terra e alla mia terra. C'è un rapporto ancestrale, quasi erotico, le montagne sono come tette. È una “radica” che mi dà bellezza, musica, verità».

Il viaggio del “Gran lentinese” prosegue tra i banditori del mercato (Venditori ambulanti) raccogliendone le voci e poi in pescheria, raccontando Storii di pisci, giocando sui doppi sensi. Tra gli animali di Pirchì: “Non ci levate l'aria agli aceddi, sennò nun ponno vulari” canta nello stile di Battiato. «Amo quello che mi circonda: l'aria, il vento, la montagna. Conosco la vita pastorale, un mondo che non c'è più e che io racconto portandolo in scena, dandogli dignità culturale, creando migliaia di sonorità, non solo ritmiche, ma anche armoniche. Suono il tamburo che molti considerano cultura minore, ma che, per me, è maggiore. Non sono un poeta, m'ispira la natura - ammette con quell'umiltà che è la sua forza - Nella mia musica c'è ironia, c'è raggia, ma anche molto romanticismo… Forse le coccole che mi sono mancate tanto da piccolo».

Tra terra e mare

Un viaggio che si conclude tra conversazioni in Sicilia, tra i ricordi d'infanzia di Diceva me matri: “U sapiti unn'è Alfio? Solu i venti sanno unn'è”. La fotografia di un'anima ribelle e in continuo cammino. O in navigazione. Tra il 10 ed il 12 agosto i suoi tamburi risuoneranno infatti in mare tra Trapani e Lipari, e viceversa, a bordo della motonave “Sound of Sicily”.

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