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Non riduciamoci all'ultima spiaggia
Il report Wwf sullo stato delle nostre coste

Grazie alle elaborazioni originali su foto satellitari, contenute nel dossier, è stato possibile mettere a confronto la situazione dal 1988 a oggi. La Sicilia, con l’attuale 33%, ha visto incrementarsi le superfici urbane sulla litoranea di circa il 300%, un valore ben superiore alla media italiana del 20%

Non riduciamoci all'ultima spiaggia, il report del Wwf sullo stato delle nostre spiagge

Un giorno dopo il dossier presentato da Legambiente, il Wwf lancia un ulteriore allarme per quanto riguarda le nostre coste. È stato infatti presentato stamane il report nazionale "L'ultima spiaggia", che pone l'accento sulla cementificazione come elemento di pressione sui nostri mari, ma anche sul sovrasfruttamento della pesca e l'attività di estrazione degli idrocarburi.

Del resto, vista dall’alto la situazione è chiara: grazie alle elaborazioni originali su foto satellitari, contenute nel dossier, è stato possibile mettere a confronto la situazione dal 1988 a oggi. Il risultato? I 167 interventi che hanno cambiato la morfologia della nostra fascia costiera sono per il 95% causati dall’espansione edilizia. Di questi, il 58,7% è rappresentato da strutture turistiche, il 19% da insediamenti residenziali, l’11% da infrastrutture portuali.  Un argine all’espansione edilizia è costituito dal sistema dei 100 parchi e riserve e degli oltre 200 siti costieri della Rete Natura 2000, soprattutto sul versante tirrenico con i parchi nazionali del Pollino e del Cilento che "bloccano" il cemento costiero nel Sud Italia. Il dossier indica le aree più ricche dal punto di vista ecologico da cui partire per salvare i nostri mari: Mar Ligure e Arcipelago Toscano; il Canale di Sicilia; Mare Adriatico settentrionale, Canale di Otranto Mare Adriatico meridionale.

Si tratta - come spiegato all'interno del documento - di quattro grandi aree strategiche per la biodiversità dei nostri mari: sono i 1860 chilometri di tratti lineari di costa più lunghi di 5 chilometri del nostro Paese ancora liberi e con un buon grado di naturalità. Da qui, per il Wwf, occorre partire per contenere i fattori di pressione sui nostri mari. Tra questi non solo il cemento, ma anche gli impianti di acquacoltura (aumentati in 10 anni del 70%), lo sviluppo turistico (il 45% dei turisti italiani e il 24% degli stranieri si riversa sulle località costiere), il trasporto via mare (Italia terza in Europa per traffico di merci), l'estrazione di idrocarburi (122 le piattaforme offshore attive e 36 le istanze per nuovi impianti).

 

Ma quali sono gli strumenti istituzionali da mettere in campo per salvare le coste e i mari italiani? Per il Wwf serve, innanzi tutto, una moratoria della nuova edificazione nella fascia costiera, finché non saranno approvati i piani paesaggistici in tutte le Regioni, e il blocco dei rinnovi automatici di tutte le concessioni balneari, ma anche uno stretto coordinamento operativo tra ministeri, Regioni e Comuni per implementare la strategia nazionale marina e per fare del Santuario internazionale Pelagos un’area di effettiva tutela dei cetacei.

La cementificazione in Sicilia
I fenomeni di sviluppo urbano sono estremamente variegati per versante e per singolo comune, a testimoniare la storica, e ormai peculiare caratteristica italiana, di totale assenza di regia nel governo del territorio vasto. I diagrammi mostrano che, in generale, la situazione odierna di densità urbana conferma talvolta tendenze quantitative già leggibili negli anni del dopoguerra, ma con forti oscillazioni anche su comuni limitrofi. Risalire alle cause di questa enorme variabilità è molto complesso e richiederebbe una indagine puntuale comune per comune. Si può dire che, nella stragrande maggioranza dei casi, la ragione non sta in politiche illuminate (che non vanno comunque pregiudizialmente escluse) bensì nella geo-morfologia costiera (scogliere o litorali inospitali) o nella estrema limitatezza lineare del segmento litoraneo comunale, riproponendo un modello che è del tutto analogo lungo la costa peninsulare.

Il raffronto con la Sardegna
Molte affinità condivise con la costa continentale si ravvisano nelle due maggiori isole italiane, che per altri versi costituiscono dei campioni molto differenziati anche tra di loro. Da un confronto sui dati di base riferiti alla fascia litoranea i fenomeni si divaricano, mostrando che la Sicilia, con l’attuale 33%, ha visto incrementarsi le superfici urbane di circa il 300%, quindi un valore ben superiore alla media italiana del 20% che è “solo” il doppio del valore appurato nel dopoguerra. A fronte di ciò la Sardegna denuncia un aumento di dieci volte, anche se i valori assoluti sardi attuali restano comunque molto contenuti rispetto a quelli siciliani (meno di 10.000 ha totali contro quasi il doppio pur con una fascia costiera più estesa del 25%). Il rapido decollo turistico della Sardegna avviatosi negli anni ’60 è naturalmente la causa prima della proliferazione di costruzioni sulle sue coste, anche a fronte di una dinamica demografica dei comuni rivieraschi sostanzialmente stabile dalla metà degli anni ’70. Un trend lievemente crescente riguarda invece la popolazione litoranea della Sicilia, che con oltre 3 milioni di abitanti, rappresenta comunque oltre il 60% di quella totale. Ma ad un 6% di aumento in mezzo secolo fa riscontro il 300% già dichiarato di aree urbane, e quindi anche per la Sicilia la sovra-dotazione di abitazioni turistiche ha evidentemente portato alla situazione odierna, anche se indubbiamente la presenza di impianti produttivi e commerciali ordinari è molto superiore e diffusa che non in Sardegna.

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