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Il viaggio di Joe Lovano ad Alcara Li Fusi

«Stasera il concerto come una seduta spiritica»

Il viaggio di Joe Lovano ad Alcara Li Fusi

Dagli Stati Uniti ai Nebrodi per riscoprire le proprie origini. Quello del grande sassofonista Joe Lovano ad Alcara Li Fusi - un paesino di duemila anime nei pressi del monte Crasto - è un viaggio di ricerca e catarsi.

Qui il musicista, vincitore di un “Grammy Award”, terrà un concerto stasera, ma il suo arrivo è stato lo scorso lunedì, in tempo per i festeggiamenti di San Nicolò Politi, che in questi giorni riempiono di luci e colori il “paese del grifone”. Per gli alcaresi, ma anche per coloro che arrivano da altri borghi, è un po’ l’evento dell’anno e la presenza del “più grande sassofonista del mondo”, come lo si sente chiamare spesso da queste parti, non può che alimentarne le aspettative.

Da parte sua, il musicista è entusiasta, e tra una foto e l’altra non manca di sottolineare come tutto sia “amazing”, stupefacente. «Ieri - racconta - ci siamo svegliati alle sei del mattino per prendere parte alla processione. Abbiamo percorso tre chilometri a piedi verso la grotta dove il santo ha vissuto per trentatrè anni. È stata un’esperienza fantastica, che inevitabilmente si ripercuoterà sulla mia vita e la mia musica futura».

Nato a Cleveland nel 1952, Joseph Salvatore Lovano è il secondo dei quattro figli di Tony Lovano e Josephine Virzì, rispettivamente originari di Alcara Li Fusi e Cesarò. Fu proprio suo padre, un barbiere-musicista soprannominato “Big T” per via della sua stazza imponente, a insegnargli i primi rudimenti e introdurlo nel mondo delle sette note. «Papà era un musicista eccezionale - racconta ancora - con una passione sincera e profonda. Andavamo assieme alle jam session e sono cresciuto ascoltando la sua collezione di dischi, che spaziava dai grandi del jazz alla tradizione popolare siciliana».

Quest’ultima ha da sempre affascinato il musicista e in questo “ritorno alle origini” non poteva mancare l’incontro con la banda del paese, avvenuto all’indomani del suo arrivo in Sicilia. «Per noi è stata la realizzazione di un sogno che inseguivamo da tempo» spiega Michele Saccone, da trentacinque anni direttore della banda municipale Giuseppe Verdi, una realtà fondata nel 1911 che oggi conta una cinquantina di musicisti di tutte le età. Martedì Lovano ha voluto fare una prova con loro, poi, mercoledì, si sono esibiti tutti insieme in piazza. «Abbiamo suonato Moondance di Van Morrison e una suite di Benny Goodman - racconta il diciottenne Alex Faraci, studente di jazz appena iscritto al conservatorio di Palermo - ed è stata un’esperienza da pelle d’oca. Semplicemente non la dimenticherò mai».

A incantare tutti, però, non è solo il talento, ma anche l’umanità dell’artista americano. «Vederlo passeggiare per le strade e chiacchierare come fosse uno di noi - racconta la quindicenne Maria Pia Faraci, che con lo stesso Lovano vanta una lontana parentela - dimostra come oltre a essere un grandissimo musicista sia anche una grande persona».

Degna coronazione dei giorni trascorsi in paese (filmati dallo stesso musicista con l’intenzione di realizzare un documentario per il suo sito web) sarà il concerto di stasera (19 agosto). La scaletta si annuncia come un sincero omaggio a ciò che la famiglia ha rappresentato per Lovano, con gli estratti da Viva Caruso (come la rivisitazione in chiave jazz dell’aria Vesti La Giubba da I Pagliacci), una tarantella e alcune sue composizioni originali.

Ad accompagnarlo sul palco saranno sua moglie (la cantante Judi Silvano) e l’amico palermitano Salvatore Bonafede, conosciuto negli anni ’80 in America.

Quest’ultimo spiega lo stretto rapporto tra il jazz e la nostra isola. «Probabilmente si tratta di un amore nato ancora prima che il jazz venisse etichettato come tale. Non solo per l’esperienza di Nick La Rocca e Tony Sbarbaro (siculo americani considerati “inventori” del genere ndr), ma anche perché a New Orleans, spesso, siciliani e afroamericani condividevano lo stesso ghetto. E poiché i primi, grazie all’esperienza bandistica, sapevano leggere la musica la insegnavano ai secondi. La storia di questo si è occupata poco e ciò rende ancora più importante il viaggio di Joe».

In attesa del concerto, intanto, lo stesso artista non nasconde la propria emozione spiegando come, nonostante si sia esibito in tutto il mondo suonare nella terra dei suoi avi rappresenti per lui un’emozione particolarmente intensa. «Quando improvvisi jazz – conclude - è come se fosse presente lo spirito delle generazioni che sono venute prima di te, e devi esserne all’altezza».

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