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Gela: ecco il conto (salato) per il dissalatore che non dissala più

Con un bonifico di 10.536.000 euro, la Regione Siciliana ha pagato la prima delle dieci rate alla Raffineria Eni

Gela: il conto (salato) per il dissalatore che non dissala più

Gela. La meravigliosa tara dei siciliani - quando provano a raccontare la Sicilia - è il cordone ombelicale mai reciso da Sciascia e Pirandello. Perché ci sono storie, come questa di Gela, che meriterebbero overdosi di Roth, Salinger e Steinbeck.

Una saga. Dalla Cassa del Mezzogiorno all’Arra, da Mattei (Enrico) a Matteo (Renzi), attraversando due-tre Repubbliche; dai monocolori diccì a Crocetta, passando da Cuffaro e Lombardo. Dentro c’è la sete d’acqua e la fame di lavoro, i progetti e le imposture, gli accordi e gli errori. Tanti. Un moltiplicatore per il conto finale. A carico della Sicilia. Dei cittadini.

 Partiamo dall’ultima pagina. Con un bonifico di 10.536.000 euro, la Regione ha versato la prima delle dieci comode rate annuali alla Raffineria Eni di Gela. Il mandato di pagamento, del 5 agosto, è firmato dal dirigente del “Servizio 1” del Dipartimento regionale Acqua e Rifiuti, Alfonso Casalicchio. Nell’atto si riassume il piano (da qui al 2025) per il «ripianamento delle situazioni debitorie pregresse relative alla gestione degli impianti ed alla fornitura delle utilities del dissalatore di Gela». È uno dei punti del protocollo d’intesa fra ministero dello Sviluppo economico, Regione, Comune, Eni e sindacati sulla riconversione della raffineria di Gela. Un accordo che, con successivi atti, porta a uno “sconto” rispetto a quanto rivendicato dall’azienda del cane a sei zampe: la richiesta arrivò fino a 140 milioni, poi ridotti a 116,6 nel bilancio 2014 dell’Eni, dopo un’auto-svalutazione del credito di 15,6 milioni nel 2012.

Ma fatto sta che oggi il debito-monstre della Regione è di 105,3 milioni. Piccolo particolare: stiamo pagando e pagheremo un conto (salatissimo) per un dissalatore che non dissala più. Da quasi sei anni.

Un lussuoso miraggio, nel deserto che asseta la piana gelese, ma anche parte del Nisseno e dell’Agrigentino: il dissalatore fu pensato per dare 500 litri al secondo a 400mila cittadini e per una certa fase è così. Nell’epopea della Cassa del Mezzogiorno e dell’“antenata” del cane a sei zampe, l’Anic, che negli Anni 70 mettono su un’opera costata oltre un centinaio di miliardi di lire. Quattro moduli termici “multi stage flash” per succhiare il liquido dal pontile del Petrolchimico e remineralizzarla. Anche se l’acqua di Gela è passata alla storia con la geniale definizione coniata dalle autorità sanitarie locali: «Potabile, ma non bevibile». Tanto che i gelesi, quest’acqua non l’hanno mai bevuta, pretendendo il 50% di riduzione sulle bollette.

La bevve, invece, Totò Cuffaro, quando nel marzo del 2003 inaugurò il quinto modulo (decine di milioni di euro il costo). C’è una foto che lo immortala col bicchiere di plastica accanto alla condotta. Ma Rosario Crocetta, all’epoca sindaco e nemico-amico del governatore, lo sgamò: «Cuffaro buttò quella del dissalatore per bere acqua minerale», avrebbe raccontato, più di un decennio dopo, mentre davanti al ministro Delrio ripeteva la stessa scena del suo predecessore, abbeverandosi - da presidente - al dissalatore di Lampedusa.

Saremmo quasi sollevati, se fosse soltanto l’ennesima opera dei pupi. Non è così. Pagheremo - per una clausole dell’accordo per Gela, fiore siculo all’occhiello del governo Renzi - più di 10 milioni l’anno per i prossimi 10 anni. Per un impianto che non dà una goccia d’acqua dal 2010. Quando la Raffineria Eni dismise i moduli del dissalatore. Non soltanto i quattro ammorbati dall’assenza di manutenzione da parte degli enti regionali, ma anche quello inaugurato appena qualche anno prima.

Ma è una questione di soldi. Dal 2005 la Regione non pagava quanto dovuto. Provò a metterci una pezza il governo di Raffaele Lombardo: protocollo nel 2011 e commissione tecnica guidata dal superburocrate Enzo Emanuele. Il debito venne quantificato in 96,8 milioni. Ma nessuno lo saldò. Neanche Crocetta, fino al secondo protocollo “benedetto” da Renzi e dalla multinazionale nel 2014. Racconta Andrea Armaro, fino a due anni fa “Mr. Eni” in Sicilia: «Il governo del 2011 con il protocollo d'intesa aveva iniziato a ragionare su questi temi in maniera diversa dal passato, ma la Confindustria di allora, che è la stessa di oggi, non glielo consentì». L’ex responsabile delle relazioni istituzionali Eni nell’Isola affonda: «I siciliani con la prima rata stanno iniziando a pagare un debito altissimo a causa della negligenza del governo regionale e della irresponsabilità della burocrazia. Un credito legittimamente vantato dall'azienda per servizi forniti al territorio, ma cresciuto a dismisura a causa degli interessi maturati e dalla gestione scellerata dei dissalatori di proprietà della stessa Regione».

La delusione serpeggia anche fra i sindacati. Ignazio Giudice, segretario della Cgil, parla di «una beffa», perché «si pagano soldi della collettività per una delle clausole di un accordo finora disatteso da Eni su occupazione e ambiente». E auspica che «questi soldi cash versati sul conto corrente della Raffineria vengano almeno in parte reinvestiti sul territorio». 

Adesso bisogna scucire i soldi. Come se si pagasse - a rate, fino al 2025 - una Fiat “128” degli Anni 70, già rottamata nel 2010. Ma al costo di una Ferrari appena uscita dall’autosalone.

Twitter: @MarioBarresi

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