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Un siciliano sopravvissuto al terremoto ad Amatrice: «Ho visto la morte negli occhi»

Tony Di Giacomo, un panettiere originario di Canicattini Bagni era già al lavoro quando la terra ha cominciato a tremare. E' rimasto sotto le macerie per tre ore

Un siciliano sopravvissuto al terremoto ad Amatrice: «Ho visto la morte negli occhi»

Per più di tre ore «sepolto vivo sotto le macerie», mentre tutt’intorno «si sentiva l’inferno». Con la beffarda consapevolezza di «stare bene, anche se non potevo muovermi perché ero ferito a una gamba». Ma la paura di restare lì sotto - dentro il panificio di Amatrice dove lavora da tre anni - senza che nessuno potesse liberarlo. Lui, un collega (colpito da un armadio) e la morte che «ho visto negli occhi per tutto il tempo».


Nell’apocalisse del terremoto in Centro Italia c’è un brandello di dramma tutto siciliano. Con un finale che il protagonista, per fortuna, riesce a raccontare. Tony Di Giacomo, 28 anni, di Canicattini Bagni, nel Siracusano. Alle 3,36 era uno dei pochi abitanti svegli, perché al lavoro come operaio in un panificio del centro del paese. Uno dei tanti giovani siciliani costretti a lasciare l’Isola per mantenere con dignità le persone a lui più care: la moglie, Stefania Lorefice, e i due figli piccoli, un maschio e una femmina. La famiglia si trova a Canicattini Bagni, dove ha trascorso i mesi estivi. Ed proprio al suo paesello che Tony voleva tornare, anche prima di aver vissuto in prima persona la tragedia. «Forse questa è l’ultima estate e poi torno», aveva confessato agli amici.


Adesso tornerà davvero. «Mio marito andrà a prenderlo presto - ci racconta mamma Pina - per riportarlo a casa». Adesso Tony, dopo essere stato ingessato a una gamba e aver trascorso qualche ora a casa di un amico, prova a trovare un po’ di serenità, ospite della sorella del suo datore di lavoro.


Davanti all’enormità della tragedia, questa - raccontata col senno di poi - può sembrare una storia minima. Ma provate, per un attimo, a immaginare cos’è passato per la testa dei familiari per tutta la notte. «Ci ha svegliati mio cognato alle quattro per dirci del terremoto ad Amatrice. Abbiamo cominciato a chiamare Tony, ma il suo telefono era muto. Non si può nemmeno descrivere quello che abbiamo passato per non so quante ore». Esattamente fino alle 9 circa quando il giovane (che aveva perso il cellulare fra i detriti del panificio) è riuscito a contattare la moglie. «Stefania, sto bene. Non ti proeccupare: sto bene, sto bene». Una voce flebile e commossa a un capo del telefono; un silenzio carico di commozione e subito dopo un’esplosione di gioia incontenibile, dall’altro capo.


Pochi secondi. Per cancellare, sciolto in una pozza di lacrime, quel grumo grigiastro di paure e brutti pensieri. Per poi rassicurare tutti gli altri parenti: «È vivo, Tony è vivo». La notizia fa il giro di Canicattini in pochi minuti.
Nel pomeriggio, di ritorno dall’ospedale, Tony riesce a parlare più a lungo con i suoi cari attraverso il telefono di Nello, un suo amico che lo ospita in un centro vicino al fantasma di Amatrice. «Ci hanno tirato fuori verso le sette», racconta. Rivelando come comunque era riuscito a dare qualche segno di vita ai primi soccorritori. Anche il collega del panificio se la caverà, nonostante le fratture dovute al mobile che gli è caduto addosso siano più gravi. «Non vedo l’ora di tornare e di abbracciarvi, per me non dovete più avere paura», rassicurato per l’ennesima volta. «Ma quello che ho visto qui non lo dimenticherò mai», aggiunge.

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