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Il bluff dell'Isola che non c'è
ma 2 siciliani su 3 la adorano

Le paure di famiglie e imprese, ma per il 67% è il miglior posto dove vivere

Il bluff dell'Isola che non c'è ma 2 siciliani su 3 la adorano

Nonostante tutto.Nonostante ci siano appena 1,3 milioni di occupati (compresi «i buttafuori in nero delle discoteche») su 5 milioni di abitanti.Nonostante il 51% delle famiglie ritenga peggiorata la propria qualità di vita negli ultimi cinque anni.Nonostante per spendere i fondi europei trascorrano in media 1.700 giorni, di cui 450 soltanto per movimentare le carte fra Programmazione, Ragioneria e Corte dei conti.Nonostante uno stock di debito di 1.062 euro a siciliano (nonnetti e bebè compresi) per i prossimi trent’anni.Nonostante l’esercito dei forestali (19mila), dei dipendenti regionali (16.300, di cui 1.500 dirigenti) e dei 7.300 lavoratori delle partecipate regionali con un buco di 1,3 miliardi.Nonostante questa terra, se si mantenesse lo stesso timido tasso di ripresa del Pil dello scorso anno, dovrà aspettare il 2024 per tornare com’era nel 2000 e intanto «un’intera generazione sarà stata bruciata».

Ha proprio ragione, il sottosegretario Giuseppe Castiglione, quando dice che «giornate come queste andrebbero organizzate come momento di programmazione». Sì, perché il seminario “Sicilia 2030 - Un lavoro comune, un compito per ciascuno”, organizzato dalla fondazione “De Gasperi” di Angelino Alfano, è stato un compendio lucidissimo della Sicilia. «Io, eterno studente perché la materia di studio sarebbe infinita...», decanta il leader di Ncd a una platea di ex forzisti attoniti. L’unico a riconoscere la citazione di Francesco Guccini è il sindaco di Messina, Renato Accorinti. Che completa la strofa: «... E soprattutto perché so di non sapere niente».Il ministro dell’Interno parla di «diagnosi senza indulgenze, per una terapia efficace». Ma questa - purtroppo, ancora - è l’Isola che non c’è. Pietro Busetta, presidente della fondazione “Curella”, smonta due modi per creare sviluppo: né lo spopolamento coatto, né il reddito di cittadinanza, «perché 700 euro a persona al mese significa 8 miliardi l’anno, misura impossibile». L’unica via: creare posti di lavoro, ricordando che «i settori non li scegliamo noi, ma il mercato».

Occhi sgranati davanti alle slide della ricerca di Pietro Vento, direttore di Demopolis. La Sicilia percepita dai siciliani? Il 60% di quella metà di famiglie che fanno passi indietro pensa all’insicurezza economica (nel 2010 era il 38%, ma due anni fa il 65%) come causa principale. C’è un «cauto ottimismo», dice Vento sulla crescita, stimata possibile dal 35% (nel 2013 era la metà), anche se soltanto il 18% crede che l’occupazione crescerà. La sfiducia diventa astensionismo, se si considera che il 57% alle Europee non è andato alle urne, con una «estrema liquidità del consenso» e «un alto tasso di infedeltà politica» (dalle Politiche alle Europee i cittadini che hanno votato la stessa lista sono passati dal 49 al 40%). Le priorità di intervento secondo i siciliani che «rischiano di eleggere il prossimo governatore con appena mezzo milione di voti, ovvero il 10% della popolazione», sono: occupazione giovanile (80%), sanità (61%), investimenti su trasporti e infrastrutture (58%), rifiuti (39%), gestione fondi Ue (35%). I freni allo sviluppo secondo gli imprenditori? Nell’ordine: infrastrutture e trasporti inadeguati (83%), carenza di politiche per lo sviluppo (62%), lungaggini burocratiche (45%), accesso al credito (38%), mafia (33%).

Poi si parla di Autonomia siciliana. Una «rivendicazione capricciosa», per Gianpiero D’Alia, presidente della commissione Questioni regionali della Camera. «La Sicilia ha preferito approvvigionarsi dallo Stato e recepire la legislazione, anziché fare riforme strutturali a costo zero». Continuando così, «saremo travolti dagli eventi e dalle sentenze della Corte costituzionale». Oltre che dal «peso sin troppo rilevante del pubblico nell’economia», come denuncia il presidente del Cga regionale, Claudio Zucchelli. E il presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, rammenta: «L’autonomia è evaporata, i cambiamenti non si fanno più per legge. Anzi, all’Ars meno leggi si fanno e meglio è».

La verità, vi prego, sui conti della Regione. Enzo Falgares, dirigente della Programmazione, ha fatto il punto sui fondi. Rivendicando che «la Sicilia è una delle regioni migliori in Europa nella programmazione», ma ammettendo la «fase difficilissima per la rendicontazione delle fatture del Fers 2007/13 entro il 31 marzo prossimo». Alla fine «assorbiremo tutte le risorse, ma ciò non basta. E per i 12,789 miliardi fino al 2020 ci vuole «più concentrazione sugli obiettivi e più semplificazione». Duro, nella sua consueta asciuttezza, il presidente della Corte dei conti regionale, Maurizio Graffeo. Che definisce il 2015 «l’anno di svolta grazie all’armonizzazione del bilancio». Dando atto all’assessore Alessandro Baccei e al ragioniere generale Totò Sammartano (che di lì a poco interverrà, ricordando tra l’altro i successi su sanità e accise) della copertura del disavanzo della Regione (6,1 miliardi) «con proprie risorse, in 30 anni, liberando fondi non per spesa corrente». Resta «l’indebitamento in senso tecnico»: 5,5 miliardi, di cui 2,8 con la Cassa depositi e prestiti e 2,3 con il ministero dell’Economia per il piano di rientro della sanità siciliana. «Il bilancio è stato riportato in carreggiata, con attendibilità e chiarezza dei conti, ma restano appendici e debiti delle partecipate a destare preoccupazione». Così come preoccupano le casse dei Comuni («Messina e Catania in particolare»), che - con le entrate ridotte da 2,3 a 1,7 milioni dal 2012 a oggi - tagliano le spese per investimenti del 6%. Il presidente dell’Ars, Giovanni Ardizzone, auspica che «la Regione e gli enti locali possano camminare sulle proprie gambe». Il sottosegretario Simona Vicari ha il chiodo fisso del Ponte (ne parliamo nell’altro articolo della pagina): «È strategico non tanto per i siciliani, quanto per dare centralità all’Isola»

L’economia reale, infine. Domenico Arcuri, ad di Invitalia, dà i tre ingredienti della ricetta per invertire la «decrescita infelice»: recuperare l’insopportabile gap infrastrutturale, sostenere gli investimenti delle imprese e rafforzare l’offerta turistica connessa a quella culturale. Nico Torrisi, vicepresidente nazionale di Federalberghi e neo-ad “requisiti-munito” di Sac, parla di «diseconomie esterne molto importanti». Cita i danni del “nero” nell’accoglienza dei turisti, si dice «assolutista» sul Ponte («va fatto e basta, perché arrivare in Sicilia è diventata roba da ricchi») e auspica «un investimento sulla pista di Fontanarossa», e «una gestione del G7 a Taormina in stile Giappone o Baviera, con approccio meno provincialistico».

Twitter: @MarioBarresi

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