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L'omicidio mascherato da suicidio: rinviato a giudizio Nicola Mancuso, ora tutta la verità su Valentina

La prima udienza del processo si terrà il 23 febbraio del 2017 davanti la Corte d’assise di Catania. L'uomo oggi non era in aula, ma continua a proclamarsi innocente

L'omicidio mascherato da suicidio: rinviato a giudizio Nicola Mancuso, ora tutta la verità su Valentina

CATANIA - Il Gup di Catania, Marina Rizza, ha rinviato a giudizio Nicola Mancuso, 32 anni, per l’omicidio di Valentina Salamone, la 19enne trovata morta il 24 luglio del 2010 in una villetta di Adrano. Per il caso in un primo momento era stato chiesta l’archiviazione, ritenendolo un suicidio, ma la Procura generale di Catania ha avocato a sé l’inchiesta e dopo perizie dei carabinieri del Ris, che hanno ritenuto di avere trovato tracce di sangue dell’uomo sotto le scarpe della giovane, ha chiesto il processo per l’imputato. Mancuso, che è sposato ed aveva avuto una relazione con la vittima, si è sempre proclamato innocente. Oggi non era in aula.

 

L’uomo fu arrestato il 4 marzo del 2013 e scarcerato il 28 ottobre successivo dal Tribunale del riesame. Attualmente è detenuto per traffico di droga, reato per cui è stato condannato in secondo grado a 14 anni di reclusione. La prima udienza del processo si terrà il 23 febbraio del 2017 davanti la Corte d’assise di Catania.

 

La notizia del rinvio a giudizio era molto attesa a casa Salamone a Biancavilla, dove la famiglia attende verità e giustizia da oltre sei anni, sei terribili anni di archiviazioni, depistaggi, riaperture del caso e udienze. «Mia figlia non ritorna più. Nessuno ce la restituisce, ma dopo sei anni in cui chiediamo verità e giustizia,  adesso possiamo soltanto restituirle pace e dignità». E’ questo lo stato d’animo che vive per l’avvio del processo Pina Salamone, mamma di Valentina. 

 

Un processo atteso per sei anni e al quale stava per sottrarsi l'unico imputato a causa delle carenze dei primi giorni di indagini e dell'archiviazione per suicidio che era stata chiesta inizialmente dalla Procura di Catania, prima che la Procura generale avocasse a sé il caso e chiedesse il rinvio a giudizio di Nicola Mancuso. Secondo i Pubblici Ministeri della PG, l’Avvocato dello Stato Salvatore Scalia ed il Sostituto Procuratore Sabrina Gambino, l’uomo - in concorso con un’altra persona: chiamata Ignoto 1 - avrebbe “cagionato la morte” della ragazza “impiccandola durante una colluttazione” nel cortile del casolare ed avrebbe “commesso il fatto per motivi abietti e futili ed in tempo di notte, in luogo isolato ed approfittando così di circostanze tali da ostacolare la pubblica e privata difesa”. Da qui le aggravanti contestate a Nicola Mancuso, che avrebbe “intrattenuto una relazione sentimentale extraconiugale con la vittima”.

 

Mancuso è stato rinviato a giudizio con rito ordinario, per cui in aula si svolgerà un regolare dibattimento che permetterà alle parti di portare davanti alla corte prove a carico e a discolpa e di ricostruire finalmente la morte della giovane ragazza di Biancavilla. «Il nostro assistito - dichiara Burzillà - è sereno; lo è sempre stato nonostante le gravi accuse mossegli. Si è sin da subito proclamato innocente ed affronterà il processo con la calma che lo ha contraddistinto. Non escludiamo, sia io che il mio collega Rosario Pennisi, che possa rilasciare dichiarazioni spontanee in aula. Noi affronteremo il processo con la determinazione di sempre e nell’ottica di una persona che ha dimostrato - conclude l’avvocato Salvo Burzillà – non solo con parole ma anche con fatti la estraneità al delitto contestatogli».

 

Sotto il profilo processuale non gliele manda a dire piuttosto il legale dei familiari di Valentina Salamone, l’avvocato Dario Pastore; il penalista in aula chiederà che i genitori, il fratello e le tre sorelle della vittima si costituiscano parte civile.

 

«Aspettiamo serenamente il processo - sottolinea il penalista Dario Pastore -. Nonostante siamo giunti al processo dopo sei anni per l’inerzia della Procura della Repubblica, oggi finalmente si apre un nuovo capitolo per consegnare giustizia a Valentina e risposte ai suoi familiari grazie alla meritoria approfondita indagine condotta dalla Procura Generale. Attendiamo – conclude il difensore dei Salamone - che siano compiute tutte le indagini possibili per identificare l’altra persona che ha responsabilità eguali a Mancuso».

 

Già. Se da un lato si accendono le luci di un’aula giudiziaria per il processo a carico di Nicola Mancuso, accusato dalla PG di essere l’autore della violenta morte di Valentina, dall’altro lato proseguono le indagini per assegnare un nome e quindi un volto ad “Ignoto 1”. Si tratta della persona chiamata in correità con Nicola Mancuso che non è stata ancora identificata, ma di cui si ha il dna rinvenuto dai carabinieri del Ris di Messina - con in testa Salvatore Spitaleri e Carlo Romano - sotto la scarpa sinistra della vittima; la zeppa nera in sughero che calzava Valentina quella maledetta notte in cui è stata atrocemente picchiata e contestualmente uccisa.

 

FOTOSTORIA

 
 
Il processo. Le indagini. Un doppio binario su cui si posa la lente d’ingrandimento degli inquirenti, stimolati da un pool di esperti, che - al fianco dei familiari - non ha mai creduto che la ragazza si fosse tolta la vita. Un omicidio “vestito” da suicidio. Il movente? Valentina, che negli ultimi mesi della sua vita, si era invaghita di Nicola. Lui, sposato e padre di tre figli, che sembrerebbe abbia ricambiato in quella maledetta e calda estate del 2010 il sentimento della sua giovane amante ma che era diventato opprimente.

 

“Una persona scomoda” Valentina. “Da eliminare” - sosteneva lo stesso Nicola davanti al gruppo di amici che la notte del delitto erano presenti nella villetta -. Comitiva di persone di cui si fidava la ragazza e che le ha voltato le spalle con un silenzio lungo sei anni. Che cosa sia realmente accaduto, infatti, dentro e fuori quel casolare alla periferia di Adrano - dove Valentina si era recata per partecipare a una festa fra amici e dove è stata ritrovata impiccata l’indomani pomeriggio - non l’ha mai raccontato nessuno. Nessuno. Eppure vi erano altre persone con lei, tutte ritenute amiche dalla stessa ragazza. Secondo la ricostruzione, eseguita dalla PG, dopo una festa, furono in quattro a lasciarla da sola nella casa: due donne ed altrettanti uomini, fra cui proprio Nicola Mancuso.

 

Chi l’ha amata veramente non ha mai creduto al suicidio. Era una ragazza piena di vita e con la voglia di diventare un’assistente sociale nonostante l’indiscutibile bellezza che le aveva concesso la possibilità di sfilare come modella su alcune passerelle. Sembrava non avesse scheletri negli armadi, se non quello di una relazione sentimentale con un uomo più grande di lei, già unito in matrimonio e con figli. Oggi quest’uomo, Nicola Mancuso, si trova in carcere per un’altra condanna.

 

«Non perdonerò mai chi ha tolto la vita a mia figlia e non avrò neanche pietà per chi ha taciuto coprendo l’identità dell’assassino ed insabbiato i fatti. Spero ancora, nonostante siano trascorsi tanti anni che qualcuno parli e si liberi la coscienza. Mi chiedo come fanno a vivere con questo peso sull’anima. Valentina era così giovane, aveva una vita davanti». Non adopera mezzi termini Nino Salamone, papà di Valentina, che si dice forte in questo momento per affrontare il processo.

 

«Io, mia moglie ed i miei figli – conclude Nino Salamone – entreremo in quell’aula di tribunale uniti come sempre nel nome del nostro piccolo grande angelo: Valentina. Non chiediamo vendetta, soltanto verità e giustizia».

 

Durante l’udienza di oggi, i legali di Mancuso, Salvatore Burzillà e Rosario Pennisi, hanno sostenuto la tesi del suicidio e sottolineato che secondo la valutazione dei loro periti «l'elemento trovato sulla vittima non è sangue ma sono tracce biologiche». Per la parte civile, rappresentata dall’avvocato Dario Pastore, invece, «è dimostrato dagli accertamenti tecnici del Ris che sotto le scarpe di Valentina c'era il sangue di Mancuso». Sono solo prime schermaglie di un processo che si annuncia lungo e complicato.

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