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Musei in crescita, ma non tutti

Aumento di visitatori. La parte del leone la fanno la Valle dei Templi, Taormina, Siracusa e la Villa del Casale. Cresce anche Catania col Teatro romano. Fanalino Caltanissetta

Musei in crescita, ma non tutti

Il nostro patrimonio culturale cresce per “paura”, ma a parte i beni mainstream, quelli che per qualunque turista rappresentano la “Sicilia da cartolina”, per tutti gli altri i numeri sono positivi ma comunque marginali.

I dati li aveva diffusi la Regione non molto tempo fa, tracciando – legittimamente e correttamente – un trend di crescita inarrestabile: il primo semestre del 2016 si è chiuso con un +10,06% di accessi in musei e parchi regionali rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente, ovvero 2 milioni e 17mila visitatori contro il milione e ottocentomila del 2015. Segno del mutamento dei tempi e della paura terrorismo, oltre che dell’impegno profuso, precisò lo stesso assessore rBeni culturali Caro Vermiglio.

Il “racconto” dei numeri tuttavia, ci parla anche di una Sicilia a due, tre velocità. Sì perché a fronte di poco più di due milioni di visitatori, quasi il 50% degli stessi derivano unicamente da quattro grandi siti: la Valle dei Templi di Agrigento (288.154 visitatori), il teatro antico di Taormina (335.213 visitatori) l’area archeologia della Neapolis e l’Orecchio di Dioniso di Siracusa (268.369) e la Villa del Casale di Piazza Armerina (170.207 visitatori). Nel restante milione di euro sono racchiusi i ticket staccati (non necessariamente venduti) di una sessantina di beni distribuiti in tutta l’Isola, alcuni dei quali hanno fatto registrare in sei mesi anche meno di 500 accessi. E se le differenze di fruizione sono in molti casi incontestabilmente legate al minor valore del bene (non tutto ciò che è archeologico è anche interessante), è probabile che vi sia anche un problema di “vendibilità”, che riguarda soprattutto i musei. Un esempio abbastanza significativo viene da Agrigento: nella terra dei Templi, con un Parco archeologico che nel primo semestre 2016 ha fatto registrare oltre 288mila visitatori a fronte dei 206mila degli anni passati (il tutto senza aeroporti e autostrade a supporto e con un trend per il secondo semestre di almeno 10 punti percentuali più alto), il Museo Archeologico “Griffo”, che si trova all’interno della Valle dei Templi ma, per sua sfortuna, insiste su un versante poco trafficato della medesima strada, ha fatto registrare nel primo semestre 2016 solo 23.715 visitatori.

Mission non impossible

Eppure i casi positivi non mancano. Un esempio è quanto avvenuto in provincia di Catania. Pur mancando un centro di “grande richiamo”, infatti, è la provincia che ha fatto registrare statisticamente l’incremento maggiore di visite, almeno in proporzione: ben il 47,46% in più rispetto allo scorso anno, con una crescita soprattutto del Teatro romano (+18mila). Unica provincia in calo, per quanto solo del 1,04%, è stata quella di Caltanissetta, che ha perso per strada però solo una settantina di visitatori in sei mesi. Il numero di visitatori di base è però abbastanza esiguo: solo 6.482, dei quali 4mila al museo archeologico di Gela. E qui entra un’altra questione che i dati ci raccontano: l’impossibilità dell’autosussistenza economica dei beni “minori” che oggi fanno registrare numeri di accessi bassi. Gli esempi non mancano. Il più significativo è quello rappresentato dall’area archeologica del Monte Jato a Sancipirello, che nei primi 6 mesi del 2016 ha fatto registrare poco più di mille accessi, tutti gratuiti. Nel medesimo periodo del 2015 erano stati oltre 3.400. Risvolti della medaglia di un servizio che, ovviamente, è anche pubblico, ma, dai numeri, non ancora di tutti.

Che fine fanno i soldi?

E parlando di “vil denaro”, i due milioni di visitatori di cui abbiamo parlato si sono tradotti, per i primi sei mesi dell’anno, in oltre nove milioni e ottocentomila euro di incassi. Risorse che, con il cambiamento della legge 10/99 non potranno più in quota parte (“fino al 30%”) essere usati dai comuni nei quali i beni si trovano per investimenti e, anche, il pagamento di iniziative di altra natura (sagre, concerti, eventi). I soldi andranno direttamente ai responsabili di siti e musei, che, tranne in casi come il Parco archeologico della Valle dei Templi, non hanno però autonomia finanziaria. E quindi chi li gestirà?

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