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Etna, si cerca di capire cosa non ha funzionato nella ricostruzione a Piano Provenzana

A Linguaglossa studiosi, politici e operatori al convegno sull'eruzione del 2002. «Se i privati non ci credono, si revochino le concessioni»

Etna, si cerca di capire cosa non ha funzionato nella ricostruzione a Piano Provenzana

A quattordici anni di distanza dall’eruzione dell’Etna che ne impose la ricostruzione, a Piano Provenzana ci si lecca ancora le ferite, specie se si indugia nel raffronto tra le testimonianze di venti o trent’anni fa – gli “anni d’oro di Etna nord” - e un presente fatto di depressione economica e recriminazioni. È quanto emerso da un convegno dedicato all’evento eruttivo del 2002, promosso a Linguaglossa dall’Ordine dei geologi siciliani per la “Settimana della Terra”. Chiamati a riflettere non solo studiosi e tecnici, ma anche alcuni dei protagonisti istituzionali di allora e di oggi.

«Volevamo riaccendere i riflettori su Piano Provenzana per capire cos’è andato storto - spiega Marco Neri, ricercatore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e moderatore dei dibattiti - è emerso che nella ricostruzione non è stato ascoltato appieno il messaggio del Vulcano, come ad esempio per gli impianti di risalita ripristinati troppo vicino al piano di faglia, oltre a probabili errori di progettazione che hanno pregiudicato lo sviluppo economico della stazione».

Un punto a cui si è idealmente riagganciato l’imprenditore Francesco Russo, attivo nel turismo invernale e storico gestore delle escursioni in quota: «Ci siamo impegnati con 9 milioni di euro nel ripristino degli impianti di risalita oggi però cattedrale nel deserto perché a Etna nord, già sfavorito perché lontano da Catania, mancano i servizi più basilari, mentre a Etna sud nel 2004 la ricostruzione era già completa». Sarebbe legato a questo il mancato investimento in ricettività da parte di Russo, che non ha ripristinato le strutture un tempo gestite e poi distrutte dalla lava, pur avendo la concessione: «Avevamo 130 posti letto, adesso potrei farne 45 e sarebbe un investimento a perdere».

Porte chiuse, dunque, dai privati, realtà di cui, secondo Cettino Bellia, consulente dell’assessore regionale del turismo Anthony Barbagallo, serve prendere atto al più presto: «Se i privati non credono più in Piano Provenzana, si revochino le concessioni per gli alberghi e si riassegnino per fare spazio a nuove energie, non possiamo più perdere tempo a discutere di particelle». Bellia ha poi assicurato che il tavolo fra Comune di Linguaglossa ed altri attori sulla ricostruzione rimasta a metà, dopo il flop dell’anno scorso, dovrebbe tornare a riunirsi a breve, sempre sotto la regia dell’Assessorato.

Non è stata, comunque, la zona C altomontana del Parco dell’Etna a ingabbiare la rinascita di Piano Provenzana. «Sgombriamo il campo dai dogmatismi, prima di ricostruire se ne potevano modificare i limiti - ha ricordato la presidente dell’ente Marisa Mazzaglia – Si scontano carenze su accoglienza e collegamenti, mentre non c’è dubbio che il monopolio sulla gestione dell’accesso ai crateri, su cui però oggi si può intervenire, penalizzi Etna nord».

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