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Terremoti, il rischio di un Big One in Sicilia ma i progetti di prevenzione sono ripartiti

Gli scenari in caso di sisma di elevata intensità, il problema abusivismo e il lavoro di microzonazione per calcolare il rischio dei Comuni

Terremoti, il rischio di un Big One in Sicilia ma i progetti di prevenzione sono ripartiti

CATANIA - Non è certo un argomento allegro e benaugurante. Eppure qualcuno la domanda se l'è già posta: cosa succederebbe se si ripetesse il Big One? Per essere chiari: quali conseguenze avrebbe il sisma più potente della storia dei singoli territori se oggi ce ne fosse uno di pari intensità nello stesso posto? Domanda quindi lecita, soprattutto alla luce degli ultimi eventi sismici che si sono ripetuti recentemente in Italia e del forte terremoto di questa mattina alle ore 7.40 nell’Italia centrale: è stato di magnitudo 6.5, di poco inferiore a quello, di magnitudo 6.8, che il 23 novembre 1980 colpì l’Irpinia e la Basilicata, provocando oltre 2.570 morti. E si inserisce, inoltre, tra i più forti terremoto in Italia degli ultimi 110 anni. 

 

Ecco perché oggi sono tanti a chiedersi: quali sarebbero dalle nostre parti le conseguenze di un altro big one? Non è facile dare una risposta anche se nel 2013 in una simulazione contenuta in un dossier del Servizio sismico nazionale, la banca dati della Protezione civile, per la Sicilia, soprattutto nel sud-est, gli scenari non erano per niente rassicuranti.  Soltanto nelle 10 città-campione considerate, ci sarebbe un bilancio di 436.347 fra morti e feriti, con 373.544 persone senza tetto. Se riusciamo a riprenderci dallo choc di questi dati e ci aggiungiamo che l'84% degli immobili abusivi, in Sicilia, sorge su terreni sottoposti a vincoli sismico (7 su 10 con livello medio-alto), si capisce quanto sia elevato il rischio nell'Isola.

 

Lo studio del Servizio sismico nazionale può apparire apocalittico, ma in realtà è il database di cui si serve da anni la Protezione civile per programmare le emergenze in caso di terremoto. Un imprescindibile strumento di lavoro, a maggior ragione in un Paese in cui i sismografi registrano in media 5-6mila scosse l'anno, comprese quelle impercettibili. Il Servizio sismico nazionale è arrivato a queste stime calcolando diversi fattori: oltre alla densità abitativa, sono decisivi i dati del Sige (Sistema informatico di gestione delle emergenze) della Protezione civile, soprattutto quelli sulla vulnerabilità degli edifici in base all'epoca e ai materiali di costruzione, oltre che all'altezza degli immobili e alla tipologia di terreni sui quali sorgono. Su questi elementi vengono stilati i cosiddetti "Scenari di danno comunali", basati su tre diverse ipotesi: terremoti di intensità bassa, media e alta. Quest'ultima è pari alla massima registrata nel singolo comune.

 

Per la Sicilia sud-orientale si fa riferimento al catastrofico terremoto dell'11 gennaio del 1693 (7.4 di magnitudo, 54mila morti accertati e una cinquantina di città rase al suolo), per il Messinese il termine di paragone è il sisma sullo Stretto del 28 dicembre 1907 (7.1 di magnitudo, vittime stimate fra 60 e 80mila).

 

Cosa accadrebbe oggi se si ripetessero quegli eventi? Catania sarebbe la città con il più alto numero di quelle che i tecnici chiamano "persone coinvolte" (161.829 fra morti e feriti), oltre che la capitale nazionale dei senza tetto, in tutto 136.000. Sul secondo gradino del podio degli scongiuri c'è Messina, con 111.622 cittadini fisicamente coinvolti e 95.365 sfollati. Siracusa è al quinto posto di questa "lista nera" (63.480 morti e feriti; 49.859 senza tetto), superata da Reggio Calabria (84.559 e 74.187) e Foggia (73.539 e 64.468). Preoccupante anche l'impatto su Ragusa (32.168 e 27.493), Vittoria (26.399 e 22.835), Noto (10.264 e 8.612) e Pachino (8.278 e 9.245).

 

Ma in mezzo a questi numeri agghiaccianti, una buona notizia c’è. I recenti violenti terremoti in Italia hanno fatto suonare l'allarme sui ritardi della Regione siciliana nel procedere con una serie di attività legate alla conoscenza del territorio e alla prevenzione, e l'allarme ha sortito qualche effetto. Nei giorni scorsi infatti il presidente regionale dell’Ordine dei Geologi, Giuseppe Collura, ci ah detto che «il Dipartimento della Protezione civile siciliano ha attivato (anche se con un notevole ritardo, ndr)  il piano per fare ripartire le microzonazioni del territorio. Così come aveva preannunciato il dirigente del Dipartimento, l’ing. Foti, già qualche giorno dopo quel tremendo terremoto di fine agosto, sono stati trovati ed impegnati 17,5 milioni di euro presi dai fondi Pos-Fer 2014-2020. Con questi fondi, quindi, si riprenderà quel lavoro sul territorio che era cominciato nel 2010, ai tempi della prima ordinanza della Protezione civile nazionale, ma che aveva coperto soltanto 58 comuni rispetto ai 282 classificati a rischio secondo la normativa di riferimento».

 

Ora si riparte, quindi, un po’ sull’onda degli ultimi eventi , un po’ perché è semplicemente folle restarsene qua in Sicilia a sfidare il destino senza fare nulla per generare qualche anticorpo. «La microzonazione - spiega ancora Collura - è fondamentale perché consente di capire quale sia il gradi di resistenza, di reazione, di elasticità del territorio rispetto a sollecitazioni che possono arrivare da scosse telluriche. Il che significa anche avere un quadro scientificamente chiaro quando si tratta di costruire in quelle aree o quando si vuole intervenire per opere di consolidamento».

 

Ma anche Collura sottolinea che «nello scenario siciliano va considerata l’enorme diffusione di strutture abusive. Parliamo di palazzi, case, ville per cui non esiste alcun fascicolo del fabbricato. Impossibile, dunque, conoscere le tecniche seguite per la costruzione, i materiali usati. Per questo ci si sta battendo a livello nazionale per creare questo fascicolo che consenta di potere controllare la storia del fabbricato. E’ quello che il governo nazionale ha inserito nel cosiddetto piano casa, con cui dovrebbe essere più facile l’indagine conoscitiva sugli edifici».

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