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Il parroco di San Cristoforo: «Qui si delinque per indole o per disperazione»

Parla mons. Smedila, da 50 anni parroco di frontiera a S. M. dell'Aiuto

Il parroco di San Cristoforo: «Qui si delinque per indole o per disperazione»

Parole forti quelle di mons. Carmelo Smedila, che festeggia i 50 anni di parrocato nel santuario Santa Maria dell’Aiuto di via Consolato della Seta.

 

Cinquant’anni in uno dei quartieri più difficili della città. Come li ha vissuti e come li vive ancora?

«Quando sono arrivato qua, nel 1966, l’ambiente era completamente diverso. Questo centro storico era un fiore all’occhiello dal punto di vista sociale ed economico e c’era un certo benessere. Lentamente l’ambiente è cambiato, c’è stato un fenomeno immigratorio dal centro della Sicilia. La gente veniva a cercare lavoro e a quel tempo lo trovava, soprattutto nei settori dell’artigianato e dell’edilizia».

 

Poi cos’è successo?

«I tempi sono cambiati e si è sempre più acuita la disoccupazione, una disoccupazione che lentamente ha prodotto anche microcriminalità, soprattutto negli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80, anni difficilissimi, di violenza e di morti ammazzati. Poi sembrava che le cose stessero migliorando, ma i centri commerciali hanno fatto scomparire i negozi del quartiere. La via Garibaldi ormai è un deserto e la gente è sempre più in preda alla disperazione perché non ha lavoro».

 

E in questo contesto difficile, chi viene da lei cosa chiede?

«Guardi, la finalità di una parrocchia è annunciare Gesù Cristo, ma la gente quando ha lo stomaco vuoto tante cose le dimentica. Quindi molti vengono a cercare aiuti economici o un lavoro, e noi facciamo quel che possiamo, solo che spesso si tratta di un aiuto momentaneo che non risolve il problema e non assicura il domani».

 

Chi è il suo parrocchiano tipo?

«Quello che cerca di collaborare con la parrocchia, e lo fa spesso facendo anche sacrifici personali, mettendoci tutto se stesso. Ma c’è anche chi ci vede solo come una camera di carità che, all’occasione, ti viene incontro. Ma quello che più mi ferisce oggi è l’indifferenza religiosa. Determinati valori sono andati perduti».

 

Qual è il consiglio che lei dà ai più disperati?

«Di vivere con onestà e correttezza. Ma quando questi vivono in preda alla disperazione, sa cosa mi rispondono? “Lei ha ragione, padre, ma io come faccio a far campare la mia famiglia?».

 

Mons. Smedila, quali sono i ricordi più vivi di questi 50 anni?

«Quelli che io chiamo gli anni di piombo mi hanno segnato profondamente. Una volta ricordo che in via Santissima Trinità uccisero tre giovani in una sala gioco. Era la Catania dei 100 morti ammazzati l’anno e in questo quartiere è stato versato tantissimo sangue. Ricordo con amarezza il furto delle corone della Madonna negli anni ‘70. E ricordo un ragazzo, uno di quelli che, non ancora cresciuti, si danno delle arie da uomini vissuti, che un giorno, dopo che lo avevo richiamato perché giocava a pallone davanti alla chiesa mettendo in pericolo i bambini che uscivano dall’asilo parrocchiale, mi guardò e disse: “Tu quannu parri ccu mia abbiici u lei”». Ecco, quella era una foto impietosa di una realtà che si stava evolvendo in peggio».

 

Ma ci saranno anche dei bei ricordi?

«Sì, i momenti aggregativi della pietà popolare. Per esempio, dopo il furto delle corone di Maria abbiamo fatto venire qui il reliquiario della Madonna di Siracusa e ci fu una folla immensa. La messa fu celebrata alle 10 di sera e la gente accorse da ogni parte. Poi un altro bel ricordo è quando abbiamo fatto il gemellaggio con la cappella di Loreto e venne a Catania l’arcivescovo Comastri. Anche quella volta ci fu una folla immensa. Infine, la gente che entra in chiesa a pregare la Madonna ed esce dicendo di aver ricevuto un grande conforto morale».

 

C’è un messaggio che vuol lanciare ai suoi parrocchiani?

«Poter cambiare in meglio tenendo sempre presente che nel nostro Dna c’è la devozione alla Madonna. Questo impegno è la salvezza del nostro quartiere».

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