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L'antica tradizione del tè made in Sicily

Secondo il maestro Salvo Pellegrino, coltivatore e studioso, quella siciliana sarebbe la coltivazione più antica dopo quella cinese

Il mistero del tè

«Tutto ebbe inizio - spiega Pellegrino - con la dominazione araba. In quel periodo la Sicilia visse un periodo di straordinaria fioritura, durante il quale l’isola fu oggetto di numerosi esperimenti di agraria volti a determinare la sostenibilità di coltivazione di alcune piante orientali come la canna da zucchero, i carciofi, gli agrumi». Scopo di questi esperimenti era ridurre i costi di approvvigionamento di prodotti molto richiesti nel mondo arabo e rifornire le neonate farmacie siciliane. «La pianta del tè – continua Pellegrino – arriverà in Sicilia intorno al 950 d.C. grazie all’amicizia di un emiro con l’imperatore cinese».

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Sebbene la coltivazione della “Camellia Sinensis” fosse risultata più ostica e meno remunerativa di altre piante come gli agrumi, essa continuò, favorita dal clima mite, nei secoli a venire. «Nel 1600 – spiega ancora il maestro Pellegrino - venne inviata in Sicilia una delegazione dalla Cina per capire come mai alcune delle loro piante crescessero meglio qui rispetto a quelle piantate nel loro continente. Tra queste figuravano la pianta del gelso, le cui foglie sono utilizzate come alimento base per l’allevamento dei bachi da seta, e quella del tè». Nel XV secolo le foglie di tè non venivano utilizzate per fare degli infusi, bensì mangiate, come fossero verdura, e utilizzate per curare le infezioni intestinali. «Per via di queste proprietà curative – continua l’esperto – il tè era particolarmente richiesto dai viaggiatori in procinto di attraversare il deserto nel Vicino Oriente. In questo senso è plausibile supporre che le varianti della cerimonia del tè ancora oggi esistenti in Marocco e Tunisia siano in realtà nate in Sicilia».

Guardando avanti nel tempo all’inizio del XVIII secolo (dopo la dominazione araba) gli studi di Pellegrino - realizzati assieme all’Associazione Italiana delle Camelie - hanno scoperto numerosi altri tentativi di coltivazione. «Chiaramente - spiega ancora - il principale ostacolo è stato, ed è ancora oggi, l’alto costo della manodopera occidentale. Per questo motivo molti sforzi sono falliti. Nonostante questo, tuttavia, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento un nobile siciliano che aveva il fratello ambasciatore in Giappone, fece arrivare a Messina una nave carica di semi di tè, mettendo su una vera e propria produzione destinata principalmente al mercato inglese».

In seguito all’Unità d’Italia, la tradizione di coltivazione di tè siciliano venne bruscamente interrotta. Gli unici esperimenti di coltivazione nel Paese sono avvenuti dopo la guerra, esclusivamente a scopo di studio scientifico. Bisognerà quindi aspettare l’inizio del XXI secolo per assistere alla nascita di alcune piccole aziende che producono e vendono il proprio tè sul mercato nazionale. Tra queste quella della “Casa del Tè” di Salvo Pellegrino. «Quando abbiamo deciso di tentare la coltivazione - spiega ancora - ci siamo posti il problema di come adattare i nostri terreni alle esigenze della pianta. Siamo riusciti a ottenere risultati soddisfacenti utilizzando la pietra lavica dell’Etna». La produzione della “Casa del tè” di Pellegrino è iniziata nel 2000 ed è piuttosto limitata, considerato anche il fatto che la piantagione è sita su un terreno di appena due ettari. «In origine – continua – avremmo voluto utilizzare l’antica varietà importata dagli arabi, che abbiamo ritrovato sull’Etna, ma nel corso dei secoli questo “tè siciliano” si è imbastardito mediante moltissimi innesti con piante selvatiche per cui vi si trovano tracce di menta, origano e timo. Noi abbiamo provato a ripiantarla, ma i risultati non sono stati quelli sperati, poiché per le sue caratteristiche non possiamo miscelarla con i nostri profumi di Sicilia. Le piante che abbiamo importato, invece, ci consentono di ottenere dell’ottimo tè verde che accoppiamo con prodotti tipici siciliani: dalla mandorla di Avola al verdello di Giarre, passando per l’arancio sanguinello e il pistacchio di Bronte».

Curiosità e leggende

Il tè è la bevanda più diffusa al mondo dopo l’acqua. Inevitabile quindi che attorno a questo antichissimo infuso siano sorte nei secoli le più disparate curiosità e leggende (metropolitane e non).

IL TÈ DELLE SCIMMIE. Il “Tai Ping Hou Kui” è anche noto come “Tè delle scimmie”. Una bevanda ottenuta dall’infusione di foglie di piante selvatiche cresciute in impervie gole sulle montagne cinesi. La leggenda vuole che l’unico modo per raccoglierle fosse ricorrere a scimmie ammaestrate. Oggi questo tè è uno dei più apprezzati al mondo.

IL TRIBUTO DEL TÈ. Il “Tributo del tè” fu istituito durante la dinastia Tang in Cina (618-907 d.C.) e prevedeva che un quantitativo di tutti i raccolti del Paese fosse destinato all’Imperatore. La “raccolta imperiale” prevedeva severe regole: le raccoglitrici dovevano indossare guanti e non potevano mangiare cibi dall'odore troppo intenso - come cipolle, aglio e spezie piccanti - per salvaguardare le foglie da sgradevoli contaminazioni.

LE CONTRAFFAZIONI NEL ‘700. Nel XVIII secolo la domanda di tè in Inghilterra crebbe a dismisura e si ricorreva spesso al mercato nero. Non mancavano le truffe: pare che al tè più economico fossero aggiunte foglie di liquirizia cotte, frantumate, decolorate con melassa e immerse nello sterco di pecora.

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