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Metti una sera a cena la strana coppia Buttafuoco-Cancelleri. Ecco cosa si sono detti

Lo scrittore-giornalista e il deputato regionale grillino seduti allo stesso tavolo allo Zo di Catania. Fra una scaccia e un bicchiere di Nero d'Avola. A parlare di Raggi e di Platone. Ma soprattutto di Sicilia. Senza mai nominare Crocetta...

Metti una sera a cena la strana coppia Buttafuoco-Cancelleri. Ecco cosa si sono detti

Giancarlo Cancelleri e Pietrangelo Buttafuoco

No, non fu la cena dei cretini. Né la cena per farli conoscere. Perché si conoscevano già. Quei due.

Metti una sera a cena. A Catania. Un dopo teatro. Fra il teatrante e il più incuriosito (prima) e ammaliato (dopo) degli spettatori.

Pietrangelo Buttafuoco e Giancarlo Cancelleri. Assieme, a un tavolo dello Zo, subito dopo Il dolore pazzo dell’amore. «L’ho chiamato - raccontò il deputato regionale dei 5stelle - perché in estate eravamo rimasti che ci saremmo rivisti. E mi ha invitato allo spettacolo. Davvero straordinario! Poesia, musica, narrazione. E dolorosa freschezza siciliana».

Quando a tavola arrivò la scaccia ragusana (ma col ripieno alla Norma), con la complicità dell’assessore grillino-ibleo, Salvatore Corallo, si ricordò la galeotta prima volta fra i due, a Marina di Ragusa. E poi il sogno del giornalista ammaliato dal sud-est: «Un mese di festival internazionale per l’opera, la sinfonica, la prosa e l’arte. Al Castello di Donnafugata, come si fa a Spoleto col Festival dei Due mondi».

Buttafuoco ordinò verdure grigliate e scamorza arrosto; Cancelleri cotoletta e insalata. In comune niente. Anzi no: solo Lello Analfino, il leader dei Tinturia, grande amico di entrambi. Si studiarono, annusandosi. Il grillino predestinato e lo scrittore incazzoso.

Di tutto si parlò, giovedì sera a cena, fuorché di Crocetta. Né di Renzi, né di Pd, né di referendum. Convitati di pietra. Nessuna concessione al passato, nemmeno prossimo. A tavola soltanto il futuro. Della Sicilia. «La guerra civile fra il partito delle clientele e il partito di chi farà tabula rasa», preconizzò Pietrangelo. Illuminandosi d’immenso, quando Giancarlo gli rivelò che il suo primo atto sarà «portare tutte le carte alla Corte dei conti». Che sembra quasi quel «liquidatore dell’Isola» invocato da Buttafuoco, il «commissario prefettizio alla Cesare Mori» dell’intervista al nostro giornale. «La ricetta Detroit da applicare all'Isola», aggiornò la definizione. Ma con una novità: quell’«azzerare tutto» diventato altro. Sull’apocalisse («Cari grillini, questa terra è vostra ma sarà inutile») si aprì una filazzedda di speranza. «Azzerare per ricominciare». 

Da dove? Magari dall’idea di Sicilia che il geometra di Caltanissetta spiegò all’intellettuale di Agira: pars destruens e pars costruens: la «lotta agli sprechi e al precarificio», ma anche i progetti per le imprese e per i giovani.


Sommessamente - per come può essere sommesso Buttafuoco - arrivò qualche consiglio. Primo: «Evitare la deriva romana, stile Raggi». Ma come? «Arrivando preparati. Senza le stupidaggini del web, né cedendo alla foga da nerd». E allora come? «Bastano cinque minuti al giorno di Lenin!».

Le affinità elettive s’infransero su un muro: la democrazia. Cancelleri ostentò «totale fiducia, persino in quella diretta». Buttafuoco no. «Mai creduto» in questa sovrastruttura. Eppure gli fece una concessione: «Casaleggio ha indicato Rousseau, io preferisco Platone. Se comunismo dev’essere, che sia aristocratico...».

Nemmeno un dolcino, infine. Ma il retrogusto - al saluto, con un «teniamoci in contatto» per nulla formale - è tutt’altro che amaro.

Disse Cancelleri di Buttafuoco: «È un siciliano che vive da lontano il suo amore viscerale per la Sicilia, non vede l’ora di non parlarne soltanto male».

Disse Buttafuoco di Cancelleri: «Non so se mi ha convinto. Ma di una cosa sono convinto: la Sicilia sarà salvata dagli incoscienti».

Concluse Cancelleri: «Lui è appassionato. Per noi è un bel carburante: pulito e positivo. Sembra quasi voglia salire a bordo».

Concluse Buttafuoco: «Nella disciplina del salto sul carro del prossimo vincitore, io non mi cimento. Con i grillini resto urticante. Ma con simpatia».

Il vino, per la cronaca, era un Nero d’Avola. Lamuri. Senza apostrofo. Ma solo ciauramento ci fu. Senza nemmeno annacamento, giammai tradimento. Buttanissima, la Sicilia. Ma forse non più irredimibile. Brancati, giovedì sera a cena, la sarda leccò.

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