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Matteo Messina Denaro dietro appalti controllati da Cosa Nostra: 11 arresti e tre sequestri

Duro colpo alla "primula rossa" che, secondo la Squadra Mobile di Trapani e la Dda di Palermo, avrebbe allungato le mani sulla gestione degli appalti nel trapanese attraverso delle imprese a lui riconducibili

Matteo Messina Denaro dietro appalti controllati da Cosa Nostra: 11 arresti e tre sequestri

TRAPANI - Gli uomini della Squadra mobile di Trapani, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, stanno eseguendo 11 misure cautelari e sottoponendo a sequestro tre imprese controllate da Cosa Nostra.

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L’operazione, denominata in codice «Ermes 2», infligge un altro duro colpo al clan del superlatitante Matteo Messina Denaro. Secondo gli inquirenti il boss, attraverso le imprese sequestrate, era in grado di condizionare gli appalti nella zona del Trapanese.

Coinvolto anche un giornalista locale, si tratta del freelance Filippo Siragusa, noto per le sue campagne antimafia. Siragusa, accusato di fittizia intestazione di beni, ha avuto l’obbligo di dimora e di firma.
Secondo i pm avrebbe creato, insieme ad altre tre persone, una società, la Medio ambiente società coop, che sarebbe stata la prosecuzione della Mestra srl, ditta degli imprenditori Loretta, sponsorizzati dal capomafia di Mazara del Vallo Vito Gondola. Siragusa «era perfettamente a conoscenza del ruolo all’interno di Cosa nostra dei personaggi con i quali era in contatto», ha sottolineato il questore di Trapani Maurizio Agricola nel corso della conferenza stampa tenutasi stamani in questura. Un aspetto, questo, rimarcato anche dal capo della squadra mobile Fabrizio Mustaro: «dalle intercettazioni emerge la sua piena consapevolezza del livello dei fratelli Loretta». 

«Dall’operazione Ermes 2 emerge uno scenario tipico di come opera Cosa Nostra: la riconversione, con persone pulite, delle società sottoposte ad interdizione antimafia e quindi escluse dagli appalti». E’ questo il quadro delineato, in sintesi, dal questore di Trapani, Maurizio Agricola e dal capo della Mobile, Fabrizio Mustaro, durante la conferenza stampa per illustrare i risultati dell’ultima inchiesta che ruota attorno agli interessi del boss latitante Matteo Messina Denaro. Dalle intercettazioni, ma anche dalle dichiarazioni rese ai pm della Dda di Palermo dal collaboratore di giustizia, Lorenzo Cimarosa, emerge un ruolo di primo piano della mafia nel controllo dell’eolico. Secondo l’accusa un vero e proprio accordo sarebbe stato suggellato tra Filardo e Gondola rispettivamente rappresentanti delle «famiglie» di Castelvetrano e Mazara del Vallo, per controllare il settore dell’energia.


La forza e la pericolosità del sodalizio mafioso mazarese emerso dall’indagine si evidenzia in particolare «da un dialogo intercettato tra Vito Gondola e Carlo Loretta. I due infatti, - affermano gli investigatori - sorpresi a discutere all’interno di una autofficina di Mazara, apparivano in grado di avvalersi, direttamente e o indirettamente, di uomini infedeli dello stato al fine di carpirne segreti investigativi, eludere e salvaguardare gli interessi economici propri e del sodalizio criminale. Loretta infatti, era riuscito a sapere che nei suoi confronti erano in corso accertamenti finalizzati proprio al sequestro della ditta Mestra». «L'attualità dei contatti tra Gondola ed Epifanio Agate - aggiungono gli investigatori - ha dimostrato l’interesse della cosca ai problemi economici attuali della famiglia Agate specie dopo il sequestro della Calcestruzzi Mazara, loro azienda». 

L’indagine ha confermato dunque i contatti tra il clan mafioso di Mazara del Vallo, retto da Vito Gondola, e quello di Castelvetrano e ha svelato gli accordi per la divisione degli appalti sotto le direttive del latitante Messina Denaro. Le imprese sequestrate erano direttamente controllate dalle famiglie mafiose attraverso prestanome. Mediante queste imprese le consorterie criminali si erano infiltrate, ad esempio, nei lavori del parco eolico sorto a Mazara del Vallo e nei lavori di ristrutturazione dell’ospedale civile mazarese. 

Nell’ambito dell’operazione antimafia Ermes 2, le misure cautelari in carcere riguardano: Epifanio Agate, 43 anni, per attribuzione fittizia di beni a terzi (quote delle società mazaresi My Land e Fishmar) e estorsione aggravata dal metodo mafioso; Carlo Antonio Loretta, 50 anni e Giuseppe Loretta di 36 anni (fratelli, per associazione mafiosa e attribuzione fittizia di beni a terzi (quote della società MESTRA e MEDIOAMBINTE); Angelo Castelli, 71 anni, per favoreggiamento all’associazione mafiosa di Mazara del Vallo e Castelvetrano. Applicazione della misura cautelare dell’obbligo di dimora nel comune di residenza per: Andrea Alessandrino, 43 anni, Filippo Siragusa, 55 anni, Paola Bonomo, 27 anni, tutti accusati di attribuzione fittizia di beni in concorso (per la società MEDIOAMBIENTE);Rachele Francaviglia, 33 anni, Francesco Mangiaracina, 43 anni, Nataliya Ostashko, 39 anni e Nicolò Passalacqua, 48 anni, per attribuzione fittizia di beni in concorso (per la società My LAND e Fishmar). Il Gip ha inoltre disposto il sequestro preventivo di alcuni beni riconducibili agli indagati: capitale sociale e complesso dei beni aziendali riferibili alla società MESTRA srl; capitale sociale e complesso dei beni aziendali riferibili alla società cooperativa MEDIO AMBIENTE; capitale sociale e complesso dei beni aziendali riferibili alla società MY LAND srl, tutte aziende con sede a Mazara del Vallo. 

E "in riferimento a notizie di stampa su un’azienda coinvolta nell’operazione Ermes 2 che avrebbe svolto dei lavori in subappalto nell’ampliamento e ristrutturazione dell’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo, la direzione strategica aziendale dell’ASP di Trapani precisa che il subappalto a quella ditta, indicata come legata a Cosa nostra, fu revocato dall’ASP già due mesi prima dell’interdittiva antimafia della Prefettura, sulla base di timori emersi in alcune notizie di stampa. Tale ditta lavorò solo circa un mese in cantiere". E’ quanto si legge in una nota dell’Asp di Trapani.

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