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Sicilian food, imitazioni e truffe indigeribili

Dall'olio d'oliva a formaggi e salumi, sino all'ortofrutta le mani della mafia sui traffici illeciti

Sicilian food, imitazioni e truffe indigeribili

Insomma è un attentato vero e proprio all’economia italiana ed in particolare a quelle regioni che, proprio come la Sicilia, da tempo stanno scommettendo sull’agroindustria, sui prodotti della terra, sulla genuinità dei cibi spediti nelle tavole. Globalmente il traffico ormai consolidato di merci contraffatte genera al sistema-Paese una perdita secca di quasi sei miliardi e cinquecento milioni che finiscono oltre i confini italiani e, spesso, nelle casse di associazioni criminali, visto che mafia e camorra da tempo hanno assunto il controllo di buona parte di queste attività e di questi traffici. La Cna siciliana ha calcolato che la Sicilia per questo giro illecito ci rimette almeno 500 milioni di euro e che se in Italia truffe e contraffazioni fanno perdere 100 mila posti di lavoro, nell’Isola il saldo negativo raggiunge anche quattromila unità evaporate. E spiegava qualche tempo fa Mario Filippello, segretario regionale della Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa: «In Sicilia il settore più attaccato è quello dell’agricoltura, non ci sono dubbi. E il mercato del trasformato è ormai stato fatto a pezzi. Basti pensare che di quei 500 milioni di perdite, almeno 100 ricadono su questo settore agricolo. Trasformazione di frutta, come i succhi o le spremute, ma per capire che tipo di devastazione abbiamo subito, bisogna pensare al comparto ittico. Era uno dei settori trainanti, per esempio a Mazara del Vallo, a Sciacca, all’Aspra. E’ quasi scomparso, divorato dai prodotti contraffatti».

Contraffazioni, imitazioni e truffe. C’è di tutto, dunque. Sia nella fase di export che nell’import. Se circa un prodotto alimentare italiano esportato su cinque - sottolinea ancora la Coldiretti - è “Doc” con il valore delle esportazioni realizzato grazie a specialità a denominazione di origine, dai vini ai formaggi, dalle conserve all’olio fino ai salumi, che rappresenta il 20% del totale, con i prodotti originali sono anche aumentate sui mercati esteri anche le imitazioni. 

In testa alla classifica dei prodotti più taroccati - rileva la Coldiretti - ci sono i formaggi a partire dal Parmigiano Reggiano e dal Grana Padano, ma anche il Provolone, il Gorgonzola, il Pecorino Romano, l’Asiago o la Fontina. Poi ci sono i nostri salumi più prestigiosi dal Parma al San Daniele che spesso “clonati”, ma anche gli extravergine di oliva, le conserve e gli ortofrutticoli come il pomodoro San Marzano. Se gli Stati Uniti sono i “leader” della falsificazione, le imitazioni dei formaggi italiani sono molto diffuse dall’Australia al Sud America, ma anche sul mercato europeo.  

Ma c’è un altro fenomeno che insidia la nostra economia e che sta dilagando:

Ma a questa realtà se ne è aggiunta una ancora più insidiosa: quella del cosiddetto italian sounding di matrice italiana, che importa materia prima dai Paesi più svariati, la trasforma e ne ricava prodotti che successivamente vende come italiani senza lasciare traccia, attraverso un meccanismo di dumping che danneggia e incrina il vero Made in Italy, perché non esiste ancora per tutti gli alimenti l‘obbligo di indicare la provenienza in etichetta. E anche questo è un rischio crescente per la Sicilia, denunciano produttori e associazioni. Perchè si sta registrando un “sicilian sounding” da tempo, con importazione di prodotti principalmente dell’ortofrutta, realizzati quasi sempre in Paesi dove la manodopera è di gran lunga più economica, ma che vengono poi etichettati con marchi made in Sicily e commercializzati. Anche qui quasi nulla affidato al caso o all’improvvisazione, ma tutto riconducibile, spesso, ad organizzazioni criminali che sono all’interno dei grandi mercati ortofrutticoli, che controllano o gestiscono direttamente aziende agricole e che, con i mezzi abituali della mafia, fanno proliferare questo mercato parallelo che soffoca quello legale.

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