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«Sbarcai con due figli in grembo ma uno è sparito dopo il parto»

La denuncia di una nigeriana ospite al Cara di Mineo. Procura di Caltagirone apre un’inchiesta

«Sbarcai con due figli in grembo ma uno è sparito dopo il parto»

Caltagirone (Catania) - Se la sua verità fosse davvero la verità, sarebbe agghiacciante. «Rivoglio il mio bambino, hanno fatto sparire mio figlio», dice - in un inglese fluente - O. F. W., 25 anni, nigeriana, ospite da più di un mese al Cara di Mineo. Parla mentre abbraccia una bimba in fasce. Erano due, sostiene, le creature che portava in grembo quando sbarcò al porto di Catania. E adesso c’è soltanto quel piccolo batuffolo nero che stringe forte. Circondata da medici, infermieri, assistenti sociali. E da Rossana, mediatrice culturale, l’angelo che lenisce i suoi tormenti.

Partiamo dalla fine. Il procuratore di Caltagirone, Giuseppe Verzera, ha aperto un fascicolo conoscitivo sull’esposto presentato ieri mattina da O. F., che aveva già sporto denuncia alla polizia, prima a Caltagirone e poi a Catania. La giovane sostiene che dopo il parto, al “Gravina” di Caltagirone, lo scorso 9 dicembre, uno dei due gemelli «è sparito». Senza che nessuno le dicesse nulla. Nemmeno di un’eventuale morte durante il cesareo.

Sarebbe una storia tanto allucinante da non essere minimamente credibile, se la donna non avesse in mano l’ecografia firmata da un medico del “Santo Bambino” di Catania che certificherebbe, con tanto di perizia dei legali del Cara di Mineo, la presenza di due feti vivi e in buona salute in una visita avvenuta appena tre giorni prima del parto. «Li ho visti nel monitor, mentre i loro cuoricini battevano», continua a ripetere.

Qualche passo indietro. O. W., nata e sempre vissuta a Ibadan, nell’estate del 2015 perde il padre e il lavoro. Il destino? Obbligato. «Vado in Libia, dove resto in un campo per molti mesi prima di partire per l’Italia». Lì, nel purgatorio di chi aspetta una nuova vita, a settembre, conosce un uomo del Mali. Nessuna violenza, giura lei. Ma amore. Sei mesi dopo, a marzo del 2016, la notizia: è incinta. Al quadrato. «Ho fatto almeno quattro ecografie all’ospedale “Al-Banuan” di Tripoli - racconta - e mi hanno sempre detto che erano gemelli e stavano bene».

Si arriva allo scorso dicembre. O. W., col pancione, sale su una delle navi dei trafficanti di morte con due vite dentro. Il 5 sbarca a Catania. Il giorno dopo è al “Santo Bambino”. L’ecografia, i due cuoricini. E il consiglio del medico: «Si ricoveri». Ma lei rifiuta perché, sostiene, «non sentivo dolore». Torna al Cara. «Ma stavo male, infatti mi feci portare il cibo in casa».

La mattina del 9 dicembre le doglie e il trasferimento all’ospedale di Caltagirone. Accompagnata da A. Z., un’amica nigeriana conosciuta in Libia. Nella tarda mattinata il parto con anestesia totale. Alle 14, racconta la mamma, è già sveglia. «Chiesi alla mia amica dei bambini e lei mi rispose che aveva visto uscire dalla sala parto due neonati di colore che stavano bene. E così mi tranquillizzai». O. F. racconta di aver chiesto più volte di vedere i figli, «ma nessuno mi rispondeva in modo chiaro e spesso mi dicevano che non capivano la mia lingua, l’inglese...». Dopo quattro giorni l’istinto materno la porta al blitz al piano sopra. «Ho chiesto al medico dei miei bambini. Una signora, poco dopo, me ne mostrò uno solo dentro l’incubatrice. Io scoppiai a piangere. “Ma i bambini erano due, erano due!”, continuavo a gridare». E niente: nessuno le da risposta. L’inglese, l’incomprensione, i gesti, le urla. Ma nessuno che le dicesse mai del perché l’altro gemello non c’era più.

«Quando sono stata dimessa ricordo che io volevo a tutti i costi delle risposte e un medico mi disse, o almeno io ho capito così perché il suo inglese era poco chiaro, che prima i bambini erano due e poi uno perché gesticolando mi faceva capire che aveva avuto difficoltà respiratorie». E conclude: «Poi non so altro, perché nessuno mi ha detto esplicitamente di un eventuale decesso».

Dall’azienda “Gravina” smentiscono questa versione: «In tutte gli atti del ricovero, avvenuto tre ore prima del parto, si evince chiaramente che il feto è uno solo. La cartella è a disposizione della magistratura, sulla quale riponiamo la massima fiducia: dai tracciati si vede la sofferenza del feto, per la quale è stato disposto il cesareo». In tutta la filiera del parto la giovane nigeriana è stata seguita da nove professionisti. «Sarebbe un’associazione a delinquere», sussurrano con amarezza nei corridoi dell’ospedale di Caltagirone per esorcizzare l’impatto mediatico di una denuncia considerata «senza fondamento». Aggiungendo un particolare: il peso della bimba, alla nascita, era di tre chili e 570 grammi. Più che buono, per una neonata. Ma alquanto improbabile, se moltiplicato per due, per una madre che porta avanti una gravidanza così tormentata.

La natura è matrigna, ma soprattutto madre. E adesso saranno le cartelle cliniche che il pm di Caltagirone acquisirà negli ospedali di Caltagirone e di Catania (non è esclusa, se dovesse servire, una rogatoria internazionale per i dati medici di Tripoli) a raccontare la verità. E a risolvere il giallo del bimbo nero c’è non c’è più. O che magari non c’è mai stato.

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