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«La catanesitudine non è qualcosa da cui si guarisce»

L' intervista di "Catania secondo me" a Carmen Consoli

«La catanesitudine non è qualcosa da cui si guarisce»

E perché non l’hai fatto?

«Ci ho provato, ma poi ho fatto come i personaggi verghiani, mi sono ritrovata in pieno nell’ideale dell’ostrica, più mi allontanavo da questo scoglio e più perdevo forza. La catanesitudine non è qualcosa da cui cerchi di guarire».

Dov’è oggi la catanesitudine?

«Tra la gente comune, nei bar, soprattutto in pescheria, dove ho un discreto numero di amici che mi conoscono da piccola perchè mio padre giocava lì in strada con una palla “arripizzata”».

Come si vive in centro storico?

«I primi mesi di vita di mio figlio dovevo uscire con il passeggino. A Catania è impossibile, perché i marciapiedi non esistono. Gestendo anche delle case vacanza, ho dovuto adeguarle abbattendo giustamente delle barriere architettoniche, creare appositamente delle scale, dei bagni idonei, ma mi sono trovata in un imbroglio burocratico difficile da districare. Mi sono chiesta: ma un giovane catanese che dovesse investire in un’attività del genere come fa? Se non riesco già a portare mio figlio con il passeggino per strada, come c’arriva uno con la sedia a rotelle nella mia struttura? Catania, la Sicilia, non aiuta i giovani imprenditori».

Altri problemi?

«I vent’anni di politiche delle tre “I” (impresa, inglese e informatica di Berlusconi ndr) hanno lasciato il segno, non c’è una “C” di cultura sulla quale, invece, dovremmo puntare moltissimo, vedi il Salento con il Festival della Taranta che ha creato una risorsa economica molto importante».

Quindi con la cultura si mangia?

«Diamo pane alla cultura, non è solo roba da parassiti come diceva Brunetta, ma può portare ricchezza e noi potremmo puntare sulla cultura, a partire dalla valorizzazione dei nostri luoghi».

Un esempio?

«Il porto. A Catania il porto è “ammucciato”. Qualche giorno fa ero a Genova e mi sono resa conto che ha delle affinità con Catania, ma lì è tutto basato sul porto. Entri in città e sei sul porto. Chi viene a Catania si aspetta di vedere il mare e, invece, il porto è nascosto, devi veramente conoscere molto bene la città per sapere che c’è un molo dove passeggiare. Noi abbiamo la fortuna di avere un sindaco come Bianco del quale sono molto amica. Con lui sono cresciuta negli anni Novanta e ho visto questa trasformazione della città grazie a un’ottica di valorizzazione degli aspetti culturali. Oggi si cerca di fare la stessa cosa ma c’è l’eredità pesante delle tre “I”. Mi auguro che Catania, come Palermo, possa diventare capitale della Cultura, sarebbe un grandissimo risultato».

Mettiamo che Enzo Bianco ti chiami per proporti di fare l’assessore alla Cultura...

«No, non sarei in grado, faccio quello che so fare, spero di farlo bene e lo faccio per amore. Non penso che un cittadino possa occuparsi di politica e gestire tutta una serie di dinamiche per le quali ci vuole una certa preparazione. I cittadini devono fare il mestiere di cittadini».

E i catanesi sanno essere cittadini?

«Io, lo devo dire? Per me Catania è una città molto moderna su tante cose. Da Roma in giù ha delle architetture, delle idee, nel design, nell’arte, nella musica, in questo tipo di suggestioni, che potresti trovare solo a Milano. Mia madre che ha 71 anni mi scrive “sto andando al pub, ti dispiace?”. Qui si promuove l’aggregazione come strumento principale della qualità della felicità comune, e questa è indubbiamente una forza di questa città». A Catania siamo molto puntuali, molto precisi nel lavoro. Abbiamo un’azienda catanese la "Narciso records", fatta solo di donne, valorizziamo delle aziende catanesi, operiamo benissimo sul territorio anche perché abbiamo la considerevole capacità di saper gestire l’imprevisto, cosa che al nord è raro trovare".

Allora dov’è che sbagliamo?

«Ma, fondamentalmente, non sbagliamo, "Cu mancia fa muddichi". Anzi, penso che in questo momento siamo avvantaggiati, una volta si andava al Nord per lavorare, adesso non c’è lavoro nemmeno lì. Noi stiamo qua e ci inventiamo delle cose, i cittadini del nord stanno soffrendo molto, anche psicologicamente. I disagi, però, sono uguali dappertutto. C’è più munnizza a Catania? E vabbè, me la faccio piacere, alla fine è il valore umano la ricchezza di questa città».

Il famoso capitale umano...

«Certo. L’ho trovato nei medici del pronto soccorso. Ma non perché sono Carmen Consoli. Hanno una capacità, un’empatia, enorme. Quando vai lì non sei un numero. È vero che la situazione sanitaria è disastrosa, ma i medici sono molto, molto, empatici. Questo è il nostro grande capitale, siamo poco narcisisti e molto empatici. Il problema è che non sappiamo fare squadra perché siamo individualisti, ma è un male di tutto l’Occidente come dicevano Bauman o Todorov . Poi, è vero che non siamo capaci di sottostare ad uno “ca ni runa l’òrdini”, perché ognuno vuole comandare e non riusciamo a disciplinarci portando avanti le cose con metodo e coerenza. I giovani che hanno fatto esperienza fuori, hanno acquisito un po’ più di disciplina e infatti quando tornano a Catania e in Sicilia emergono. Oggi rappresentano le eccellenze nel campo dell’agricoltura, delle risorse ecosostenibili...».

Cosa ti dà più fastidio dei tuoi concittadini?

«Quando dimenticano le origini, quando se ne vergognano e dopo due giorni che sono fuori cominciano a parlare chiudendo tutte le vocali. Quando rinnegano le proprie radici mi “smovunu i nervi”, ma non per salvaguardare un atteggiamento folcloristico, è una questione di dignità. L’orgoglio per le proprie radici ci deve essere e non "parrannu sicilianu" con gli ‘mbare, la grammatica dev’essere rispettata da tutti, però le origini sono importanti. Questa città mi sembra molto evoluta, perché nel suo essere così carnale è una città che continua ancora a darti sangue, sudore, qualità nel linguaggio e nello sguardo».

Nel tuo ultimo cd hai scritto di mafia ricordando le stragi del ‘92. Letizia Battaglia che la mafia l'ha fotografata per anni, si è chiesta dov'è oggi la mafia. A Catania dove s'è nascosta?

«Come racconta Emma Dante, "I mafiusi pigghiaru a pistola e a pusarunu”. E come dice Saviano la mafia ha mandato i figli a Detroit li ha fatti studiare e ha trovato nuovi canali per gestire in maniera lecita cose illegali».

Catania è diventata, suo malgrado, città di sbarchi. E’ vera accoglienza?

«Sì. Una volta ho visto un ragazzo giovanissimo, avrà avuto nemmeno 18 anni, forse eritreo, investito da un’auto sotto casa mia. Tutti i catanesi, soprattutto le signore della Civita sono scese per strada a tenergli la man fino all’arrivo dell’ambulanza. E io tra loro, tant'è che lui, stordito per terrà con la testa sanguinante mi ha chiamato mamma. Lì mi sono detta, “io amo questa città”. E’ stata la prova di quanto siamo accoglienti. Non dobbiamo fare per forza gli inglesi o gli americani, possiamo assimilare un po’ dello loro capacità organizzative, questo sì, ma sempre a partire dalla nostra umanità».

Hai detto che i "fimmini su' cumannéri, ma finora una fimmina questa città non l’ha mai comandata. A quando un sindaco donna?

«E’ vero, sulu Sant’Aita. Mah, speriamo presto».

Oggi è ancora S. Agata. Che rapporto hai con la festa?

«La sento molto, molto forte. Mi piace l’idea di questa bambina che tutti proteggono, questa "protezione" collettiva di una fimmina torturata che poi, fondamentalmente, è questo. S. Agata per me è un simbolo anche contro la violenza femminile, è molto molto di moda, attorniata da tutti questi devoti che la proteggono».

Poi magari i devoti tornano a casa e prendono a sberle le mogli...

«Questa cosa Zygmunt Bauman la chiamava “dissonanza cognitiva”, professiamo una cosa e poi agiamo in maniera diversa, una malattia di questo secolo. Se dici che difendi S. Agata a tò mugghieri non la devi toccare nemmeno con un fiore, sennò buttaci le pietre anche a Sant’Aita, devi essere coerente».

Esiste ancora la raggiante Catania o cambiamo aggettivo?

«No l’aggettivo non lo cambio, sono profondamente relativista. Almeno la vitamina D questa città ta duna... ti pare poco? Mi piacerebbe, ma questo vale per tutta la Sicilia, che non ci raccontassero bugie. Per esempio ci dicessero cosa c’è veramente dietro il Muos, per evitare che si finisca come l’Ilva di Taranto con i risarcimenti per le morti dopo 20 anni».

Come immagini questa città nel futuro, quando tuo figlio sarà grande?

«Come Parigi e con un porto tipo Genova. Una città proiettata nell’arte, con una triennale d’arte contemporanea di cui parli tutta Europa, una città in cui le opere che passano dalla Tate o dalla fondazione Cartier di Parigi, prima passino a Catania e poi nel resto d’Europa. Una città d’avanguardia culturale, bella, dove il porto sia aperto a tutti, con tanti festival e iniziative».

Un progetto che appoggeresti?

«Mi piacerebbe che ci fosse un Festival della musica siciliana come quello della Taranta, ma ci vogliono le amministrazioni che si mettono insieme costituendo una rete virtuosa come quella che hanno saputo fare i sindaci della Grecìa salentina. Lì sono superorganizzati. Un progetto del genere lo sosterrei e come me, sono sicura, tanti artisti catanesi. Amiamo questa città e siamo pronti a fare tutto per lei. Noi catanesi siamo giniùsi, Catania punti sulla sua giniusità. Ecco, a "raggiante" aggiungerei "giniùsa" e, speriamo, anche un po' più saggia in futuro».

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commenti 5
  • arcisa

    12 Febbraio 2017 - 19:07

    Gent.ma signora, Leggo troppi luoghi comuni nella sua intervista. Le assicuro che mio padre a Catania in ospedale lo lasciavano morire (per indolenza del personale): ormai "a fattu a sa vita". Ciò non accade nel frigido Veneto. Questo è solo un esempio. Amo della Sicilia l essenza. Lei cade nel folklore. La ammiro S A

    Rispondi

  • mongibel

    12 Febbraio 2017 - 20:08

    L'idea di "aprire" il porto, di renderlo frequentabile e, quindi, fruibile anche da parte dei comuni cittadini e non soltanto da parte degli "addetti ai lavori" mi sembra molto interessante, degna di essere approfondita in maniera molto seria. In effetti, Catania ha il porto, ma per il comune cittadino, come pure , ancor più, per il forestiero (manco da Catania da diverso tempo, forse oggi è più appropriato dire "per il turista") è come se non l'avesse. Ottima idea, Cantantessa! Mongibel

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