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I giochi di una volta: caricabotti, palle di pezza, sciancateddu e ciappeddi

Si aveva poco e ci si divertiva con poco. Amarcord catanese di un'epoca lontana da computer e wi fi

Giochi di una volta, palle di pezza, sciancateddu e ciappeddi

CATANIA - Come si divertivano a Catania i ragazzi di strada subito dopo la guerra? In tanti modi, tutti molto semplici. Io giocavo a calcio con una palla di pezza in piazza Stesicoro, che allora si chiamava Porta di Jaci. Eravamo tutti sui 12-13 anni, di varia estrazione: c’erano i ragazzini come si deve e i “figghi d’inchiappata”. Alcuni di loro finirono in carcere, ma quel tempo era l’età dell’innocenza, anche perché non avevamo ancora 18 anni per entrare nelle case di tolleranza e non sapevamo nemmeno cosa fossero. Era anche il periodo in cui i genitori regalavano ai bambini delle pistole di latta. Entravi da un tabaccaio e compravi per pochi centesimi i “fulminanti” con cui sparavi durante le battaglie finte.

 

C’erano molti altri giochi, uno di questi si chiamava “caricabotti” ed era formato da due squadre di tre-quattro elementi. Fatto il sorteggio, il primo giovane si appoggiava rivolto con la faccia al muro. Il secondo, inchinato, si teneva alla cintura del primo, e gli altri due di seguito, sempre inchinati. A questo punto il primo ragazzo della seconda squadra, gridando “caaarica boootti, a ditta a ditta, viri che vegnu” saliva sulle spalle del gruppetto inchinato cercando di andare il più vicino possibile al primo appoggiato al muro in modo da lasciare lo spazio agli altri compagni. Saliti tutti e quattro si cominciava a contare velocemente fino a venti. Se i quattro che stavano sotto riuscivano a mantenersi in piedi vincevano e quindi si invertivano i ruoli, se invece il peso li faceva crollare dovevano continuare nel loro ruolo.

 

Un altro gioco era quello “de’ ligna”: si adoperavano tre legni, uno di circa cinque centimetri chiamato “madre”, un secondo di circa 20 centimetri chiamato “figlia” e il terzo di lunghezza maggiore chiamato “padre”. Poggiata la “madre” al muro, con il “padre” si lanciava la “figlia” il più lontano possibile. L’avversario di turno rilanciava la “figlia” verso la base dove si trovava la “madre”. Il giocatore con il “padre” cercava di difendere la base dove si trovava la “madre”: se essa cadeva vinceva l’avversario. Era una specie di baseball rudimentale.

 

Invece i “ciappeddi” erano pietre non grandi che funzionavano come per il gioco delle bocce. E se eri a mare alcune pietre dette “cutulisci” servivano per farle rimbalzare sul pelo dell’acqua. Il più bravo era quello che lanciava i “cutulisci” più lontano.

 

Poi c’era il gioco delle nocciole. Dentro una piccola buca si metteva un gruppo di noccioline. I giocatori, spingendo altre noccioline con le dita cercavano si arrivare alla buca: il primo che ci arrivava si prendeva tutto il cucuzzaro.

 

C’era anche il gioco dello “sciancateddu”. Con il gesso si disegnavano a terra otto quadri su cui si poteva poggiare un solo piede per passare ad un altro quadro.Per Carnevale si ritagliava un pezzo di stoffa nera per farne un teschio e lo si colorava con il gesso. Quindi lo si lanciava sulle spalle dei passanti lasciando sui vestiti la forma del teschio. A quel punto per avvertire il malcapitato si gridava “a callà”.

 

Altro scherzo: si faceva passare un filo sopra uno dei fili dell’illuminazione elettrica. Quando in via Etnea passava un signore con il cappello, un ragazzo gli si avvicinava da dietro e applicava al cappello una molletta con il filo, che quindi lo tirava in alto vanamente inseguito dal proprietario.

 

Per un altro scherzo più pesante si adoperava un vecchio vaso da notte, allora di metallo smaltato, e andando dietro ad una signora lo si metteva in testa gridando. “Ciù misi a ’na signura”. Un altro passatempo che i ragazzi di strada avevano era quello di sedersi dietro alle carrozze di passaggio per farsi trasportare, subito dopo si sentiva il fatidico grido: “Gnuri arreri”. Il cocchiere dava un colpo di frusta all’indietro, ma non poteva mai colpire l’intruso che era protetto dalla conformazione della carrozza. Lo stesso accadeva con i tram: ti sedevi sullo spuntone di dietro e sfidavi il tranviere gridando sempre “arreri!”.Una volta mi sedetti dietro un carretto vuoto che stava arrivando dalla fiera: mi arrivò uno schiaffone che mi fece vedere le stelle.

 

Pochi anni più tardi, quando, reduce dal ginnasio al San Giuseppe di Torino, ero già liceale al Leonardo da Vinci (a proposito, mi dispiace che stia chiudendo) giocai al Cibali che non si chiamava ancora Massimino. La mia squadra era quella degli zebroni. Un compagno baronetto di cui non ricordo più il nome, portava il pallone e le maglie, e quindi si era autonominato capitano. Giocava in porta e prendeva un sacco di gol, ma era lui il padrone del pallone? In testa al campionato giovanile c’erano le Frecce Azzurre e la Vinsan. Io ero un’ala molto veloce e segnavo gol in contropiede. Così la Vinsan offrì un posto in squadra a me e a Giovanni La Barbera, difensore centrale. Rifiutammo perché non volevamo tradire gli amici, tanto si giocava per niente.

 

Erano giochi privi di malizia e senza denaro. Era bella quell’età senza peccato vissuta in una città straziata dai bombardamenti, ma con tanta fiducia nel futuro.

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commenti 1
  • mongibel

    12 Febbraio 2017 - 20:08

    Tra i vari giochi merita di essere senz'altro ricordato "u tuppetturu" (la trottola) che si raccoglieva col palmo della mano ben distesa, e, ancora girante, si scagliava contro quello del compagno di gioco. La punizione per chi perdeva erano "pizzate" sul proprio tuppetturu. Altro gioco importante, esclusivamente dei "carusi" (i maschietti) era quello dei "puspiri" che, inizialmente, (subito dopo la Guerra) non erano altro che il davanti e il dietro dei pacchetti di sigarette vuoti mentre dopo vennero sostituite da figurine raffiguranti scene di film con attori, e poi corridori motociclisti, ciclisti e, infine, calciatori. Mongibel

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