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L'inarrestabile emigrazione siciliana e quelli che d'estate ritornano

Nei mesi estivi molti paesi dell’entroterra rivivono grazie al rientro per le ferie di chi è andato via. Un fenomeno che prosegue ancora oggi

L'inarrestabile emigrazione siciliana e quelli che ritornano

FOTO DI ANTONIO PARRINELLO

I numeri: in tanti ancora lasciano l'Isola

di MICHELE GUCCIONE

 

 

PALERMO - La Sicilia rappresentata dal censimento del 1861, quello dell’Unità d’Italia, contava su una popolazione di 2,4 milioni di persone; quella del censimento del 1971 aveva quasi raddoppiato i residenti a 4,6 milioni. I censimenti non dicono, però, che a queste cifre poste ai due estremi di un periodo lungo cento anni, frutto di ben più prolifiche nascite, occorre sottrarre le drammatiche storie di quasi 2 milioni di siciliani che sono stati costretti ad emigrare, di cui quasi 700mila nel solo decennio 1961-1971. Nel mezzo secolo successivo, fino ai nostri giorni, le strade della Sicilia e dei suoi abitanti si sono separate in altri 200mila casi.

 

I tagli più significativi alla popolazione segnalati dai censimenti li troviamo prima fra il 1860 e il 1880, con oltre 100 mila disperati andati a vivere nella sola Tunisia; poi a cavallo fra il censimento del 1921 (4,2 milioni di residenti) e quello del 1931 (3,9 milioni) con un’emorragia di oltre 300 mila persone (-7,5%) fuggite all’estero in cerca di migliori condizioni di vita. Le statistiche non risentirono, invece, del milione e duecentomila persone partite nei primi tredici anni del ‘900, perchè il loro numero fu compensato da un boom di nascite. Addirittura il saldo fu positivo per 14mila unità.
Oggi i siciliani iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, sono oltre 700 mila (il 14,4% del totale) di cui 28 mila originari di Palermo e quasi 19 mila originari di Catania.

 

Gli anni più recenti ci consegnano una ripresa dell’emigrazione siciliana, a partire dal 1989, quando l’eccesso di immigrazioni dal Nord Africa, una disoccupazione sopra il 25% e una Regione incapace di pagare i propri debiti spinsero 18.390 soggetti a emigrare. Poi ripresero le assunzioni agevolate, al ritmo di 40 mila l’anno, frenando le partenze a 6mila nel ‘96 e a 3.279 nel ‘97; quindi la fine degli incentivi regionali riaprì la corsa alle partenze (17.246 nel ‘98 e 17.463 nel ‘99). L’Istat ci dice che negli ultimi anni la Sicilia ha ripreso a spedire all’estero in media ogni anno fra i 10 mila e i 20 mila suoi “figli”. In totale, negli ultimi cinquant’anni, l’Isola ha perso altri 200 mila forze lavoro. Viaggiando a questo ritmo, entro il 2065 altri 348 mila isolani saranno costretti ad andare all’estero, mentre 960 mila si sposteranno in altre regioni per lavorare.

 

Analizzando flussi e “ondate”, l’emigrazione siciliana ebbe gli inizi nell’Ottocento seguendo soprattutto l’espansione coloniale italiana e cercando lavoro in Tunisia, Libia, Eritrea e Marocco. Nel 1870 i siciliani residenti nella sola Tunisi erano cresciuti da 25mila a 80mila. Nel 1889 gli emigrati salirono a oltre 11mila per balzare a quasi 26mila nel 1898 e sempre più aumentavano man mano che si aprivano anche le porte degli Stati Uniti d’America. Se nel periodo 1881-1900 gli espatriati erano stati oltre 221mila, furono quasi 1,2 milioni nel periodo 1901-1913, alla media di oltre 100mila l’anno (ben 127mila nel solo 1906 e 146mila nel 1913). Gli anni della Prima guerra mondiale consentirono solo a circa 45mila persone di lasciare l’Isola. Di nuovo il boom nel 1920 (108mila) e fra il ‘21 e il ‘31 ancora 300mila.

 

Le destinazioni principali non erano più il Nord Africa, ma gli Usa, il Canada, l’America Latina (soprattutto Argentina e Brasile), il Belgio, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e la Svizzera. Negli anni Sessanta, poi, furono gli abitanti delle isole minori a organizzarsi per emigrare in Australia, meta che ritennero più idonea a trovare fortuna, cosa che è accaduta nella maggior parte dei casi. Ma al loro ritorno in patria hanno trovato l’amara sorpresa: le loro case erano state nel frattempo vendute da terze persone che se ne erano impossessate invocando l’usucapione.

 

Oggi le mete preferite sono la Cina, l’India, gli Emirati Arabi, il Medio Oriente, il Giappone, il Sud Africa, il Kenya, la Spagna, la Romania, i Balcani, la Svezia, le isole del Pacifico. Questo perché in un secolo e mezzo è cambiato radicalmente il livello di istruzione degli emigrati. Dapprima partivano braccianti agricoli, operai, artigiani e commercianti; fra gli anni Cinquanta e Settanta a proporsi all’estero erano soprattutto diplomati, laureati, professionisti; oggi a trasferirsi sono gli imprenditori in vena di internazionalizzazione e i laureati altamente specializzati che non riescono a trovare sbocchi perchè le docenze universitarie sono blindate, la ricerca è sottofinanziata, il tessuto imprenditoriale locale è troppo compresso per dare spazio alla creatività dei “cervelli”.

 

Oggi nel mondo sono editi circa 350 giornali in lingua italiana, parlano di emigrati non in tono nostalgico, ma molto critico nei confronti dell’”Amara terra mia” cantata da Domenico Modugno. Infatti, le varie comunità siciliane, ormai di terza e quarta generazione, sparse nel pianeta spesso parlano poco l’italiano e hanno una pessima concezione della Sicilia, per colpa della Regione che le ha spesso illuse o abbandonate, e dei politici che si fanno vivi quasi sempre solo in vista di appuntamenti elettorali. Tant’è che, grazie alle norme vigenti, si sono organizzate eleggendo propri rappresentanti nel Parlamento nazionale e presentando direttamente progetti di sviluppo sia all’Unione europea che al governo italiano. In questo caso si tratta dei discendenti di quei disperati che partivano con valigie di cartone piene di paure.

 

Gli emigrati di oggi, per fortuna meno disagiati ma pur sempre esposti alle intemperanze di norme severe e atteggiamenti non sempre accoglienti, portano curriculum o talvolta contratti per tirocini. L’ultima sfida dell’emigrazione siciliana sarà quella della Brexit: quanti di coloro che vivono da anni in Gran Bretagna potranno continuare a starci? Come potranno vivere due anni con l’incubo di dovere eventualmente ricominciare daccapo? E come si fa a tornare in una Sicilia che più di allora non offre possibilità di occupazione?

  

Futuro diverso è per quei pochi imprenditori che, avendo fatto fortuna all’estero, desiderano concludere la loro esistenza in patria e rimettono piede in Sicilia, prima comprando qualche dimora di pregio e poi avviando attività dotate di know-how e tanto entusiasmo. Hanno fondi e spalle collaudate per sopportare gli ostacoli della burocrazia e le avversità di una terra che “pirandellianamente” si oppone al positivo e “gattopardescamente” finge di accettare i cambiamenti per poi alla fine non cambiare nulla.

 

Per un secolo le navi hanno portato Oltreoceano ingegni, capacità, sentimenti strappati a famiglie che venivano lacerate. Oggi cominciano a tornare indietro i frutti di 2,2 milioni di vite regalate al benessere di altri Paesi, mentre continuano a partire, via aereo, i giovani per la cui formazione abbiamo investito parecchio. Per la Sicilia non c’è verso, a quanto pare, di togliersi il marchio di terra con la maggiore emigrazione al mondo. Un paradosso per una terra costretta dalla sua posizione geografica a diventare, negli ultimi anni, il punto di accoglienza per milioni di migranti, profughi, rifugiati, i nuovi “cervelli” che fuggono dall’Africa e dall’Asia per sfamare le famiglie.

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commenti 3
  • Sense

    09 Settembre 2017 - 12:12

    Da siciliano che torna per le vacanze e ritrova quello che aveva lasciato 30 anni fa e che anno dopo anno vede tutto immobile, vede il cronicizzarsi di tante situazioni. I treni lenti e sporchi, le strade buie e non manutentate, l'incivle ineducazione verso quello che è di tutti. Le strade insozzate, i cumuli di immondizie, le spiagge "libere" di cui si travisa il termine e sono intese libere da sporcare e rovinare. Chi torna, anno dopo anno, vorrebbe trovare qualcosa di diverso che non c'è. La Sicilia ha tutto, mi sento sempre ripetere, ciò che c'e in Sicilia non si trova altrove......tutto vero ma chi torna vorrebbe le spiagge pulite, le città ordinate, i cafoni emarginati, educazione e tolleranza. Ed invece resiste ancora il mito che i siciliani residenti sono i più fighi e furbi. Non funziona così cari amici.

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    • Sig. Rossi

      17 Settembre 2017 - 19:07

      Purtroppo è proprio così, anch'io provo le stesse sensazioni di disagio e tristezza nel constatare, al mio ritorno in Sicilia dal'estero, che non è cambiato quasi nulla e che l'inciviltà la fa da padrona. Pare proprio che certi comportamenti asociali vengano premiati, se ci si comporta in base alle regole e al rispetto degli altri si viene svantaggiati o penalizzati

      Rispondi

  • Sense

    09 Settembre 2017 - 12:12

    Da siciliano che torna per le vacanze e ritrova quello che aveva lasciato 30 anni fa e che anno dopo anno vede tutto immobile, vede il cronicizzarsi di tante situazioni. I treni lenti e sporchi, le strade buie e non manutentate, l'incivle ineducazione verso quello che è di tutti. Le strade insozzate, i cumuli di immondizie, le spiagge "libere" di cui si travisa il termine e sono intese libere da sporcare e rovinare. Chi torna, anno dopo anno, vorrebbe trovare qualcosa di diverso che non c'è. La Sicilia ha tutto, mi sento sempre ripetere, ciò che c'e in Sicilia non si trova altrove......tutto vero ma chi torna vorrebbe le spiagge pulite, le città ordinate, i cafoni emarginati, educazione e tolleranza. Ed invece resiste ancora il mito che i siciliani residenti sono i più fighi e furbi. Non funziona così cari amici.

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