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Sicilia, quel granaio svenduto

Lievitano solo i prezzi di produzione mentre crolla il valore quando si vende

Sicilia, quel granaio svenduto

Catania. Non eravamo il granaio d’Italia. Siamo il granaio d’Italia. La Sicilia è, con la Puglia, il maggior produttore di grano oggi ed è, per questo, una delle regioni italiane che sta subendo maggiormente la catastrofe che si è abbattuta su questo comparto. E che ha fatto scatenare a partire da ieri una nuova “guerra del grano”. Dichiarata a Roma dalla Coldiretti, che in un dossier presentato al Ministero ha raccolto dati, cifre e dolori dei produttori. L’Italia, infatti, resta il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta, che ha un’importanza straordinaria vista l’elevata superficie coltivata, pari a circa 1,3 milioni di ettari per oltre 4,9 milioni di tonnellate di produzione che si concentra nell’Italia meridionale, come detto soprattutto in Puglia e Sicilia che da sole rappresentano il 42% della produzione nazionale.

In Sicilia, spiega Coldiretti, con oltre 81.000 mila ettari Palermo è la provincia dove si coltiva più grano duro. La produzione che supera i 2 milioni di quintali e in totale in Sicilia la superfice seminata a grano duro va oltre i 280 mila ettari. I numeri, dunque, dimostrano che l’Isola è un vero e proprio granaio grazie alla qualità e alla specializzazione raggiunte.

Ma siamo in balìa del solito dramma che si abbatte su tanti comparti strategici della nostra economia agricola. Le importazioni, infatti, in Italia sono praticamente quadruplicate (+315%) dall’Ucraina che è diventato nel 2016 il terzo fornitore di grano tenero per la produzione di pane mentre per il grano duro da pasta il primato spetta al Canada che ha aumentato del 4% le spedizioni. Complessivamente le importazioni di grano duro e tenero in Italia - sottolinea la Coldiretti - sono aumentate del 14% nel primo trimestre del 2016 rispetto all’anno precedente ma la dipendenza dall’estero determinata dall’insufficiente remunerazione della produzione nazionale potrebbe ulteriormente aggravarsi.

“Con questi prezzi gli agricoltori non possono più seminare e c’è il rischio concreto di alimentare un circolo vizioso che, se adesso provoca la delocalizzazione degli acquisti del grano, domani toccherà gli impianti industriali di produzione della pasta con la perdita di un sistema produttivo che genera ricchezza, occupazione e salvaguardia ambientale” ha avvertito il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

A pesare sono le importazioni in chiave speculativa che - precisa la Coldiretti - si concentrano nel periodo a ridosso della raccolta e che influenzano i prezzi delle materie prime nazionali anche attraverso un mercato non sempre trasparente. L'Italia nel 2015 -ricorda la Coldiretti - ha importato circa 4,3 milioni di tonnellate di frumento tenero mentre sono 2,3 milioni di tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero.

Il risultato - denuncia la Coldiretti - è che è fatto con grano straniero più di un pacco di pasta su tre e più della metà del pane in vendita in Italia ma i consumatori non lo possono sapere perché non è ancora obbligatorio indicare la provenienza in etichetta. “E questo nonostante il fatto che la consultazione pubblica on line promossa dal Ministro delle Politiche Agricole abbia certificato che ben l’85% dei consumatori italiani ritiene importante che l’etichetta riporti sempre l’indicazione del Paese di origine delle materie prime” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

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