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Lavoro, al Sud si può restare: sei storie siciliane di chi ci crede ancora

Sono le testimonianze di giovani (dai 18 ai 40 anni) che stanno investendo nella loro terra nonostante la crisi

Lavoro, al Sud si può restare: sei storie siciliane di chi ci crede ancora

È l’ingegnere Michele Calabretta ad aprire questa giornata di riflessione sulle nuove generazioni meridionali. Ex allievo della Scuola Superiore di Catania «la cui contaminazione culturale d’eccellenza è stata la linea guida del mio percorso professionale - dice Michele -. Il mio primo datore di lavoro è stato Ferrari, poi sono passato in Lamborghini e successivamente in Audi, in Germania». Poi il giovane ingegnere etneo ha messo la marcia indietro, scegliendo di tornare nella sua terra quando StM gli ha offerto l’opportunità di «fare ricerca e sviluppo a Catania». In più la terra, «l’ultimo dei miei sogni, una vigna» e la consapevolezza che «fare sistema, lavorare in maniera inclusiva verso le energie positive del territorio, è l’unico modo per cambiare una narrazione stereotipata del Sud».

Giuseppe Guglielmino, invece, si collega via Skype da Milano, dove è impegnato per il Salone del Mobile. «Sono stato fuori 15 anni e poi sono rientrato per dare una mano all’azienda di famiglia la cooperativa Guglielmino - racconta -. Una scelta di cuore? Non basta. Devi avere anche un supporto economico per rientrare al Sud. Noi facciamo intonaci a base di cocciopesto e cerchiamo di innovare nell’edilizia partendo dal patrimonio della tradizione. Vogliamo stare al Sud, ma dobbiamo guardare anche a quello che c’è fuori. A Milano abbiamo portato un progetto che coniuga l’abitazione e lo spazio di co-working. La nostra idea: riunire i giovani e lavorare insieme».

 

Lo storytelling di come coniugare Sud e sviluppo, cultura e creatività, prosegue con Francesco Mannino, presidente di Officine Culturali: «Condividiamo la scelta di scommettere sul territorio in cui viviamo e noi sentivamo il bisogno di prenderci cura del luogo in cui abbiamo studiato e vissuto, l’ex Monastero dei Benedettini. La nostra è un’impresa culturale non profit, dieci dipendenti part time che speriamo possano presto diventare full time. Ci piace l’idea di definirla un’impresa “coesiva” perché abbiamo fatto un investimento anche nelle relazioni tra i nostri operatori e il territorio. Quale futuro vediamo? Le imprese non profit possono avere un ruolo, come le Fondazioni, la pubblica amministrazione deve facilitare certi processi».

Sebastiano Piazza racconta la storia di Terra Siciliae, giovane azienda nata nel 2014 da un gruppo di colleghi universitari, agronomi: l’idea è vendere l’eccellenza siciliana nel mondo, riprendendo la tradizione e innovando. È nato così il cannolo con ricotta di bufala e il kit che te loporta a casa in 48 ore. «All’inizio avevamo puntato tutto sull’e-commerce ma i risultati erano stati deludenti – rivela -. Poi abbiamo capito che dovevamo affidarci a una piattaforma più grande e frequentare le fiere di settore. A Milano l’anno scorso abbiamo venduto 24mila cannoli, ci si sono aperte le porte dei mercati e ora esportiamo in Canada e Cina». Un bel percorso, illuminato dal sempiterno mito di Steve Jobs: «Io - dice Sebastiano - ho sempre davanti la sua frase: stay hungry, stay foolish».

La storia di Giorgio Romeo e del suo “Sicilian Post” è quella di chi nutre il fuoco sacro del giornalismo e ha scelto di farlo nella sua terra, dopo un’esperienza a Torino. «La nostra realtà è nata un anno e mezzo fa - racconta Giorgio - quando mi sono ritrovato davanti a un bivio: restare e o andare di nuovo via? Sappiamo che il mondo dell’editoria è in grande crisi, ma con il supporto della Fondazione Domenico Sanfilippo Editore abbiamo individuato una squadra di giovani under 35 che vogliono fare un giornalismo a contatto con la realtà». Così è nata la bella inchiesta “Generazione 18” un focus sui giovani «che guarda a umori e pensieri di una generazione. Solo il 19% degli intervistati ha risposto che immagina il suo futuro in Sicilia. Ma in questa sede lancio io una domanda: quale prospettive possiamo dare loro?».

Ultimo a scendere nell’arena dello storytelling è Mark Efosa Usiosefe, 18enne, nato a Catania e residente nel quartiere di San Cristoforo. Il suo futuro lo sta costruendo grazie al percorso formativo professionale intrapreso in Archè - Piazza dei Mestieri. «Mi sto formando nella pasticceria e nella panificazione - racconta Mark -. Questa scuola, che mi consigliò un amico, mi ha fatto individuare una strada e mi sta offrendo opportunità, come la selezione a cui ho partecipato per poter lavorare in hotel o ristoranti stellati. Per me sarebbe il massimo».

La sua speranza è quella di una generazione. La prima chiave di volta è sempre e comunque la formazione.

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