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Antimafia, Di Matteo: «Strage via D'Amelio non fu solo questione di mafia»

Il Pm siciliano ha chiesto di essere ascoltato dalla Commissione e ha sollecitato approfondimenti sull'eccidio del giudice Borsellino. "Le indagini avrebbero confermato il possibile coinvolgimento di elementi esterni a Cosa Nostra"

Antimafia, Di Matteo: «Strage via D'Amelio non fu solo questione di mafia»

Il pm Nino Di Matteo

Roma - Le più recenti indagini «hanno fatto emergere elementi di prova che indicano che la strage di via d’Amelio non fu una strage solo di mafia»: per questo il sostituto procuratore nazionale Antimafia, Nino di Matteo, che ha chiesto e ottenuto oggi di essere ascoltato dalla Commissione Antimafia, ha sollecitato politica, magistratura, investigatori e opinione pubblica a fare approfondimenti «sul probabile coinvolgimento nella strage di soggetti esterni a Cosa Nostra».


Non solo: Di Matteo ha detto di temere che «ci sia qualcuno che voglia azzerare, delegittimare, buttare al vento» quanto è stato fatto finora, i 26 ergastoli comminati, «per dire che su via d’Amelio non sappiamo nulla, per non andare avanti». Qualcuno insomma, vuole «abbattere le parti solide dell’impianto probatorio per non ripartire mai più». Invece ci sono parti solide che oggi meriterebbero l’approfondimento, secondo il magistrato, a partire dalle intercettazioni tra Mario Santo Di Matteo e la moglie che invocava il marito di non parlare della strage di via D’Amelio perchè c'erano quelli che lei definiva 'infiltrati della polizià, fino alla presunta presenza di Bruno Contrada in Via D’Amelio, nelle ore vicine alla strage, e alle versioni discordanti, su questo punto, di polizia e carabinieri.


Ma, soprattutto, Di Matteo ha voluto difendersi dalle accuse che gli sono piombate addosso. «Se qualcuno ha depistato in via d’Amelio - ha scandito - andatelo a cercare in chi ha condotto le indagini che hanno portato all’arresto di Scarantino. Non voglio difendere assolutamente le dichiarazioni di Scarantino, ma si tratta di capire come mai queste dichiarazioni false, in quanto fatte da un soggetto non coinvolto nella strage, in parte coincidano con quelle di Spatuzza. Lascia ipotizzare che alcune informazioni vere erano arrivate a chi, per sfruttarle, ha fatto una cosa gravissima, mettendo in bocca a un soggetto che non sapeva nulla, informazioni che, chi aveva ricevuto, riteneva attendibili». «Ma quando vennero avviate le indagini io non ero magistrato ma uditore», ha precisato, sottolineando che nulla sapeva della lettera che la Bocassini mandò nel '94 a Tinebra sulle dichiarazioni di Scarantino. Nella lunga audizione è tornata alla ribalta la vicenda del coinvolgimento di Berlusconi e dell’Utri da parte del pentito Salvatore Cancemi, il quale raccontò che Riina si sarebbe assunto la responsabilità di uccidere Paolo Borsellino, e che citò Berlusconi e Dell’Utri "come soggetti da appoggiare ora e in futuro, e rassicurò che fare quella strage sarebbe stato un bene per tutta Cosa Nostra».


Quest’ultimo passaggio ha fatto esclamare al deputato FdI Marcello Taglialatela che «parlare di Berlusconi come mandante esterno delle due stragi ci pare uno scenario da copione cinematografico». La presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi, ha voluto rassicurare Di Matteo: «Non cadranno nel vuoto gli spunti che ci ha offerto, a tutt'oggi ancora ci sono molti interrogativi, noi vogliamo offrire il nostro contributo, e se non abbiamo aperto una nostra inchiesta è stato per non interferire sul processo trattativa». Per il deputato Pd Davide Mattiello, Di Matteo «ha ragione sulla questione centrale che pone: oggi c'è chi ha interesse a dare un peso eccessivo ad alcuni aspetti della vicenda Scarantino, per metterne altri in ombra. Una specie di depistaggio della attenzione di massa». Mentre, il senatore DI Tito Di MaggIo, si è augurato che Di Matteo da questa lezione «impari a comprendere come ci si senta quando si viene ingiustamente e inopinatamente accusati di fatti non commessi». 

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