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Stato-mafia, dichiarazioni Mancino e dopo giudici in camera di consiglio

L'ex ministro dell'Interno è imputato per falsa testimonianza. «Mai stato tenero con Cosa Nostra»

Stato-mafia, dichiarazioni Mancino e dopo giudici in camera di consiglio

Nicola Mancino

PALERMO - «La mia posizione di contrasto alla mafia è dimostrata dalla mia storia. Non sono mai stato tenero. Ho proposto da ministro dell’Interno lo scioglimento di 54 consigli comunali per infiltrazioni mafiose e nel 1993 mi opposi all’abolizione del carcere duro». Rivendica la linea dura tenuta contro Cosa nostra Nicola Mancino che, prima che i giudici di Palermo entrassero in camera di consiglio per la sentenza, ha reso dichiarazioni spontanee al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Mancino è imputato di falsa testimonianza.


L’ex politico ha ricordato la sentenza emessa a carico dell’ex generale del Ros Mario Mori in un processo «clone» a quello sulla trattativa in cui i giudici sostengono che non vi sia «prova che la Dc abbia modificato al linea di contrasto alla criminalità organizzata». «Non ho mai chiesto di fare il ministro dell’Interno - ha ricordato tentando di smentire la tesi dei pm che vedrebbe nella sua nomina al Viminale uno degli indizi della trattativa passata per un ammorbidimento delle istituzioni verso la mafia - C'era l'esigenza di non lasciare solo Gava, ammalato, e spostarlo alla presidenza del Gruppo al Senato dove ero stato io fino ad allora». Mancino ha brevemente ricordato il suo incontro con Borsellino nel giorno dell’insediamento al Viminale, l’1 luglio del 1992. «Ci stringemmo la mano - ha detto -. Non avemmo nemmeno il tempo di parlare». Infine sullo scontro con Martelli, che l’ha portato all’incriminazione di falsa testimonianza, ha concluso: «perché si crede a Martelli che all’inizio non ricordava neppure se avesse detto a Scotti o a me i suoi dubbi sul Ros e non si crede a me?». 

«A posteriori penso che sarebbe stato preferibile non telefonare a D’Ambrosio. Ero preoccupato, eravamo in piena bufera giornalistica». Mancino si è riferito alle telefonate, intercettate dai pm di Palermo, con l’ex consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio in cui l’ex ministro cercava di evitare il confronto, chiesto dalla Procura nel corso di un altro processo a Mori, con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli. Intercettazioni che, secondo l’accusa, proverebbero il timore di Mancino nell’affrontare davanti al tribunale l’ex collega che aveva dichiarato di avergli espresso già nel 1992 i suoi dubbi sulla correttezza dell’operato del Ros. «Per me era un confronto inutile - ha aggiunto -. E a Grasso (Piero Grasso, allora capo della Dna ndr) non chiesi mai l'avocazione dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia ma solo il coordinamento dell’azione delle sei procure coinvolte nell’indagine. Basti pensare che nessun ufficio inquirente riteneva attendibile Ciancimino, mentre Ingroia, allora alla Procura di Palermo, dichiarava che avrebbe valutato le sue dichiarazioni volta per volta».

Mancino si è riferito alle telefonate, intercettate dai pm di Palermo, con l’ex consigliere giuridico del Colle Loris D’Ambrosio in cui l’ex ministro cercava di evitare il confronto, chiesto dalla Procura nel corso di un altro processo a Mori, con l’ex Guardasigilli Claudio Martelli. Intercettazioni che, secondo l’accusa, proverebbero il timore di Mancino nell’affrontare davanti al tribunale l’ex collega che aveva dichiarato di avergli espresso già nel 1992 i suoi dubbi sulla correttezza dell’operato del Ros. «Per me era un confronto inutile - ha aggiunto -. E a Grasso (Piero Grasso, allora capo della Dna ndr) non chiesi mai l'avocazione dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia ma solo il coordinamento dell’azione delle sei procure coinvolte nell’indagine. Basti pensare che nessun ufficio inquirente riteneva attendibile Ciancimino, mentre Ingroia, allora alla Procura di Palermo, dichiarava che avrebbe valutato le sue dichiarazioni volta per volta». 

«Per lui è stata molto dura - gli ha fatto eco la sua legale, l'avvocato Nicoletta Piromallo - Qui si è tentata una ricostruzione storica, la corte ora ha gli strumenti per valutare le risultanze processuali».

E il pm Nino Di Matteo, storico rappresentante dell’accusa al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia da mesi trasferito alla Dna, è stato applicato all’udienza in cui la Corte d’Assise di Palermo emetterà il verdetto. Il suo passaggio alla Direzione Nazionale imponeva un’applicazione al dibattimento per seguirne la fase finale. Nei mesi scorsi un provvedimento analogo gli aveva consentito di fare la requisitoria nonostante il passaggio ad altro ufficio. Stessa decisione è stata presa per Francesco Del Bene, anche lui pm del pool, anche lui nel frattempo trasferito alla Dna. Oltre a Di Matteo e Del Bene saranno presenti alla lettura del dispositivo Vittorio Teresi, ex procuratore aggiunto di Palermo, e Roberto Tartaglia, pm della Dda. 

Dopo le brevi dichiarazioni spontanee dell’ex ministro Dc Nicola Mancino, la Corte d’assise di Palermo si è ritirata in camera di consiglio per decidere il verdetto da emettere nei confronti dei nove imputati: boss, ex vertici del Ros ed ex politici. 

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