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Caso Shalabayeva, la Procura di Perugia ha chiesto il processo per il nuovo questore di Palermo

Secondo l'accusa, Renato Cortese, insieme ad altre 10 persone, tra poliziotti, un giudice di pace e funzionari del ministero, è responsabile del sequestro della figlia del dissidente del kazachistan Mukhtar Ablyazov

Palermo, a capo della Questura arriva Renato Cortese

Renato Cortese, nuovo questore di Palermo

Quello di Alma Shalabayeva e Alua Ablyazova, la moglie e la figlia del dissidente kazako Muktar Ablyazov espulse dall’Italia il 31 maggio del 2013, messe su un aereo e rispedite in Kazakistan, fu un rapimento: realizzato grazie ad una ininterrotta sequenza di falsi, abusi e omissioni compiuti da funzionari pubblici italiani e diplomatici kazaki.

La procura di Perugia chiede, ipotizzando questo scenario, il giudizio per 11 persone, confermando le pesantissime accuse ipotizzate a vario titolo nell’avviso di chiusura indagini: sequestro di persona e falso. A doverne rispondere sono due funzionari di vertice della Polizia: l’attuale questore di Palermo Renato Cortese, l’uomo che ha preso Bernardo Provenzano e che all’epoca dei fatti era il capo della squadra mobile di Roma, e Maurizio Improta, attuale questore di Rimini e allora capo dell’ufficio immigrazione della capitale.

Oltre a loro, il procuratore di Perugia Luigi De Ficchy, l’aggiunto Antonella Duchini e il pm Massimo Casucci hanno chiesto il processo per il giudice di Pace Stefania Lavore, colei che firmò la convalida del trattenimento nella «consapevolezza», secondo i pm, che quel provvedimento «costituisse un passaggio essenziale della traduzione forzata» della donna in Kazakistan, per i poliziotti della squadra mobile Luca Armeni e Francesco Stampacchia, per gli agenti dell’ufficio immigrazione Vincenzo Tramma, Laura Scipioni e Stefano Leoni, e per tre funzionari dell’ambasciata del Kazakistan: l’allora ambasciatore Andrian Yelemessov, il primo segretario Nurlan Khassen e l’addetto consolare Yerzhan Yessirkepov.


Nell’avviso di chiusura indagini sono 20 i capi d’imputazione complessivi ipotizzati dai magistrati perugini. Una lunga sequela di omissioni e falsi che avrebbero esposto la Shalabayeva al «concreto rischio di subire violazioni dei diritti umani». «Mediante le rispettive, consapevoli condotte commissive ed omissive», sostengono i pm, poliziotti e funzionari kazaki, con il concorso del giudice di pace, avrebbero «privato della libertà personale» la donna, consentendo il suo trattenimento e conducendo la piccola Alua dalla villa di Casal Palocco all’aeroporto di Ciampino «con l'inganno», sostenendo che l’avrebbero portata in questura per farle incontrare la madre.

Ma non solo: una volta in aeroporto, Shalabayeva e la figlia sono state imbarcate sull'aereo noleggiato dall’ambasciata kazaka «contro la loro volontà e nonostante Shalabayeva avesse in più occasioni richiesto asilo e rappresentato lo status di rifugiato del marito e il pericolo per la propria incolumità in caso di rimpatrio forzato».
Un’operazione che già la Cassazione, nel luglio del 2014, aveva bollato come viziata «sa manifesta illegittimità originaria": «la contrazione dei tempi del rimpatrio e lo stato di detenzione e sostanziale isolamento della donna, dall’ irruzione alla partenza hanno determinato un irreparabile vulnus al diritto di richiedere asilo e di esercitare adeguatamente il diritto di difesa». Quanto esplose il caso, l’affaire Shalabayeva sfiorò l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano e costò il posto al capo di gabinetto del Viminale, il prefetto Giuseppe Procaccini e il pensionamento anticipato del capo della segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza Valeri.

I due, sentiti a Perugia, hanno messo a verbale che il ministro fu informato del blitz nella villa di Casalpalocco, per catturare il dissidente Ablyazov e nulla gli fu detto del fatto che quell'operazione portò invece al fermo della moglie e della figlia e alla successiva espulsione, poiché entrambi non sapevano nulla della piega presa dalla vicenda.

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