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Firme false M5S, chiesti 14 rinvii a giudizio. Indagati: «Ci vogliono togliere di mezzo»

Gli indagati sono tre deputati nazionali, due regionali e un cancelliere del tribunale; ad undici di loro i pm contestano la falsificazione materiale delle firme

Firme false M5S a Palermo, chiesti 14 rinvii a giudizio

PALERMO - Tutto in una notte, quella del 3 aprile 2012. In poche concitate ore furono ricopiate centinaia di firme, un grande pasticcio per provare a rimediare a un banale errore su una data di nascita. Firme false per riuscire a presentare in tempo la lista del Movimento Cinque Stelle per le Comunali 2012. Questa la tesi della Procura di Palermo che ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti di 14 persone. Dura la reazione dei tre deputati coinvolti, Riccardo Nuti, Giulia Di Vita e Claudia Mannino: «Ci è chiaro il tentativo di levarci politicamente di mezzo per avere campo libero, attraverso una montatura ben organizzata, che salvo ripensamento del Gup i magistrati avranno modo di smascherare nel processo penale». E puntano il dito contro Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, i due deputati regionali anche loro indagati, che hanno collaborato con i pm. «Le tesi accusatorie che si fondano sulle testimonianze di Claudia La Rocca e Giorgio Ciaccio, le quali, avendone già dimostrato l’inattendibilità per marcate incongruenze, dovranno reggere nel processo - sostengono - Abbiamo fiducia nella giustizia e siamo certi di poter provare la nostra innocenza e i nostri tentativi di contrastare assalti mirati al gruppo politico palermitano».


Alle accuse di doppia morale nei confronti dei 5stelle che arrivano da diversi esponenti del Pd risponde il vicepresidente M5s della Camera, Luigi Di Maio: «Questi tre parlamentari e altri coinvolti sono stati già sospesi in autunno: il M5s arriva prima dei rinvii a giudizio. E anche se il codice etico non lo prevedeva». Ma il capogruppo dei dem alla Camera, Ettore Rosato, non ci sta: «Ma da cosa? Guardate sul sito della Camera, risultano tutti ancora del M5s, intervengono per conto del gruppo, una di loro continua a sedere regolarmente nell’ufficio di presidenza della Camera come loro rappresentante, dopo essersi rifiutata anche di rispondere ai magistrati».


L’aggiunto Dino Petralia e il pm Claudia Ferrari contestano agli indagati a vario titolo, il falso e la violazione di un dpr regionale del 1960 che recepisce la legge nazionale sulle consultazioni elettorali. Dopo essersi accorti di un errore nelle generalità di uno dei candidati della lista, i grillini avrebbero temuto di non riuscire a depositarla non avendo più tempo per raccogliere le firme e quindi di non poter partecipare alle amministrative. Riccardo Nuti, allora candidato sindaco, e un gruppo ristretto di attivisti a lui vicino - Samantha Busalacchi, Claudia Mannino e Giulia Di Vita - avrebbero pensato a un rimedio: correggere il vizio di forma e, vista l’impossibilità di ricominciare la raccolta e raggiungere il numero delle firme, di ricopiare dalle originali quelle già in loro possesso. In una notte convulsa sarebbero state falsificate centinaia di sottoscrizioni. Non c'è la prova che Nuti abbia materialmente partecipato al falso, ma sapeva - secondo i pm - e ha tratto vantaggio dall’operazione in assenza della quale non si sarebbe potuto candidare. Tanto basta per contestargli il reato. Altri attivisti e candidati sarebbero stati presenti o avrebbero materialmente partecipato alla ricopiatura. A loro i pm imputano la falsificazione. Mentre al cancelliere del tribunale Giovanni Scarpello, deputato ad attestare che le firme erano state apposte in sua presenza, si contesta il falso ideologico in concorso con un avvocato, Francesco Menallo, altro esponente grillino, che materialmente gli consegnò gli elenchi delle firme. 

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