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Raffaele Cantone: "C'è chi ha usato l'antimafia come un brand per fini personali"

L'attacco del presidente dell'Autorità anti corruzione durante un incontro all'università di Palermo

Raffaele Cantone: "C'è chi ha usato l'antimafia come un brand per fini personali"

Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, ospite dell’Università di Palermo, non fa sconti e tocca un tasto dolente degli ultimi mesi della cronaca siciliana: «Molte persone si sono improvvisate paladini dell’antimafia e non c'è stata nessuna valutazione sul loro reale operato. L'antimafia - ha proseguito - è stata utilizzata più come un brand per propri fini personali. Si è verificato in Sicilia così come in altre regioni. Bisogna interrogarsi. Tutto questo finisce per creare disdoro all’antimafia vera».

Il presidente dell’Anc è stato chiamato ad un incontro, insieme al prefetto di Palermo, Antonella De Miro, sulle misure di commissariamento anticorruzione nei confronti delle imprese agli

amministratori giudiziari iscritti al Corso di Formazione curato da Giovanni Fiandaca e Costantino Viscontiti

«Se in un Paese c'è un alto tasso di corruzione - ha proseguito Cantone - è normale che gli imprenditori ne tengano conto così come fanno per quando riguarda la burocrazia non particolarmente efficiente. La corruzione limita gli investimenti perché limita la concorrenza». «Sul codice antimafia ho delle perplessità. Sono d’accordo su gran parte della normativa nella forma in cui è stata approvata perché c'è necessità di intervenire sul codice antimafia soprattutto sulla gestione dei beni confiscati. Sicuramente va nella giusta direzione».

«Sono molto perplesso - ha aggiunto - per quanto riguarda l'estensione della normativa antimafia alla corruzione perché credo che si tratti di due istituti diversi e si rischia di snaturare un sistema di prevenzione che ha un suo carattere eccezionale legato alle mafie, credo che sia poco opportuno inserirlo all’interno dell’anticorruzione ma ovviamente è il parlamento a fare le valutazioni». «Il commissariamento degli appalti permette di proseguire i lavori, invece di lasciare i cantieri a metà. Quindi il cantiere va avanti, ma si impedisce al soggetto che corrompe di ottenere un vantaggio dal proprio reato». «L'interesse dello Stato - ha aggiunto - è di ottenere che l'appalto venga portato a conclusione così come quello, anch’esso di natura generale, in base al quale chi ha commesso l'illecito non ne ottenga il profitto».

Il presidente dell’Anac ha sottolineato che «non appena si accertava un illecito, l’appalto si bloccava: serviva allora mettere in campo una idea nuova, che il è commissariamento inteso come un intervento mirato sulla singola commessa».

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