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Sicilia, il “Risiko” per contrallare l’asfalto

Sicilia, il “Risiko” per contrallare l’asfalto

Sicilia, il “Risiko” per contrallare l’asfalto

CATANIA - Interno di Palazzo d’Orléans, ieri pomeriggio. Poco prima della seduta della giunta regionale, prevista per le 17 e poi slittata a oltre due ore dopo. Ma stavolta gli ormai proverbiali ritardi di Rosario Crocetta non c’entrano nulla. Perché il governatore è lì da un bel pezzo. E s’è chiuso, nella sua stanza, con gli assessori e i tecnici. «Non mi è piaciuto proprio come è stata gestita questa storia della frana sull’autostrada». Davanti a lui, oltre ai vertici del Cas, i due assessori coinvolti: Maurizio Croce (Territorio) e Giovanni Pizzo (Infrastrutture), protagonisti di uno scontro sulla causa del disastro sull’A18. Il primo ha dovuto rendere conto e ragione al presidente della sua tesi: un «cedimento del muro perimetrale», che addossa di fatto la responsabilità sulla mancata manutenzione del Cas; il secondo, sornione, va ripete la stessa battuta-mantra: «Oggi in Sicilia l’argomento frane è come quello usato dal cardinale Ernesto Ruffini che diceva: “La mafia non esiste”. Ma sappiamo invece che esiste, così come esistono le frane. L’isola sta franando ovunque, è la cruda verità».  

 

Nel gioco della torre, Crocetta ha buttato giù Croce, fortemente voluto in giunta da Totò Cardinale ma negli ultimi tempi molto vicino ai renziani del Pd. Il presidente s’è vendicato dell’attacco al suo fedelissimo Rosario Faraci (presidente del Cas), con lo smacco di un doppio comunicato stampa. Il primo, già martedì, sulla conferenza di servizi prevista in Presidenza domani alle 15, alla quale sono invitati sindaci, Cas e Pizzo; ma non Croce. Il secondo, ieri pomeriggio, per annunciare urbi et orbi che «il Cas sta operando con una solerzia eccezionale con l’apertura dell’arteria orientale già 32 ore dopo l’evento franoso e affidando per somma urgenza i lavori per la parete occidentale» e che «il governo regionale e il Cas assicurano la tempestiva realizzazione dell’opera per un rapido ritorno alla normale viabilità nel giro di poche settimane».  

 

Tutto è bene ciò che finisce bene? Non proprio. Perché il brusco confronto di ieri nasconde l’apertura ufficiale di una guerra sin qui condotta sottotraccia. Da una parte Crocetta, indefesso sostenitore del Cas. Spalleggiato con vigore da Beppe Lumia, a cui è molto legato il direttore generale Salvatore Pirrone. Non a caso è già sul tavolo dell’assessorato una proposta di modifica dello statuto del Consorzio autostrade, per dare ancor più poteri al direttore generale, trasformando presidente e Cda in organi quasi simbolici. Una proposta che l’assessore Pizzo (dato comunque per uscente dalla giunta, in caso di rimpasto politico) accetterebbe, con la benedizione di un potente deputato regionale messinese molto sensibile alle “cose di Cas”: Nino Germanà di Ncd, ormai quasi un tutt’uno con l’Udc dello stesso Pizzo. Il “super manager” del Cas gestirebbe con più fluidità tutti gli investimenti sulle autostrade siciliane, magari accelerando sull’ipotesi di un mutuo miliardario per completare la Siracusa-Gela.  

 

Ma c’è chi lavora per l’ipotesi opposta.  Primo fra tutto il sottosegretario Davide Faraone. Che ha già chiarito la sua idea: Crocetta deve tagliare le teste dei vertici di Cas e Protezione civile per manifesta incapacità dopo lo scempio di Letojanni. E ieri un uomo di Faraone, il presidente regionale del Pd, Giuseppe Bruno, s’è spinto ben oltre: «Se non sono in grado e addirittura sono loro a chiedere di essere commissariati dal governo nazionale, che senso ha continuare? ». La soluzione: «L’unica cosa seria che la Regione può fare immediatamente è quella di passare all’Anas le competenze del Cas, chiudendo subito questo inutile carrozzone che grava sulla casse dei siciliani».  

 

Il piano sarebbe già pronto. “Spacchettare” il Cas in due parti: una bad company (debiti, contenziosi e pignoramenti per circa 60 milioni) da lasciare alla Regione, assieme al recalcitrante personale. In cambio però, la parte buona del Consorzio siciliano (ovvero gli oltre 90 milioni di pedaggi annui, che salirebbero a 120 con i caselli attivi fra Catania e Rosolini) andrebbe ad Anas. Con garanzia di «efficienza e grandi investimenti» sostengono i promotori della “nazionalizzazione” delle sgangherate autostrade siciliane. Che così sarebbero gestite dal numero uno di Anas, Gianni Armani. Uomo di Matteo Renzi, legatissimo anche a Graziano Delrio. In quest’ipotesi Faraone che diventerebbe il viceré dell’asfalto siciliano. Fantapolitica da (auto) strada? Forse. O forse no.

twitter@MarioBarresi

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