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Galletti: «Il Ponte? E’ un’opera utile

Galletti: «Il Ponte? E’ un’opera utile E sui rifiuti criticità non più tollerabili»

Intervista al ministro dell’ambiente: «Termovalorizzatori, discutiamone»

Galletti: «Il Ponte? E’ un’opera utile  E sui rifiuti criticità non più tollerabili»

Il Ponte sullo Stretto? «Un’opera utile». Eppure, «per avvicinare la Sicilia all’Europa», per il governo nazionale «la priorità va data a tante altre infrastrutture che mancano». È in piena sintonia con Palazzo Chigi, il ministro dell’Ambiente: sì all’opera, ma «prima strade, ponti, ferrovie e impianti di depurazione».

Gianluca Galletti arriva oggi nell’Isola (in mattinata a Messina per l’inaugurazione del Centro ricerche sull’Ingegneria sismica; nel pomeriggio ad Aci Castello per sopralluoghi e incontri sul dissesto idrogeologico) non soltanto con un altro mattoncino di speranza in più per i fautori del Ponte. Ma soprattutto con alcune risposte sulla Sicilia che frana.

«Un piano da sette miliardi in sette anni, di cui 1,3 per le aree metropolitane» per i primi interventi, e «lì ci sono 100 milioni subito per Catania, Messina e Palermo». Che si aggiungono agli 11 milioni di plafond («ma mi impegnerò per raddoppiarlo») per i Comuni che abbatteranno edifici abusivi e costruiti in aree a rischio. Il ministro dell’Ambiente, però, è inflessibile sulle «criticità» della Regione in materia di rifiuti, «antiche ma non più tollerabili», precisando che «non si può dire no ai termovalorizzatori a prescindere». E poi, ricordando che «la mia disponibilità a trovare soluzioni con Crocetta c’è sempre stata» bacchetta Palazzo d’Orléans anche sulla gestione idrica, materia in cui «la Sicilia ha il record poco invidiabile di 175 agglomerati sotto occhio dalla Commissione Ue».

Si mette sulla difensiva, il ministro, quando si parla del flop delle bonifiche nelle aree industriali siciliane («una priorità assoluta, andremo avanti con i decreti e investiremo nuove risorse con regole più semplici») e quando si accenna all’ampio fronte No-Triv siciliano. Al quale manda a dire: «Non si può essere ambientalisti con il nostro ambiente e non con quello degli altri», precisando che «questo governo in quasi due anni non ha dato una sola autorizzazione all’estrazione di idrocarburi». Un altro dei temi caldi toccati nella lunga intervista concessa al nostro giornale è la doppia crisi che vive Gela: riconversione della raffineria Eni al rallentatore e nuovi minacciosi fantasmi sui danni alla salute dei cittadini: «La questione sanitaria - ammette - ci impone di accelerare».

 

Ministro Galletti, arriva ad Aci Castello che, con la sua “collina del disonore”, è uno dei simboli del territorio siciliano sfregiato e oggi più che mai a rischio. C’è una soluzione possibile?

«La collina di Vampolieri espone ogni giorno i cittadini e il territorio a un rischio spaventoso. È una dimostrazione dei danni che ha fatto e continua a fare quella cultura anti-ambientale che ha permesso di costruire dove non si deve, senza imparare nulla dalle sciagure. Bisogna marcare una distanza profonda col passato, saper dire “basta condoni edilizi” e intervenire con decisione contro gli sfregi del territorio. Nello specifico di Vampolieri ascolterò il sindaco Drago, poi vedremo le modalità di coinvolgimento delle istituzioni nazionali. Aggiungo che un articolo del Collegato Ambientale, provvedimento ora alla Camera, istituisce un fondo da 11 milioni di euro per aiutare i Comuni che intendano abbattere edifici abusivi e costruiti in aree a rischio idrogeologico. Mi aspetto che quel fondo sia utilizzato dai Comuni fino all’ultimo centesimo e in brevissimo tempo, a quel punto mi impegnerò anche a raddoppiarlo».

Il 2015 passerà alla storia della Sicilia come l’anno dei viadotti che crollano e delle strade che franano. L’attenzione dell’opinione pubblica è stata sempre più puntata sulla carenza infrastrutturale, ma il cuore del problema è il dissesto idrogeologico. Un mix fra responsabilità della classe dirigente siciliana e disinteresse del governo nazionale. Se non siamo capaci, è ipotizzabile che ci pensi il governo nazionale, non soltanto a livello di fondi ma anche come gestione degli interventi?

«Per troppi anni sono mancate prevenzione, programmazione, chiarezza sulle responsabilità. Questo governo per prima cosa ha reso i presidenti di Regione commissari contro il dissesto, sostituendo le montagne di carta prima necessarie per arrivare ad aprire un cantiere con l’atto unico del presidente-commissario. Abbiamo sbloccato opere per oltre un miliardo rimaste ferme per lungaggini burocratiche e incapacità locali. Poi abbiamo elaborato un piano da sette miliardi in sette anni, di cui 1,3 per i primi interventi nelle aree metropolitane: lì ci sono quasi 100 milioni per la Sicilia da spendere a Catania, Messina, Palermo. Andiamo avanti con le Regioni nella trasparenza e mettendoci la faccia».

Mercoledì a Palazzo Chigi si firma il Patto per lo sviluppo della Sicilia, all’interno del quale gli interventi più significativi sono di tipo ambientale. Ci può dare qualche anticipazione sulle misure specifiche?

«Il Masterplan per il Sud avrà anche una forte componente ambientale. Vogliamo trasformare l’economia del Mezzogiorno, renderla veicolo dinamico di sviluppo. Domani (oggi per chi legge, ndr) sarò anche a Messina per inaugurare il Laboratorio Cerisi, che è un centro universitario di eccellenza su tanti temi come la cura del territorio, le infrastrutture, l’innovazione nella sostenibilità. Vorrei che Messina fosse nota per questo, non perché è rimasta senz’acqua per intere settimane. La Sicilia deve puntare su una nuova portualità, su infrastrutture che colmino il gap esistente, su quel patrimonio ambientale e culturale che rappresenta una speranza di crescita e il lavoro del futuro per tanti giovani».

Anche sui rifiuti l’Isola è fra le maglie nere. Incompleta la riforma degli Ato, differenziata a percentuali irrisorie e tariffe altissime. C’è un livello di attenzione anche su questo settore? Può essere ipotizzabile il commissariamento di cui ha parlato anche Renzi?

«La situazione dei rifiuti in Sicilia sconta criticità antiche, ma non più tollerabili. Con certe percentuali di raccolta differenziata non si può dire no a prescindere ai termovalorizzatori: va detto semmai alle discariche, che vanno cancellate da questo Paese. E altrettanta attenzione poniamo sulla gestione idrica, su cui la Sicilia ha il record poco invidiabile di agglomerati, sono 175, sotto occhio della Commissione Ue. Va alzata l’asticella e la mia disponibilità a trovare soluzioni con il presidente Crocetta c’è sempre stata».

I governi nazionali, però, hanno delle colpe storiche sulle mancate bonifiche delle zone industriali della Sicilia. Qual è il punto della situazione? C’è qualche speranza che i danni compiuti nei decenni soprattutto a Siracusa, Gela e Milazzo possano trovare una giustizia almeno storico-economica?

«Le bonifiche, in Sicilia come nel resto del Paese, rappresentano per noi una priorità assoluta. Sull’isola c’è ancora molto da fare, abbiamo dovuto applicare le disposizioni previste dalla legge sul “silenzio assenso” e allo scadere dei termini andremo avanti con i decreti di bonifica. Investiremo nuove risorse e punteremo su regole più semplici di quelle che ci sono oggi».

La riconversione dell’Eni di Gela è stata considerata dal premier uno dei fiori all’occhiello dell’attenzione per il Sud. Ma a Gela montano le proteste per la tenuta occupazionale, sia per il riemergere dei danni ambientali. Di recente una perizia medica, rivelata da “L’Espresso”, mette in correlazione inquinamento della raffineria e malformazioni. Come si risponde a questo doppio allarme?

«La questione sanitaria a Gela ci impone di fare tutto quanto è nelle nostre possibilità per accelerare l’attuazione degli interventi di bonifica. Il risanamento ambientale è l’elemento centrale e insostituibile di quella riconversione in senso sostenibile della nostra produzione che deve riguardare ogni realtà italiana».

A livello nazionale è rispuntato il tema del Ponte sullo Stretto. Alfano ne fa una battaglia identitaria, Delrio storce il naso, Renzi dice che si farà, ma dopo altre priorità. Lei cosa pensa di quest’opera? Ci sono delle controindicazioni di tipo ambientale?

«Penso che il Ponte sia un’opera utile. Per avvicinare la Sicilia all’Europa oggi però la priorità va data a tante altre infrastrutture che mancano, come strade, ponti, ferrovie e impianti di depurazione. Ci lavoreremo nel Patto per la Sicilia».

Nell’Isola c’è un vasto fronte No-Triv che si batte contro le trivellazioni offshore e sulla terra ferma. La Regione fa spallucce, dicendo che dipende tutto da Roma. Quanto può essere compatibile l’idea di una Sicilia che punta su turismo e bellezza con l’invasione dei petrolieri?

«Il mio Pianeta ideale utilizza solo energia rinnovabile. Però la realtà è diversa, la transizione verso quel mondo è lunga e intanto il petrolio serve. Usciamo da una contraddizione: non si può essere ambientalisti con il nostro ambiente e non con quello degli altri, per cui da noi non si può toccare nulla, ma va bene estrarre altrove nel Mediterraneo, dove sicuramente le norme sono molto meno stringenti di quelle rigorosissime che vigono nel nostro Paese. E in ogni caso, ricordo che questo Governo in quasi due anni non ha dato ad oggi una sola autorizzazione all’estrazione di idrocarburi».

 

L’ultimo dossier di Legambiente fotografa le città italiane come irrespirabili. Sono pensabili delle misure antismog, “imposte” dal governo e non lasciate alla sensibilità dei singoli sindaci, per invertire questa tendenza?

«Misure come le targhe alterne o gli autobus gratis aiutano, ma non bastano: quando ho una malattia, l’aspirina mi fa solo stare un po’ meglio, ma non risolve il problema. Serve un lavoro di squadra con Regioni ed enti locali. Oltre l’emergenza, la risposta “di sistema” è la mobilità elettrica, il biocarburante, un migliore trasporto pubblico con nuovi mezzi ecologici, una maggiore ciclabilità nei centri urbani. So che su questo c’è una forte sensibilità delle Regioni e di sindaci come ad esempio Enzo Bianco».

Dopo l’accordo raggiunto alla Cop21 di Parigi, lei ha detto: «Cambia il corso della storia». Ma quanto crede che possa succedere davvero?

«Ci credo moltissimo. Con l’intesa di Parigi il mondo vira verso un nuovo modello economico: fonti rinnovabili, efficienza energetica, green economy, smart cities. Il futuro è l’economia circolare: dalla logica della produzione di rifiuti e dell’utilizzo sfrenato di risorse naturali a quella del riciclo e della rigenerazione. È un salto di qualità culturale che si chiede a tutti, a partire da amministratori e cittadini. Nell’accordo di Parigi c’è molto anche delle indicazioni che il Papa ha dato nella sua enciclica “Laudato si’”. Papa Francesco ha chiesto un accordo globale, ha fatto un appello forte all’ecologia integrale e dentro quell’accordo questi elementi ci sono tutti. Sta a noi, adesso cambiare il corso della storia con fatti concreti».

twitter: @MarioBarresi 

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