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Faraone: «Su Gela ci sono ritardi intollerabili

Faraone: «Su Gela ci sono ritardi intollerabili ma Renzi manterrà le sue promesse»

Faraone: «Su Gela ci sono ritardi intollerabili ma Renzi manterrà le sue promesse»

La Sicilia boccheggia fra crisi industriale ed emergenza rifiuti. Sui due temi roventi da più parti - sindacati, opposizioni, ambientalisti - s’invoca il convitato di pietra: Palazzo Chigi. A rompere il silenzio è il sottosegretario Davide Faraone, líder maximo dei renziani nell’Isola. In un’intervista senza peli sulla lingua. A partire da un’accusa - su Gela «ritardi intollerabili», ora «chi ha sbagliato deve pagare» - rivolta a «burocrazia e rimpallo di competenza». Ma, se «Eni sta rispettando il cronoprogramma», allora di chi è la colpa? «I lievi ritardi - afferma Faraone - dipendono da alcune indispensabili autorizzazioni, come quelle relative alle bonifiche, che devono essere concesse dal ministero dell’Ambiente». E, da uomo di governo e da proconsole siciliano del premier, gli impegni: dalle «procedure da accelerare» a «soluzioni per questa fase transitoria» per i lavoratori. Con un obiettivo: «Non vogliamo una crisi sociale a Gela». Anche perché «Renzi e il governo ci hanno messo la faccia», dunque «manterremo le promesse». Le stesse che, in materia di rifiuti, stanno dietro il «piano-shock» annunciato da Faraone. Nel quale, oltre all’idea di un unico àmbito siciliano, fra gli «strumenti necessari» c’è anche il commissariamento della Regione, ma soprattutto gli inceneritori “2.0”, «a zero emissioni che permettono di smaltire i rifiuti senza danneggiare l’ambiente», ovvero «impianti di cui l’isola ha bisogno». La risposta alle critiche? «Sono più ambientalista io che gli pseudo-ambientalisti che fanno il tifo per le discariche». Tutto quello che sta succedendo a Gela mette a nudo la profonda crisi dell’industria in Sicilia. Quali sono le responsabilità dell’azienda e quali quelle della politica? «Quali che siano le responsabilità, la questione di Gela deve essere risolta e deve essere risolta rapidamente. Troppo tempo è stato sprecato tra rimpalli e incertezze. La pratica Eni è sulla scrivania del governo nazionale, non a giacere sotto pile di scartoffie ma come priorità fondamentale. Abbiamo preso di petto la questione, investendo in termini di programmi e risorse economiche. Ci abbiamo messo la faccia. Il presidente del Consiglio è andato lì per trovare soluzioni, soluzioni che guardassero al futuro attraverso il progetto di riconversione dell’impianto petrolchimico in una struttura di green economy. Invertiamo la rotta rispetto al passato. Siamo impegnati per mantenere l’occupazione di tutti i circa duemila lavoratori, tra diretto e indotto. Siamo impegnati per tracciare nuove strade di sviluppo e crescita per la Sicilia. E manterremo le promesse».

 

Eni in uno spot dice: «Dove c’era una raffineria abbiamo creato una bio-raffineria». A Gela raccontano un’altra storia: licenziamenti, riconversione-bluff, indotto in ginocchio e dei 50 milioni per la bonifica Isaf nemmeno l’ombra. Qual è la verità?

«Ci sono dei ritardi inaccettabili. La burocrazia e il rimpallo di competenza stanno ostacolando le bonifiche. È chiaro che chi ha sbagliato deve pagare. Ognuno per la propria parte di responsabilità. Ma adesso è arrivato il tempo dell’azione. Stiamo lavorando per fare in modo che il cantiere del nuovo impianto produca occupazione e crescita del territorio. Le due cose sono strettamente connesse, non possono procedere l’una divisa dall’altra. Ci sono le risorse, ci sono i progetti, c’e la programmazione: lo Stato ha predisposto tutto per Eni. Adesso andiamo avanti a ritmi spediti per recuperare il tempo perduto ai danni dei lavoratori. E troviamo soluzioni per questa fase transitoria. Non vogliamo una crisi sociale a Gela: occuperemo anche gli operai per Eni nel mondo e ogni forma di ammortizzatore sociale».

 

La Cgil dice: il governo non stia a guardare la lenta agonia di Gela. Eppure la riconversione della raffineria, ogni qual volta Renzi parla di Sud, viene data per “fatta”. Il premier venne pure sotto ferragosto a benedire l’accordo di programma. Cos’è che non sta funzionando?

«La garanzia del successo della vertenza Eni sta proprio in quella visita di Renzi a Gela. Da allora l’impegno del governo nazionale non è mai venuto meno. E anche il presidente della regione è impegnato in prima fila. Gela è la sua città. E anche il sindaco sta facendo la sua parte. Io stesso ho incontrato più e più volte i soggetti coinvolti per seguire i vari passaggi. Nell’ultimo incontro avuto con Eni abbiamo discusso delle autorizzazioni necessarie per accelerare il processo di bonifica delle aree e dello stato di progettazione della nuova centrale. E proprio quest’ultimo è a buon punto. Per i lavori all’estero stiamo costituendo con le coop indotto Gela un’associazione temporanea d’impresa ma occorre che ci sia un consorzio cooperativo che si occupi della logistica e del commerciale. Come vede, c’è uno sguardo lucido sui nodi principali della questione. E per ognuno, nel caso di criticità, si stanno delineando soluzioni».

 

A Renzi si chiede di accelerare la firma dell’accordo di programma per facilitare la riconversione green della raffineria e la spesa degli annunciati 2,2 miliardi di Eni in Sicilia, avviare le bonifiche e consentire gli insediamenti di aziende private nelle aree dismesse del Petrolchimico. Da Palazzo Chigi c’è la volontà di sciogliere questo nodo?

«Il 22 gennaio (domani per chi legge, ndr) ci sarà una riunione al Mise per discutere della bozza di “Piano per la RiconversioL ne e Riqualificazione Industriale dell’area di Gela”, che costituirà parte integrante dell’Accordo Quadro. C’è tutta l’attenzione del governo per risolvere la questione. E un calendario serrato».

 

Tutti i siti Eni d’Italia sono in sciopero contro la dismissione della chimica, che colpisce duramente la Sicilia e in particolare Priolo. Nell’era della globalizzazione non c’è nulla che il governo nazionale possa fare per arginare questo impoverimento?

 «Il governo sta già facendo. Puntando sull’innovazione, come investimento vincente. Già da qualche anno, attraverso un protocollo di intesa, l’Eni insieme alla Regione Siciliana e alle parti sociali, sta portando avanti un importante piano di investimenti che partendo da Gela, mira alla riconversione degli impianti esistenti in impianti di terza generazione, passando da una alimentazione a carbon fossile, a una alimentazione naturale, a biomassa. E precisamente ad impianti alimentati con il guayule, un arbusto nativo messicano, che trova condizioni ottimali per essere coltivato in Sicilia. Anche la nuova frontiera della chimica sarà legata alla coltivazione del guayule, attraverso l’estrazione della gomma naturale da questo arbusto. Una riconversione sostenibile e innovativa che comporterà un doppio vantaggio, assorbimento della manodopera e beneficio per la salute. E in Sicilia si avvierà una nuova fase, con lo sviluppo dell’agricoltura agroindustriale».

 

Eni, così come hanno già fatto altre multinazionali, avrebbe in teoria il diritto di smobilitare, ma in Sicilia lascerebbe aperto un conto da pagare: i danni all’ambiente e alla salute. Il ministro Galletti, in un’intervista al nostro giornale, ha parlato di «priorità» sul tema delle bonifiche e di «attenzione» su inquinamento e malformazioni.

«Eni sta rispettando il cronoprogramma. I lievi ritardi dipendono da alcune indispensabili autorizzazioni, come quelle relative alle bonifiche, che devono essere concesse dal ministero dell’Ambiente. Mi prendo l’impegno, lavorando di concerto con i vari ministeri, di accelerare le procedure di concessione».

 

Ci sono delle responsabilità della politica siciliana? Dagli anni del “negativismo autonomista” di Lombardo s’è passati alle scelte non sempre coerenti di Crocetta. Che ruolo può avere la Sicilia nel riscrivere la propria politica industriale?

«La Sicilia deve avere una sua politica industriale. Da un’economia da socialismo reale, fondata interamente sull’apparato pubblico, bisogna passare alla costruzione di spazio per le imprese. Politico e pubblico sono entrati ovunque, condizionando l’economia. Bisogna dare spazio a chi ha voglia di investire di poterlo fare. E questa politica deve essere strategica e fare in modo che le imprese eccellenti siciliane diventino leader. Tutto questo può avvenire se lo sviluppo e la crescita dell’isola in questo settore siano coerenti con le risorse umane e professionali del territorio. Tanto possiamo fare creando una reale sinergia tra mondo dell’università, della ricerca e del lavoro. Interveniamo sulle imprese per generare domanda di innovazione, un’area purtroppo interamente ignorata dalla politica. È su questo terreno che ci giochiamo il nostro futuro sviluppo economico: sulla capacità creativa delle nostre aziende e dei sistemi produttivi territoriali, coerenti con le potenzialità del nostro territorio».

 

Quanto ha influito la guida a trazione “confindustriale” dell’assessorato regionale alle Attività produttive? Le aree ex Asi allo sbando e l’attrattività dell’isola pari a zero sono soltanto due delle espressioni della desertificazione industriale. Non c’è possibilità di cambiare verso?

«Si può cambiare verso alla desertificazione industriale cercando di attrarre investimenti diretti. Creando una sinergia positiva nelle riforme nazionali da completarsi, si possono realizzare strumenti di marketing territoriale. Ma il cambiamento deve essere più articolato: miglioriamo le infrastrutture e i servizi, potenziamo l’istruzione, rafforziamo il tessuto imprenditoriale. Ci sono tante risorse economiche che vanno utilizzate e spese bene, non con la mentalità assistenzialistica in stile Cassa del Mezzogiorno. La nostra generazione deve essere la generazione che mira a uscire dalle regioni Obiettivo Convergenza. Dobbiamo e possiamo farcela con le nostre gambe».

 

Un altro tema che comunque è legato allo sviluppo è quello dei rifiuti. Lei ha parlato di un piano-shock per risolvere il problema alla radice. Cosa intendeva?

«In Sicilia si continua a gestire la questione dello smaltimento dei rifiuti con gli stessi sistemi vecchi di decenni, sistemi che hanno portato l’isola al collasso. Continuiamo a parlare di discariche quando ovunque in Europa sono un ricordo del passato. Basta restare ostaggi dell’immobilismo. Impauriti dal progresso. Usciamo da questo Medioevo senza fine. Quando parlo di interventi shock parlo di un cambiamento culturale radicale. Sì alla differenziata ma una differenziata fatta seriamente. L’obiettivo europeo è del 65%, noi siamo al 12% e per di più in calo rispetto agli anni precedenti. Sì a impianti di recupero energetico, basati su moderne tecnologie e a impatto zero. Proviamo a guardare i rifiuti non come elemento a perdere ma come risorsa su cui investire».

 

In queste ore si parla di commissariamento della Regione, clamorosamente inadempiente sui rifiuti. Quanto passerà: giorni, ore? O è una questione più lunga?

«Ogni volta che si è discusso in Regione sulla questione della gestione dei rifiuti ci si è scontrati con totem ideologici che hanno arrestato qualsiasi passo in avanti. Inceneritori sì, inceneritori no: un dibattito completamente ingessato. Esistono ormai ovunque impianti a zero emissioni che permettono di smaltire i rifiuti senza danneggiare l’ambiente. Questo inutile dibattito ideologico non ci fermerà nella realizzazione di impianti industriali, impianti di cui l’isola ha bisogno. Finora sono stati creati tanti Ato quante le poltrone da moltiplicare. Senza mai pensare all’efficienza di un servizio che i cittadini pagano caro. Le nostre tasse sono le più alte di Italia. Io sarei per la realizzazione di un unico ambito che metta fine a sprechi, costi eccessivi e poltrone dedicate ai soliti noti. Massima sinergia con il governo regionale per trovare soluzioni definitive, ma non si può perdere neanche un minuto. Adotteremo tutti gli strumenti necessari per chiudere questa partita e per chiuderla subito, compresi i commissariamenti. Nei quattro mesi che ci separano dalla proroga individuiamo soluzioni di medio termine e stabiliamo tempi e modi di realizzazione di nuovi impianti industriali a impatto zero».

 

L’altro aspetto è come liberarsi della parte di rifiuti non recuperabile. Le idee in campo sono due: il piano con sei mini-inceneritori dell’assessore Contrafatto e la mappa del governo Renzi con due termovalorizzatori più grandi nell’Isola. Qual è la strategia più giusta?

«Questo dibattito non mi appassiona. La cosa importante adesso è realizzare gli impianti. Lavoreremo, governo nazionale e governo regionale, per trovare soluzioni definitive idonee. Tecnologiche, innovative e attente all’ambiente e alla salute dei cittadini. Sono più ambientalista io che penso agli impianti come terminale per i rifiuti che tanti pseudo-ambientalisti che fanno il tifo per le discariche, quanto di più inquinante ci possa essere al mondo».

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