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Il cuffaresimo, il cuffarismo e quel candore delle cornacchie

Il cuffaresimo, il cuffarismo e quel candore delle cornacchie

Totò e i suoi ex amici. Ecco la vendetta coi cannoli (indigesti) agli “stepchild” pd

Il cuffaresimo, il cuffarismo e quel candore delle cornacchie

Ché poi, se vuoi davvero parlare di Cuffaro (lui muto starà dopo quello che ha combinato, anche se da qui al Burundi, biglietto per il 30 maggio, tutto può succedere: Veltroni docet), non è che devi chiedere informazioni a questi cuffaristi del Pd. Sebbene la Totò’s list, quella autentica, sia un segreto di Pulcinella (copyright Erasmo Palazzotto di Sel, che propone ai grillini un’alleanza), non puoi certo infilarti nel pollaio dove i buoi dicono cornuti agli asini (cit. Antonello Cracolici contro Giuseppe Bruno, ma vale per tutti contro tutti) e viceversa. No, qui si deve cercare altrove. Fra i cuffariani. Quelli veri.

 

Perché c’è una differenza fra loro e i cuffaristi, così come c’è un abisso fra il cuffaresimo e il cuffarismo. Ora verremo e ci spiegheremo. Ché poi, se davvero la dobbiamo dire tutta, questo brodo primordiale del Pd cuffarizzato una mezza minestra riscaldata è.

 

C’è più di un ottimo cronista palermitano che questa mappa l’ha scritta così tante volte da averla stampata in testa, nome per nome. Persino Riccardo Iacona, di persona personalmente, piantò le tende in Sicilia per diversi giorni e realizzò un reportage per PresaDiretta sul Pd acchiappavoti, che solo con gli scarti del montaggio ci si può impreziosire un intero magazzino di teche Rai.

 

«E poi Totò queste cose le ha sempre dette e pensate», va ripetendo un suo carissimo amico catanese. Le ha pure smozzicate uscendo da Rebibbia. E allora dov’è la novità? Direbbero i buoni vecchi maestri di mestiere: qual è la notizia? Sono tre.

 

La prima è che Cuffaro quella frase - «i miei si sono spostati con Renzi» - l’ha pronunciata, per la prima volta, forte e chiaro. La seconda è che l’ha vergata nell’intervista all’Huff, neo-agorà dei dibattiti demchic. La terza notizia è che l’esternazione è uscita adesso. In un preciso momento storico. Col governo nazionale imbrigliato fra banche e unioni civili; con le tessere nascoste nell’armadio da Renzi come Renzo (Montagnani) faceva con Edwige (Fenech); col partito che sente sul collo il fiato che puzza di latte dei grillini nella corsa alle grandi città. E poi Cuffaro parla di Sicilia: un continente, un modello, un laboratorio.

 

Quando qualcuno scopre qualcosa altrove - ieri a Viterbo è scattato il metal detector su presunti iscritti irregolari - e poi volge lo sguardo all’Isola e scopre che quella cosa successa altrove qui è già vecchia. Equilibri instabili da tempo; il Crocetta-quater appiccicato con saliva tradimentosa; il plenipotenziario dei renziani, Davide Faraone, che non vede l’ora di rottamare (eufemismo, non solo per i 31 anni del rivale) il segretario Fausto Raciti. Il quale, di fronte a pochissimi testimoni, tutti pronti a confermare, nella visita- blitz del 28 novembre 2014, fu così salutato da Renzi in persona: «Giovane compagno Raciti! Ci sei anche tu? Vieni con noi! Dai: veloce, scattante, così ti voglio». Eravamo dentro l’incubatore d’impresa Telecom. E quelle tre parole - «giovane compagno Raciti» - servono a spiegare, oltre alla faccia schifata del segretario-gentleman che a Roma chiamano “Dalemino”, tutto quello che è successo in Sicilia da lì in poi. Ma la faccenda s’ingrossa. A parte il premier-segretario, sempre più schifato dalle cose di Sicilia, nel Pd hanno parlato (o balbettato) tutti i capibastone. Di maggioranza e di minoranza. Persino il mitico Miguel Gotor è diventato, nelle ultime ore, un dotto esperto di isolitudine.

 

Ché poi, in una terra dove Salvatore prendeva un milione e 800mila voti, chi volete che non sia stato cuffariano e ora, magari, è cuffarista pentito. Pietrangelo Buttafuoco - che di Vasa-Vasa non ha mai nascosto il rispetto, anche nei tempi in cui non era per nulla di moda, ha il pezzo in canna. Lo scrive. Ma non oggi. Accogliamo il suo cameo in questo ragionamento da Bar dello Sport di Raffadali. O di Leonforte, a lui piacendo.

 

«Quel che sta succedendo in Sicilia con i cuffariani del Pd mi ricorda un preciso momento storico: la fuga dei fascisti da Mussolini». Con una differenza: «Benito finì come finì a piazzale Loreto. Mentre Totò è vivo». E lotta insieme a noi. Dum? «C’è soltanto un piccolo particolare - ghigna Buttafuoco - e cioè che tutte le neo-verginelle del Pd ora sono in crisi. Perché la chiave della cintura di castità ce l’ha lui, Cuffaro...».

 

I cuffariani e i cuffaristi. La chiave, non del cinturone, tutta lì sta. Dei secondi non bisogna fidarsi. Perché i cuffaristi sono tutti impegnati nello sport olimpico più in voga in questi giorni nel Pd: il lancio del cannolo. Una gara a chi lo tira più distante, il simbolo politico-dolciario del deluge di Totò. Per rinnegare un passato che è da poco sbucato da Rebibbia col lenzuolo in testa.

 

Colpo di scena: in un sondaggio in mano ai centristi alleati del Pd, oltre il 60% dei siciliani sbotta che Crocetta peggio di quelli lì - Cuffaro e Lombardo - è ora come ora. Ché non dice bugie, Faraone, quando paragona Totò a Vialli, che «oggi commenta le partite in tv»

 

Tre vite parallele, biografie alla mano. Quando il 26 settembre 1991 Salvatore, giovane virgulto democristiano dell’Ars, litigava a Samarcanda con Michele Santoro, davanti a un allibito Giovanni Falcone, il Gianluca nazionale, già in Nazionale, tornava dall’amichevole a Sofia (Bulgaria-Italia 2-1) nella quale s’era fatto espellere all’89’; Faraone, allora quindicenne, studiava da perito chimico. E quando Cuffaro veniva eletto a furor di popolo governatore di Sicilia, correva l’estate 2001, Vialli lasciava la Juve per andare al Watford nella First Division inglese; nell’autunno di quell’anno cambiava la vita di Faraone: sostenitore della mozione Fassino (toh, c’erano ancora i Ds...), eletto nel consiglio comunale di Palermo con 1.591 voti. E non toccateglielo, Vialli, a Mirello Crisafulli - uno che dal suo partito veniva trattato come un Pasquale Bruno qualsiasi, anche quando gli faceva vincere ogni coppa e ogni scudetto disputati a Enna - perché «i campioni si lasciano in pace». Non come hanno fatto con lui. Che manco il commentatore oggi vuole fare: «Mi occupo di altro», dice l’indaffarato deus ex machina della facoltà romena trapiantata a Enna Bassa. Ma manco un secondo di telecronaca? «Questi sono falli di confusione, perché qualcuno, a partire da Faraone, ha fatto molte minch... e adesso la butta in caciara».

 

Mirellu è un ex Pci-Pds-Ds e ora Pd che non ha mai rinnegato l’amicizia con Cuffaro. La sua visita in carcere è ormai letteratura, oltre che materia per i pm. Ma quanti sono che se ne vergognano dell’amico uscito di cella? Il miglior Tripadvisor degli ex uomini del presidente è Saverio Romano, già golden boy di Totò e oggi braccio destro di Verdini dopo aver fatto il ministro a Berlusconi.

 

Nel pomeriggio manda un “pizzino” a qualche cronista: erano gli appunti per affrontare l’intervista con Huffington Post. Non si fa, onorevole! Ma gliela perdoniamo perché il contenuto è succoso, seppur non inedito. Basando il discorso sul canone della «ipocrisia», ci fornisce - era ora! - il senso della doppia dimensione che cercavamo. Orbene, il «cuffarismo» (il «famigerato modello politico coniato all’epoca del dileggio») è cosa ben diversa dal «cuffaresimo» (cioè l’«essere stato o di essere ancora amico, sodale, beneficato dal Cuffaro medesimo»). Fatta questa premessa, ecco i soliti noti nella Romano’s List: cuffariani fedeli, ora cuffaristi pentiti. Dal presidente regionale del Pd, Giuseppe Bruno («mio successore alla guida dei giovani dc, voluto fortemente da Cuffaro per la sua capacità di essere presente ogni mattina alla di lui corte») all’ex sindaco di Agrigento Marco Zambuto, per cui «l’affetto di Totò era anche dovuto alla familiarità dell’onorevole Angelo La Russa suocero di Zambuto e compare di nozze oltre che primo mentore di Cuffaro». Si arriva al pezzo grosso, «il Caronte». Totò Cardinale, oggi patròn di Sicilia Futura, battezzata da Lorenzo Guerini in un bagno di folla a Catania. Cardinale, «democristiano e manniniano come lo fummo io e Cuffaro con lui cresciuti e da tempo sulla rive gauche», ora «si è inventato un taxi collettivo e ha raccolto all’Ars più deputati di quanti ne eleggemmo Musumeci e io».

 

E giù l’elenco, manco fossero debitori di Riscossione Sicilia: «Gianni, Tamajo, Totò Cascio, Sudano, Lo Giudice». Fedelissimi di Salvatore e poi salvatori di Crocetta, prima di finire tutti (o quasi) nel centrosinistra a trazione Pd. A proposito di Saro da Gela: «Ha imbarcato la Lantieri, una che con Cuffaro non smetterà mai di essere amica».

 

Totò - all’epoca come PippoBaudo - l’ha inventata lui, Luisona. La «difese e votò fino a portarla a una manciata di voti dallo scranno di Bruxelles». Poi Romano frena: «Mi fermo, evito di infierire». Ché, alla fine della fiera, il problema non è esserci. Ma farci. Ci viene in mente uno slogan: «Distinti, ma non distanti». Lo ripeteva la buonanima di Linuzzo Leanza. Amico-assessore di Cuffaro, delfino-vice di Lombardo, Richelieu-Pirlo di Crocetta. Misura e forma, distanza e sostanza. Il candore delle cornacchie, è il libro scritto da Totò in carcere, dov’è stato rinchiuso dal 17 luglio 2011 al 13 dicembre 2015 - non dimentichiamolo mai - per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra. Concorse allo “Strega”, non lo vinse. Ma quel titolo - quel delizioso ossimoro - è più che mai profetico.

 

Sembra volesse raccontare il Pd siciliano di oggi. Ché poi, se usurpiamo la tesi del nostro Carlo Anastasio (“La lingua italiana e le mutande inglesi”), il problema non si pone più. O meglio: non si sarebbe posto. Se Totò da Raffadali, con un pizzico di quell’«ipocrisia» di romaniana memoria, non avesse parlato come mangia. «Stepchild adoption», doveva dire Cuffaro parlando dei “suoi” nel Pd. Tanto - a parte la Cirinnà, Giovanardi e un altro paio - nessuno sa cosa significhi, nevvero. «Adozione dei figliastri», l’ha però chiamata Totò senza latinorum. Voleva dire: quelli dell’utero affittato dal Pd. I quali hanno rinnegato, ormai, la madre naturale.

 

twitter: @MarioBarresi

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