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L’Isola dei fumosi, un reality pirandelliano

L’Isola dei fumosi, un reality pirandelliano

Il viadotto da “inaugurare” (che poteva essere aperto mesi fa) e i Patti con i sindaci (senza Città metropolitane) i simboli di una Sicilia dove il virtuale sostituisce la realtà. Dimenticando i flop, le incompiute e le guerre nel Pd

L’Isola dei fumosi, un reality pirandelliano
Soltanto sull'Isola dei Fumosi può scatenarsi il panico per un innocente, seppur vaghissimo, tweet presidenziale: «Riapriamo una delle arterie a quattro corsie chiuse dopo i crolli degli scorsi mesi». Così cinguettò, mercoledì scorso, Matteo Renzi, annunciando la sua visita di oggi in Sicilia. Negli uffici dell'Anas serpeggiò subito la paura dell'ignoto. «Contiamo nelle prossime ore di capire a cosa si riferisse il presidente», fu la prima risposta ai giornalisti. Intanto, sulla cartina (reale) delle inaugurazioni (virtuali) partiva la spasmodica ricerca. Con l'imbarazzo della scelta, fra strade-groviera e viadotti collassati. Il toto-nastro, un avvincente gioco di società fra cronisti sul pezzo, «entourage del sottosegretario» e spifferai magici ministeriali. Sarà lo Scorciavacche, sulla Palermo-Agrigento, sbriciolatosi poco dopo l'apertura? Macché, è l'eterna incompiuta Gela-Agrigento. Contrordine: trattasi del raccordo che da Caltanissetta porta sull'A19. 
 
E invece no. Nulla di tutto ciò. 
Eppure è un simbolo. La riapertura di una corsia del viadotto Himera sulla Catania- Palermo, officiata oggi da Renzi, è un simbolo. La bandiera che sventola sull'Isola dei Fumosi. 
 
L'opera "inauguranda" è un tratto di A19 che «poteva essere riaperta già mesi prima», dicono sommessamente gli ingegneri di Palermo. I solerti tecnici dell'Anas, compulsati dall'importanza dell'evento, hanno concluso «verifiche tecniche » e «analisi strutturali» in tempo da record. Verdetto: la carreggiata direzione Palermo può essere riaperta. E oggi riaprirà. 
 
Una gaffe dei guru della comunicazione? Un corto circuito con i proconsoli siciliani? 
Forse non lo sapremo mai. Anche se qualche cazziatone sarà pure volato, sull'asse Roma-Palermo. 
Eppure abbiamo la netta percezione che i giorni - frenetici, caotici, pressappochisti - vissuti alla vigilia della visita del presidente del Consiglio siano la Tac di questa terra. L'ansia da prestazione, in attesa dell'illustre ospite, diventa un potentissimo acceleratore (ma anche unboomerang) politico-mediatico. Il virtuale che dev'essere trasformato, per esigenze di copione, in reale. 
 
Renzi, nonostante un'evidente idiosincrasia per la classe dirigente siciliana (compresa gran parte di quella del suo Pd), arriva con le migliori intenzioni. Alcune, come trapela, le svelerà oggi: sono «investimenti nel settore della new economy», uno dei quali di Enel nell'Etna Valley sulle energie rinnovabili. Ne parlarono già Prodi e D'Alema; speriamo sia la volta buona. 
 
E il premier arriva anche con una vagonata di fondi (un miliardo e mezzo, fra Palermo e Catania) per la firma dei due Patti. Un lunghissimo elenco di progetti, ben ordinato nelle celle di un file "Excel", che non inventa nulla di nuovo. Semmai rinfaccia alla Sicilia una lunga storia di incapacità: opere pensate, finanziate e mai partite. Molte delle quali le ritroviamo nei due Patti; speriamo sia la volta giusta. 
In onore del giorno di festa abbiamo già dimenticato gli attimi di indicibile panico seguiti alla nota di Palazzo Chigi, che, sommessamente, ci faceva notare come i sindaci metropolitani di Palermo e Catania (e perché la derelitta Messina no?) non avrebbero potuto firmare i Patti con Renzi. Per un semplice motivo: i sindaci metropolitani, in Sicilia, non esistono. Perché ciò che nel resto d'Italia è reale qui è virtuale. La rottamazione delle Province, annunciata in anteprima nazionale da Rosario Crocetta nel salotto di Giletti, s'è arenata nel pantano dell'Ars. Con 6mila dipendenti agitati e centinaia di precari a rischio. E vaglielo a spiegare a Renzi («magari qualcuno gliel'avrà spiegato e se viene comunque ha un significato», sostiene qualche dem malizioso) che lo stesso identico atto che firma in Campania o in Puglia rischia di essere carta igienica in Sicilia, perché qualcuno s'è tolto il capriccio di sgambettare Enzo Bianco e Leoluca Orlando, obbligandoli alla giostra delle elezioni per ricoprire un ruolo che da Reggio Calabria in su è automatico.
 
Perché qui siamo autonomi, speciali. Creativi. E cocciuti: due tentativi di riforma e due impugnative di Palazzo Chigi. 
E oggi, in una metamorfosi kafkiana, saranno proprio gli odiatissimi Bianco e Orlando - precipitosamente assurti ad «autorità urbane», una supercazzola spaziale per poter officiare il rito - a firmare i Patti con «piena legittimazione». In due luoghi-simbolo. Il Bellini, nella Catania dei teatri affogati dei debiti; e l'ex deposito tram, nella Palermo del fallimento della Ztl. 
 
Ma li firmeranno, i Patti. Scongiurando la presenza di Crocetta, che - istituzionalmente fuori dal "Matteo party" di oggi, rimbalzato dai buttafuori renziani all'ingresso perché «non è in lista» - provava a imbucarsi mettendoci dentro i commissari regionali. «Io andrò alla commemorazione di Pio La Torre, un evento a cui non avrei rinunciato manco se veniva Obama», sibila Rosario. Che, però, smentisce ogni contrasto con Palazzo Chigi: «Piena sinergia, facciamo squadra». 
 
Sinergia. Come quella sul ricorso annunciato e rilanciato dal governatore contro l'impugnativa di Roma sulla riformabis delle Province. Mentre la maggioranza che sostiene il governo regionale (o meglio: la maggioranza della maggioranza), che, dopo aver impallinato il recepimento della riforma nazionale, adesso, come per magia, si dice persuasa di voler «applicare la Delrio». E molti di questi personaggi, del Pd e dei cespugli renziani, saranno presenti, a Palermo e a Catania: tutti in prima fila sorridenti, per farsi notare da Matteo. Prima di tornare a scannarsi; da domani in poi. 
Fare squadra. Come per i rifiuti, ennesimo flop dopo il miliardo perso (e poi riacciuffato da Roma, in attesa di perderlo ancora, prima di essere magari riciclato in un altro file "Excel") per reti idriche e depuratori. E ora sotto con la spazzatura: un altro commissariamento dietro l'angolo. Crocetta ha detto che «non ve n'è alcun bisogno»; poco prima la sua assessora (renziana) Vania Contrafatto al governo nazionale aveva illustrato la necessità del commissariamento stesso. Ma il sottosegretario Claudio De Vincenti ha dato un ultimatum che scade proprio in queste ore. Il destino è segnato, compresi i termovalorizzatori. 
 
Come per gli Ati (ex Ato) idrici, già enti colabrodo con veleni e guerre di poltrona a sgocciolare. 
Fare, dopo e male, le cose che si potevano fare prima e meglio. È una regola aurea dell'Isola dei Fumosi. Il viadotto sull'A19, certo. Oppure i treni: scoprimmo l'"alta velocità", seppur in versione sicula, quando la regione restò spaccata in due. Tutti sulle rotaie, con percorrenza finalmente non da littorine. Stupendo, perché non pensarci prima? Nemmeno il tempo di chiederselo e siamo già tornati alla triste realtà: ieri il Palermo-Catania ha impiegato 3 ore e 50 minuti. Come non detto, abbiamo scherzato. 
 
E quindi Renzi - oggi, in mancanza di meglio - dovrà accontentarsi dell'Himera. Magari dopo aver lanciato gli investimenti sulla new economy e poco prima di «deporre un fiore sulla lapide di Pio La Torre», come annunciato ieri sera, a conclusione del Consiglio dei ministri, forse per recuperare un vuoto di memoria antimafia - nell'Isola dei Fumosi materia scivolosissima è - già rintuzzato da un tweet di Davide Faraone. 
Renzi non andrà a Termini Imerese. Vertenza del dopo-Fiat «risolta» da quasi due anni nelle slide presidenziali; soltanto lunedì, per quella che il sindaco Salvatore Burrafato definisce una «coincidenza messianica» con la visita di Renzi, entreranno le prime 25 tute blu di Blutec.
 
Né il premier sarà a Gela, che aspetta la riconversione in "Green Refinery", spuntata nell'elenco delle cose fatte mentre lì siamo ancora ai preliminari. Non spiegherà, come gli chiedono i giovani della Cgil, perché il Jobs Act in Sicilia non s'è nemmeno sentito. Né potrà soffermarsi, in ossequio dell'Autonomia e dello Statuto, sul perché da noi il turismo arranca e i beni culturali sono nel degrado. 
Parlerà di Ponte, magari darà rassicurazioni su un nodo cruciale: i 500 milioni promessi, poiché dovuti, da Roma per chiudere il bilancio ballerino della Regione. 
 
Ma poi, poche ore dopo il suo arrivo, andrà via. Blitz, tweet, selfie. Tutto velocissimo. 
Come la visita di un crocierista sull'Isola dei Fumosi.
 
Prima di fuggire. A gambe levate. Lontano. Dalle cose - noiose, oltre che incomprensibili - di Sicilia.
Il reality pirandelliano, stasera, sarà già finito.
E a noi non resterà altro che la realtà. 
twitter: @MarioBarresi

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