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IL RACCONTO

Paolo "il normalizzatore" e il miracolo dell'eruzione interrotta

Paolo "il normalizzatore"  e il miracolo dell'eruzione interrotta

In uno dei giorni più grigi del renzismo, con Matteo ferito al cuore dall’inchiesta sul babbo Tiziano, poco dopo l’epoca delle scissioni tristi e poco prima d’un congresso non allegro, arriva a Catania la pantagruelica sobrietà di Paolo il Normalizzatore. Che fa eccitare come delle antilopi i cronisti politici intruppati a Palazzo degli Elefanti con una frase (che se l’avesse detta quel toscanaccio del suo predecessore non l’avrebbero manco battuta le agenzie). Gentiloni dixit: «Mi rendo conto che in questi giorni io possa apparire e fare la parte del marziano, uno che non si rende conto. Ma vi assicuro che mi rendo conto della difficoltà, chiamatele turbolenze (addirittura!, ndr) se volete». E risponde, «concentrato sul governo», con «re-spon-sa-bi-li-tà». Assicurando che c’è «una maggioranza solida» e quindi bisogna «trasmettere un’idea di stabilità».

 

Ecco, questa è la misura della sommossa garbata. Di Paolo il Normalizzatore, la cui visita nella città del suo «amico Enzo», in assoluto «la prima in una città del sud», ha effetti taumaturgici. Non importa quanto voluti, poiché ottenuti.

 

Sì, certo. Perché d’improvviso le curve delle scosse vulcaniche avvertite in tutta l’Isola diventano una linea. Piatta. Tutto, come per incanto, diventa normale.

Normale. Come incrociare all’ingresso del salone Bellini, salendo dalla scalinata di Palazzo degli Elefanti, l’accoglienza del cerimoniale affidata alla coppia - normale, come fosse una coppia di fatto - formata dalla ministra Anna Finocchiaro e dall’arzillo cavaliere Luigi Maina.

 

Normale. Come dimenticare, almeno per tre ore, la del Pd. Tutti assieme. Sorridenti. I pastori e le pecore della transumanza congressuale; gli stranieri ambiziosi, moltiplicatori di tessere, insieme con gli indigeni autarchici, guardiani della propria poltrona. Integralisti renziani e renziani smarriti; orlandiani ante Orlandum e neo-orlandiani; emilianani in progress ed emilianiani a loro insaputa. La vera rivoluzione è la normalità. Niente slide fanfarone, ma discorsi fanfaniani. E anche l’accoglienza, da Matteo il Caldo a Paolo il Freddo, cambia. I gimme five diventano strette di mano; gli sculettamenti derubricati a sobri annacamenti; lo sgomitare confuso, adesso, è un ingabbiato sciamare nella poltroncina rossa con didascalia d’autorità.

 

Normale. Come l’incantesimo d’un pomeriggio di fine invero, in cui tutto sembra tornare al suo posto. Sotto il Liotru un contestatore - uno solo! - che per giunta non urla. Autosterilizzato. Quasi se lo abbraccerebbe, infine, quel premier petaloso. Intanto, lassù - lì dentro, nella sala vip - niente più sgarbi, in un ribollire di garbo. Niente più veleni dalle svariate inchieste: gli indagati stringono la mano agli inquirenti; anche la singolar tenzone sulla Super Camera si scioglie in un cameratesco aplomb: il confindustriale Ivan Lo Bello (gran rientro a Palazzo) e il confcommerciale Pietro Agen si salutano, perfino, seduti uno davanti all’altro. E così - evviva Paolo il Normalizzatore - anche la batracomiomachia delle Regionali diventa un acquerello tenue ed ordiato. L’auto-candidato Rosario Crocetta non va al municipio dall’auto-non-candidato Enzo Bianco, ma saluterà il premier a Passo Martino. Il comunque-candidato Davide Faraone toglie ogni imbarazzo: non c’è; né al comune né all’Enel Lab. Così come Antonello Cracolici, quasi-candidato. A proposito: qualcuno, malizioso, legge come una proposta subliminale le parole rivolte da Gentiloni al sindaco. Cosa sono il suo indugiare sulla longevità di Bianco, le lodi alla «tenuta fisica e politica» nonostante «un impegno che dura da così tanti anni»? Non certo un invito alla pensione, tanto più da un premier che gli ricorda «rapporti antichi di amicizia». E allora? Al Nazareno se ne parla ancora: Enzo a Palazzo d’Orléans. Lui dice no. Ma qualcuno spera che il suo sia un vorrei, non vorrei, ma se vuoi...

 

Normale. Come lo story telling - forse sì: questo un filino troppo renziano - di Bianco su una città «orgogliosa del nostro passato, ma che guarda con speranza al nostro futuro». Niente powerpoint, ma una serie di immagini. Che partono dall’Italia vista dallo spazio in uno scatto dell’astronauta etneo Luca Parmitano - e quindi foto partigiana è - in cui l’Isola è enorme e l’area commerciale “cinese” di Misterbianco sembra quasi Manhattan. Prospettiva suggestiva, sognante. Deformata? Forse sì, ma ci sta; in questo pomeriggio di autocoscienza collettiva.

 

Normale. E rassicurante. Come il filmino in vhs della «gita sul Vulcano, con la neve, vent’anni fa» evocata da Gentiloni. Lui, Paolo, insieme con Enzo e Pasquale Pistorio, monumento vivente dell’Etna Valley. Dettaglio non trascurabile: l’indimenticato Mr StM è in sala, ad applaudire. «Tornerò a maggio per una bella vacanza», dice all’uscita. Lasciandosi dietro il dubbio che il suo Avvento a Catania - ormai evento raro - sia qualcosa di più che un atto di presenza.

 

Normale. Come il colloquio - in salotto, bevendo latte di mandorla e spremuta d’arancia - dei 12 “apostoli” della catanesità scelti da Bianco per incontrare il premier. La suora di Librino, la preside di San Cristoforo, il biologo assunto come autista dell’Amt, il disabile, la pensionata, la disoccupata in fuga, lo startupper. Voci che il premier ascolta. Prendendo appunti. In silenzio.

 

Un silenzio rassicurante, prima ancora che noioso. Godiamocelo, finché dura. Tanto - dopo i saluti, al tramonto - è già finito. Il silenzio dei Gentiloni.

Twitter: @MarioBarresi

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