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Regionali, per i Dem c'è la pazza idea Pietro Grasso

L'ex procuratore di Palermo e presidente del Senato è considerato l'unico in grado di sfidare i grillini nella corsa a Palazzo d'Orléans

Regionali, per i Dem c'è la pazza idea Pietro Grasso

Catania. Di questa «pazza idea» - per ovvie ragioni di opportunità precongressuale - di certo non se ne potrà parlare mercoledì, fra i pochi ottimati siciliani attovagliati insieme con Matteo Renzi e Luca Lotti, nella colazione romana che doveva restare riservatissima ed è invece di dominio pubblico.

Ma a Roma, della «suggestione che potrebbe diventare una cosa seria», se ne discute già da un bel pezzo. E precisamente da quel tiepido pomeriggio dello scorso autunno. Quando, in piena campagna referendaria, Pietro Grasso ricevette la proposta di «un impegno per il bene della Sicilia e dei siciliani». Candidarsi a presidente della Regione, come «uomo autorevole e prestigioso delle istituzioni». In campo. Scendendo dallo scranno più alto di Palazzo Madama, per diventare la «soluzione vincente», il «punto di riferimento per mettere d'accordo tutto il Pd e il centrosinistra»,
con l'ambizione di «aggregare altre forze moderate».

La risposta del presidente del Senato, licatese d'origine e palermitano d'adozione, fu monosillabica: «No». Ma è nei dettagli - lo sguardo, il tono della voce, il sorriso non di circostanza - che alcuni dei suoi interlocutori, fra i quali l'allora premier-segretario Renzi e il ministro Angelino Alfano, intravvidero un margine, silenzioso quanto angusto, di percorribilità. Da quel giorno in poi, il discorso non venne più affrontato con tale esplicita chiarezza.
Eppure più volte evocato in salotti e palazzi; a Palermo, ma soprattutto a Roma.
Oltre che rinfrescato, nei pour parler con i fedelissimi di Grasso, dagli irriducibili sognatori di centrosinistra.

Sono trascorsi pochi mesi. Che, per i tumultuosi bioritmi della politica odierna, corrispondono a un'era glaciale. Al referendum ha stravinto il No; Matteo non è più né premier né segretario del Pd, ma punta a rientrare dalla porta principale sia a Palazzo Chigi sia al Nazareno; le elezioni politiche, all'epoca date per anticipate al 100%, si faranno nel 2018: febbraio o addirittura in primavera. Gli unici fattori immutati sono il voto per le Regionali (che precederà le Politiche, forse il 5 novembre prossimo) e la perenne guerra fra bande nel Pd siciliano. L'auto-ricandidato Rosario Crocetta non perde occasione per accapigliarsi con Davide Faraone. Che ormai, anche facendo tesoro di utili consigli romani, ha deciso di farlo cuocere nel suo brodo. Ma il sottosegretario, capo dei Matteo-boys di Sicilia, s'è messo un altro nemico in casa: l'assessore Antonello Cracolici, neo-iper-renziano, in asse col segretario regionale Fausto Raciti, già in moto con il medesimo mantra delle primarie invocate da Faraone. La premiata ditta Totò Cuffaro-Gianfranco Micciché ha spaccato il centrodestra, isolando Nello Musumeci. I grillini, intanto, volano nei sondaggi: ben oltre il 35%, anche se Giancarlo Cancelleri trascorresse in Burundi i mesi di campagna elettorale.

E allora che si fa? Si aspetta.
A Palermo. Ma soprattutto a Roma.

Un'attesa operosa, però. Dopo il trionfo di Renzi nella corsa con le tessere, il 30 aprile arrivano le primarie nazionali del Pd. Due appuntamenti in cui i dem (ma anche gli alleati di Sicilia Futura, il cui leader Totò Cardinale ieri ha rottamato Crocetta) si sono contati e si conteranno. Anche in prospettiva delle Regionali. Un altro test decisivo, soprattutto per misurare le aspirazioni di Faraone e Cracolici, saranno le Amministrative di Palermo.

Ma i corteggiatori di Grasso non vorrebbero aspettare giugno. Per rilanciare la «pazza idea». Chiedendo un'altra volta «l'impegno della vita» alla seconda carica dello Stato, ma stavolta prospettandogli «una ricompensa commisurata a un grande sacrificio politico» in caso di sconfitta. Tutto ciò, magari, succederà a maggio. Con l'ex-neo-segretario Renzi più che mai deciso a «occuparsi in prima persona» dell'Isola. Superando la fisiologica idiosincrasia per le cose di casa nostra. In nome dell'effetto-domino che il voto siciliano potrà avere, nel bene o nel male, sulla partita di Palazzo Chigi. «Piero è l'unico per cui gli altri farebbero un passo indietro, ma soprattutto è l'unico che può battere i grillini», ragionano al Nazareno.

Convinzioni. Fondate su due diversi tipi di sondaggio. Uno - demoscopico - sul livello di notorietà e fiducia del presidente del Senato, il siciliano più amato dai siciliani dopo Sergio Mattarella; un altro - politico - sull'esistenza di un fronte già ben più ampio del centrosinistra (dagli alfaniani più recalcitranti fino alle pecorelle smarrite delle greggi moderate) che sosterrebbe l'ex procuratore di Palermo. E allora, oltre al reprice capitolino della richiesta di «un impegno per la Sicilia», magari i "viaggi della speranza" dei leader siciliani si faranno più frequenti verso la mèta del distinto palazzo in viale Strasburgo. Con la speranza, sempre meno malcelata, di compiere la missione impossibile senza prolungare le visite nel buen retiro del presidente Grasso a Mondello.

«Dobbiamo convincerlo prima dell'estate», è l'obiettivo dichiarato.
A Palermo. Ma soprattutto a Roma.
Twitter: @MarioBarresi

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