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Licata, il Palazzo maledetto riapre le porte fra sospetti e voglia di ricominciare

Licata, il Palazzo maledetto riapre le porte fra sospetti e voglia di ricominciare

Licata, il Palazzo maledetto riapre le porte fra sospetti e voglia di ricominciare

LICATA - E allora come la mettiamo con il prossimo sindaco? «Non mi interessa più uno capace, me ne basta uno onesto». Se fosse soltanto rassegnazione allo stato puro, allora sarebbe fastidiosa come quella folata di scirocco che mette i brividi sulla banchina del molo. E invece è qualcosa di diverso. C’è un retrogusto agrodolce - fra il cinismo di una realpolitik sfrontata e il fatalismo di un’ironia salvifica - che ti lascia attonito. Eppure bisognoso di sapere, di comprendere. «Mi basta un sindaco che sta al municipio a fare il sindaco», taglia corto Angelo Lauria, pensionato con l’aria di quello che la sa lunga, prima di scomparire - manco il tempo di tirare fuori il taccuino! - come un miraggio in una sera di primavera acerba e malmostosa.  

 

«Uno normale», le ultime parole che rimbombano sordide. Ma perché accontentarsi? Dopo una pizza da red carpet e quattro chiacchiere al porto, ci accoglie un’intera notte di turbolenti sospetti, solo in parte sedati dal frenetico ristoro di Google. Il risveglio, con vista sul mare adesso più calmo e sul cimitero dans l’eau dove vien voglia di prenotare un loculo a futura (anzi: futurissima) memoria, è un po’ come Ciàula che scopre la luna, nonostante quel sole alto e più rassicurante del giorno prima. Perché per capire cosa succederà a Licata il 31 maggio e il 1º giugno bisogna capire cos’è successo finora. E non è soltanto una questione di statistica, con quel dato in apparenza balzano - oltre 42mila chiamati al voto, più dei 38mila residenti - spiegabile con il numero esorbitante di residenti all’estero, più di 12mila iscritti all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero), che fa dei licatesi nel mondo la comunità più grande d’Italia nelle città non capoluogo di provincia.  

 

Saziato il dubbio anagrafico, arriviamo alla “maledizione” dei sindaci. Gli ultimi due sono stati arrestati e poi, in una situazione che ingolosirebbe Pirandello quanto Camilleri, hanno governato da esiliati, con l’obbligo di dimora fuori da Licata. Primi cittadini allontanati dalla città, eppure in carica in situazioni diverse ma altrettanto grottesche. Il primo fu Angelo Graci, arrestato nel novembre del 2011 con l’accusa di corruzione aggravata: una presunta tangente di 6mila euro per il concerto di Dolcenera alla festa del patrono Sant’Angelo. Il Gip gli applicò la misura del divieto di dimora e il sindaco (poi assolto in primo grado, con la Procura che ha fatto ricorso in appello) andò a vivere, e a governare, in una villetta di San Leone, sul litorale di Agrigento, a 40 chilometri dalla sua stanza in municipio. Nel gennaio del 2014 toccò ad Angelo Balsamo, eletto al primo turno col sostegno del Pdl nella tornata della primavera precedente: testimonianze fasulle per gonfiare gli indennizzi delle polizze che maneggiava nella veste di assicuratore. Corruzione in atti giudiziari e truffa le accuse, poi in parte ridimensionate, per le quali scattò la sospensione del prefetto e il medesimo destino toccato al predecessore. Balsamo lasciò Licata e dimorò nei pressi del castello di Falconara, a Butera.  

 

Ecco perché quel signore incontrato al porto era disposto a chiudere un occhio sui superpoteri da amministratore con la bacchetta magica, «purché sia onesto». Adesso, al netto delle vicende giudiziarie che non passeranno alla storia per un tasso di gravità assimilabile al Mostro di Firenze («hanno fatto cose da “scassapagghiari”, se si deve rubare meglio rubare assai», è la pessima massima che ascoltiamo al bancone del bar), è legittimo che i licatesi abbiano la voglia e la necessità di ripartire con un primo cittadino “normale”. E, in apparenza, hanno l’imbarazzo della scelta fra sette aspiranti. Potevano essere addirittura nove, visto che altri due si bruciati al fotofinish per problemi con scartoffie e firme. Ma i sette in campo - anche per contrastare l’antipolitica e la disaffezione, qui ancor più forti che altrove - hanno trascinato un esercito di candidati consiglieri (447), spalmati su 16 liste.  

 

Chi sono i temerari che provano a varcare quella porta per rompere la maledizione nella città dei sindaci galeotto? Quasi tutti, qui, dicono che il favorito - al quale lasciamo facoltà di fare gli scongiuri, anche quelli più triviali - sia Pino Galanti. È alla sua prima esperienza in politica, ma non è di quelli della serie «passavo di qui per caso». Lo sostengono il Pd (che non ha avuto il coraggio di proporre un suo uomo, forse perché non ne aveva la forza) e l’Ncd in una riproduzione dell’alleanza nazionale, con un’abbondante spruzzata di “orfani” di Raffaele Lombardo e dell’autonomismo che fu. Galanti, 65 anni, è primario di Farmacia al Civico di Palermo. E non a caso il suo mentore è Carmelo Pullara, potentissimo manager sanitario (anche al Civico) in tempi di colombe grasse dell’Mpa, oltre che candidato sindaco a Licata, con scarso successo.  

 

Due anni fa Pullara sostenne l’ultimo sindaco ammanettato ed esiliato. Ma non fuori gioco. Perché Balsamo è di nuovo in campo. Con il suo delfino, il vicesindaco Angelo Cambiano, 34 anni, fra i più accreditati sfidanti di Galanti e degli ex alleati del gruppo Pullara. Il giovane imprenditore prova a incollare quasi tutti i cocci di un centrodestra frantumato, con i partiti - Forza Italia soprattutto - nascosti fra le civette delle liste civiche. Cambiano fa la corsa su Galanti. Non a caso, nel corso di un confronto pubblico fra i candidati, tira fuori - quasi facendo cascare il discorso per caso - delle pesanti accuse, il primo colpo di scena della campagna elettorale. Parla di «compravendita di voti», di «spartizione di poltrone», di «posti di lavoro per il figlio, per il nipote, per il parente e per l’amico», oltre che di «altri giochetti» a cui dice di non volersi prestare. Sarebbero i sassolini di capitolato, qualunquisticamente perfetti per un comizio, se Cambiano non aggiungesse, sempre con apparente nonchalance un paio di postille su formazione delle liste e ricerca di voti. Parlando di «estensione oraria di infermiere e contrattisti» e di «far passare visite ai ragazzi». Tanto quanto basta per far allarmare quelli di “A testa alta”, l’associazione organizzatrice del confronto, che invoca l’intervento di magistratura e forze dell’ordine. Ma, visto che mentre Cambiano parlava tutti guardavano Galanti e quelli della lista “Il Domani”, il primario ospedaliero è costretto a rompere gli indugi. «Gravi affermazione diffamatorie e calunniose» da parte di chi «è disposto a fare qualsiasi illegittima accusa pur di tornare ad amministrare il Comune quasi fosse una necessità improcrastinabile», sbotta il candidato col camice bianco. Costringendo l’accusatore Cambiano a un passo indietro piuttosto goffo: «Quello che ho detto sul palco altro non è che quanto appreso in questi giorni di campagna elettorale tra le voci di cittadini correnti nelle pubbliche vie, nelle piazze e nei bar». Troppo poco per prefigurare un nuovo tintinnio di manette, insomma.  

 

Ben più esplicito, in tema di legalità, allora è stato Gianluca Mantia, ferroviere già in lizza nel passato con Rifondazione, il candidato più di sinistra che dice cose di sinistra. E denuncia la presenza della mafia quasi ovunque: in «chi obbliga i nostri parenti a candidarsi», nei «negozi che chiudono per partecipare alle riunioni», nella «gestione di acqua e rifiuti» e nel business degli immigrati che a Licata «ha nomi e cognomi» e magari «dei parenti illustri come il suocero di un ministro». Mantia infiamma le piazze, ma due anni fa prese lo 0,97%. Non è lui l’avversario più temuto dai big, così come non lo è - a sentire gli entourage dei papabili - neanche Gianluca Cotta, innovativa proposta grillina. Il Movimento 5 Stelle, che due anni fa non si presentò, è riuscito a ricomporre le divisioni nei vari meetup licatesi e prova a rompere gli equilibri anche col la massiccia presenza di deputati regionali e nazionali. Più competitivo, allora, è il ritorno in campo dell’ultimo sindaco di Licata con la fedina penale illibata: Angelo Biondi, in sella dal 2003 al 2008, ex An poi transitato nell’Mpa, ex consigliere provinciale e assessore al Turismo del presidente Eugenio D’Orsi. Un “usato sicuro”, con la carrozzeria rinfrescata da qualche faccia nuova nelle liste e negli assessori designati. Potrebbe essere lui, il terzo incomodo.

 

O magari Giuseppe Ripellino, da sempre fedelissimo del deputato regionale Totò Cascio, in consiglio comunale da vent’anni, con un quinquennio da presidente. Sfortunato nel sostegno ai candidati a sindaco («ha sempre scelto il cavallo perdenti», dicono), ha avuto negli scorsi giorni un grave lutto in famiglia che potrebbe penalizzarlo al rush finale, nonostante il sostegno dell’altro ex sindaco “esiliato”, Graci, e di un’alleanza che mette assieme Fratelli d’Italia e Sicilia Democratica. L’altro outsiderda non sottovalutare è Giuseppe Montana, ex consigliere provinciale e comunale, anch’egli ciminiano, dirigente della Regione con molte amicizie influenti tra le quali quella di Totò Cardinale che lo appoggia con il Pdr.  

 

La partita, comunque, è aperta. E, fra quelli che si vantano di non aver mai sbagliato un pronostico nel toto-sindaco, sono in molti a pensare che si arrivi a un ballottaggio che potrebbe sovvertire gli equilibri come insegna la storia elettorale licatese. Chiunque dovesse vincere, oltre al gabinetto da disinfestare dai fantasmi del passato, si troverà un bel po’ di cerini accesi. A partire dal pasticcio della Tari, lievitata in modo esorbitante secondo una delibera lacunosa con le cartelle poi sospese fino al prossimo 15 luglio per commercianti che dovrebbero pagare fino a 43mila euro, come nel caso di un mobilificio. Dovrà parlare con i “No Triv” che si battono contro l’Eni, il prossimo sindaco, così come con i “No Peos” in trincea contro le pale eoliche al largo del porto. Che, una notizia buona c’è, gode di ottima salute fra i progressi dello scalo turistico e la ripresa della cantieristica, erede dei maestri d’ascia licatese, con decine di occupati locali. Magari accarezzerà il sogno dell’aeroporto, il prossimo primo cittadino, ma una delle urgenze è la sete dei produttori delle serre (melone e pomodoro buttigghieddu i prodotti principali) che, in assenza di un mercato ortofrutticolo, ogni anno pagano 10 milioni di euro per stare a Vittoria.  

 

Ma il senso più profondo di tutti i problemi è «la marginalità», come dice Maria Grazia Cimino, anima di Cittadinanzattiva. Strade, sanità e cultura le carenze più gravi per le quali «nonostante Licata abbia un potenziale immenso, vede scappare i giovani ma anche quelli di mezz’età». Il simbolo è «una volontaria tedesca del Tribunale del Malato che s’è messa a fare lezioni di lingua a un ex emigrato, ritornato e ora neo-emigrante». Cimino invoca «spirito d’accoglienza, crescita culturale, partecipazione e legalità». E un ingrediente segreto: «Il senso, smarrito, della bellezza». Una donna pulita e battagliera. Che, si capisce dall’accento, è licatese solo d’adozione; seppur da decenni. Riuscirà nella missione impossibile di convincere i suoi concittadini a non accontentarsi di un Sindaco La Qualunque?

twitter: @MarioBarresi

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