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La provocazione di Buttafuoco: «In Sicilia

La provocazione di Buttafuoco: «In Sicilia un referendum per abrogare l’Autonomia»

L’intervista: «Il butt... di Presti? Fatto vero, ecco la mia fonte»

L’intervista: «Il butt... di Presti? Fatto vero, ecco la mia fonte»

La provocazione di Buttafuoco: «In Sicilia un referendum per abrogare l’Autonomia»

Dobbiamo parlarne.

«Oddio, di cosa? »  

 

Chi di buttanesimo ferisce, di buttanesimo perisce...

«Sì, ho letto l’intervista ad Antonio Presti. Di lui mi parlano benissimo due persone: Ottavio Cappellani, una firma del tuo giornale; e un romano, Massimo Arlechino, che lavorò all’Oasi di Troina e conobbe Presti e le meraviglie che ha saputo creare».  

 

Vi siete incontrati una volta sola.

«Vero è. A Capo d’Orlando, in una rovente sera d’estate, ospiti di un amico comune. Potei restare solo cinque minuti in quella casa. C’era un caldo terribile, avevo bisogno di tornare in albergo per rilassarmi per il mio tour. E lui, Presti, mi congedò questa battuta assai simpatica: “E che, coitus interruptus fu? ”... ».  

 

Veniamo al punto: la scena di Presti che apostrofa Crocetta per farlo scendere dai giornalisti è vera? O è marchetta da marketing da astuto giornalista-scrittore?

«Basterebbe la personalità assai spiritosa e sontuosa nell’immaginario di Presti a confermare l’episodio delizioso che comunque mi fu raccontato da un testimone... ».  

 

Un giornalista. Chi? Fuori la fonte...

«Ben più che un semplice giornalista. È uno dei protagonisti dei capitoli più delicati che in tutta Italia tengono col fiato sospeso in tema di legalità e di lotta alla mafia. Uno che gli mangia in testa a un Crocetta qualsiasi! Allora, la spiritosaggine su di me conferma quel racconto. Era spiritoso, non aveva nulla di volgare. Non una sola riga di omofobia, nel mio pezzo sul Fatto Quotidiano. Anche perché non sono così cretino da fargli questo regalo... ».  

 

Sdegnata risposta travestita d’ironia... «È un pretesto quello dell’omofobia. La parte più interessante dell’intervista a Presti - al di là del crucifige nei miei confronti, ma io sono come San Sebastiano che trafitto dalle frecce ne ricavo un’estasi - è la delusione che esprime nei confronti del presidente. Allora complimenti a Presti: ce ne vorrebbero di personalità come lui nella nostra povera Sicilia, sarebbe un ottimo ministro dei Beni culturali ma lui a Crocetta non volle fare manco l’assessore. E ora passiamo alla parte seria».  

 

Perché finora abbiamo scherzato?

«Io ho trovato pretestuoso che il presidente uscente della Regione abbia voluto utilizzare il tasto dell’omofobia per distogliere dalla vera questione. Crocetta, esaurita l’antimafia, si dedica all’antiomofobia. Prima chi lo criticava era additato come mafioso. Io tale ero e su questo si è fatto aiutare da suoi collaboratori validissimi che hanno disseminato le redazioni e il web di vere e proprie intimidazioni».  

 

Alt: colpo di scena! Chi sono questi pericolosi collaboratori?

«Ma, sai, sono pericolosissimi. Questo posso dire. Perché sono in grado di fare pedinamenti, controlli e intercettazioni. E, soprattutto, mestatori. Due assai specializzati ce n’è, in questo genere di cose. Io stesso sono stato fatto oggetto di intimidazioni, per tramite di vere e proprie informative. Loro mandano le informative, mescolando mezze verità a doppie bugie. Tecniche da sottoscala».  

 

Ma dell’esperienza Crocetta non c’è proprio nulla da salvare?

«Crocetta è figlio di una disgraziatissima stagione, che in altre parti d’Italia si è espressa con l’antipolitica, e che in Sicilia si è confermata nel gioco, da un lato cinico e dall’altro lato pittoresco, del colpo di fortuna, non volevo usare altri termini, in cui è stato catapultato lì dalla ripicca di Miccichè. Niente illuminata strategia politica, dietro di lui non c’è un popolo. Anche perché a Gela finiu a frisca e piriti. La goccia che ha fatto traboccare il pur grande e capiente vaso della Borsellino, è stato il caso Tutino, che non era una coincidenza. Nun è c’ana veniri a circari l’omofobia a mia…».  

 

Come si esce da questa palude?

«Primo passo: la responsabilità del Pd, da domani, con un atto di decisione. Raciti che è una persona perbene e intelligente, deve, in tutti i modi, entrare nel governo, e assumersi la responsabilità di gestire questa fase di chiusura della vicenda Crocetta e di destinarsi, o alle elezioni, o al commissariamento il più lungo possibile. E poi entro in campo io... ».  

 

Come?

«Nel mio ruolo di scrittore attento alle vicende siciliane, mi faccio promotore di un’operazione: un referendum presso i siciliani, così come è stato fatto in Irlanda per altri motivi, in Grecia adesso. E ripetiamolo: la vera Grecia, oggi, è la Sicilia. Un referendum per abolire l’autonomia regionale siciliana. Decidano i siciliani: vogliamo essere uguali agli altri o indipendenti? Ma mai più “speciali”. Roma non ti ascolta, l’Europa manco sa che esisti. Solo gli scafisti conoscono l’esistenza della Sicilia, che gli viene comoda come approdo. Niente più tour per il libro, né spettacoli: lancerò questa campagna. vorrei mettere le mani avanti però... ».  

 

Buttafuoco for president?

«No... Io vivo del mio lavoro. Se mi candido, non solo se vinco, ma, a maggior ragione, se perdo, perdo anche il mio lavoro. E io so fare solo questo».  

 

Però abboccamenti e corteggiamenti ce ne sono...

«Gli unici interlocutori sono stati quelli del Partito democratico. Ma interlocutori dal punto di vista intellettuale e culturale».  

 

E la destra? Salvini? Manco un caffè?

«Salvini, a suo tempo, l’anno scorso, fu l’unico leader nazionale che capì l’eccezionalità siciliana. Capì, attraverso un colloquio che abbiamo avuto, che l’autonomia speciale è efficacissima in Trentino-Alto Adige ma impraticabile in Sicilia».  

 

Niente Buttafuoco. E allora rimpiangiamo il passato?

«C’è un esempio e lo dico io che non sono mai stato democristiano: Rino Nicolosi. Che aveva visione, strategia, autorevolezza, analisi, studio. Ci vuole uno così, una personalità come quella di Nicolosi, adesso».  

 

O magari il prossimo sarà un presidente grillino...

«A Roma, se vincessero i grillini sarebbero peggio di Ignazio Marino. Non per incapacità, ma per l’isteria di una sorta di fanatismo della trasparenza. Noi abbiamo bisogno di concretezza, non di suggestioni, streaming, hashtag... E poi ti ritrovi Rodotà presidente della Repubblica... Della stagione grillina mi ricordo solo un emendamento a favore delle unioni civili tra esseri umani ed esseri senzienti. E già questo mi lascia atterrito».  

 

E allora che succede a Palermo?

«Intanto Crocetta ha capito che se ne deve andare, è uscente. Basta, bisogna muoversi. Dialogare con le prefetture, i commissariati, le stazioni dei carabinieri, con gli ospedali, la strada. Se solo il signor Renzi, colpevole di una vergognosa latitanza nei confronti della nostra terra, avesse a cuore le vicende siciliane - non è che deve ascoltare, con tutto il rispetto, Davide Faraone perché gli è fedele e magari non parlare con Crisafulli perché non gli è obbediente - parlerebbe con quelli che conoscono la vita vera. Ma non lo fa. Perché lui, e lo dico con lingua fiorentina, è legato al “particulare”: è inadatto alle emergenze dell’Italia, figurati alle quelle dell’Isola. Se ne strafotte! La Sicilia a lui piaceva quando arrivando a Siracusa gli hanno organizzato quell’osceno coro coi bambini, perché pensava che la Sicilia fosse il luogo del pittoresco-pop, il prolungamento di “Amici” di Maria De Filippi in terra».  

 

Quant’è buttanissimo Buttafuoco?

«Il mio è un ceffo che si attaglia ad altre geometrie».  

 

twitter: @MarioBarresi

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