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Faraone: «Subito risorse per infrastrutture

Faraone: «Subito risorse per infrastrutture e imprese Io ministro? Non è previsto»

Faraone: «Subito risorse per infrastrutture e imprese Io ministro? Non è previsto»

 

Rigetta l’idea che il governo abbia ignorato la questione meridionale («abbiamo già fatto tanto») e rilancia sul Piano Sud con «priorità a infrastrutture, autoimprenditorialità e giovani» e risorse «in azioni mirate alla crescita» giammai «per coprire buchi di bilancio». Ma con un’avvertenza per l’uso destianta alle Regioni - e anche a Crocetta, diligentemente ignorato per non alimentare polemiche - ovvero «niente più chiacchiere, né burocrazia» come avviene «molto spesso» con «un certo ceto politico siciliano», perché non è più «il tempo del bon ton». E il governo Renzi vuole fare presto e bene Così Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione e leader dei renziani di Sicilia in un’intervista in cui ammette il ruolo di Saviano («un’importante voce del Sud») e dribbla elegantemente sulla sua investitura da ministro del Mezzogiorno: «Un dicastero ad hoc non risolve problemi che sono trasversalmente nelle agende di tutti i componenti del governo».

 

Renzi ha detto: basta piagnistei, il sud si rimbocchi le maniche. Che tipo di risposta si attende dalla classe dirigente meridionale?

«Il governo nazionale è impegnato ormai da tempo a creare condizioni di sviluppo durature nel Mezzogiorno. Sta investendo risorse e promuovendo interventi che possono aiutare l’Italia, e a maggior ragione il Sud, a crescere. Pensiamo, per esempio, al Jobs Act, alla regolarizzazione del mondo del lavoro, grazie al quale è già possibile - e lo sarà sempre di più - fare emergere il lavoro nero, vera e propria piaga del Mezzogiorno. Nel caso della Sicilia pensiamo ai 500 milioni per lo sviluppo, ai 100 milioni per i servizi svolti per i cittadini dalle vecchie Province, al miliardo e 160 milioni che abbiamo sbloccato per impianti fognari e di depurazione. Sono tutte occasioni che la classe dirigente siciliana, e in generale meridionale, deve saper cogliere. Molti si stanno già rimboccando le maniche. E grazie a coloro che tengono viva la speranza. Ma occorre pensare a una stagione seria di riforme per rilanciare il Sud. Il governo Renzi sta facendo molto per il Meridione. E più il governo metterà in campo risorse, sempre meno i piagnistei saranno giustificati».

 

Nel discorso di insediamento il presidente del Consiglio non pronunciò nemmeno una volta la parola “Sud”. È vero che la questione meridionale è stata depennata dal l’agenda del governo? 

«Non conta quello che si dice ma quello che si fa. E mi pare che nell’agenda del governo Renzi il Sud sia molto presente: Gela, Reggio Calabria, Termini Imerese, Taranto sono vertenze concluse positivamente durante questo anno e mezzo di governo. E molte delle ultime crisi siciliane - dallo stato di emergenza per la A19 ai collegamenti marittimi con le isole minori - si sono risolte positivamente grazie all’intervento di ministri e sottosegretari del governo nazionale».

 

Venerdì in direzione nazionale si affronterà il tema della questione meridionale. Ma c’era bisogno della lettera di Saviano per avere questa accelerazione? Gli interessi del sud non erano rappresentanti dagli esponenti di governo? 

«Saviano è un’importante voce del Sud Italia che svolge un ruolo preciso. È un intellettuale e come tale scuote l’opinione pubblica e stimola la riflessione su temi importanti. Una riflessione profonda, peraltro, avviata già con la pubblicazione dei dati Svimez. Ma quello che è scoppiato come caso mediatico negli ultimi giorni è ben presente a esponenti di governo nazionali e del Sud. Sappiamo perfettamente quali sono le criticità e cosa serve per far ripartire il Meridione e stiamo lavorando perché ciò avvenga in maniera strutturale. Fuori da logiche assistenzialistiche e senza puntare tutto esclusivamente sul pubblico».

 

I dati Svimez, ma non solo quelli, sono talmente disastrosi da scoraggiare ogni ottimismo. Il ministro Guidi ha parlato di «un piano Marshall» da 80 miliardi, puntando soprattutto sulle infrastrutture. Eppure alcuni esempi, tra i quali i fondi per i depuratori di cui ha annunciato lo sblocco, dimostrano l’incapacità della Sicilia a spendere le risorse. Ci vorrà per forza di cose una cabina di regia nazionale per il Piano Renzi.

«Dispiace che in passato la Regione Siciliana non sia riuscita spesso a spendere risorse che aveva a disposizione per creare sviluppo. E dispiace sempre quando capita di dover agire in sostituzione, operando con commissariamenti per impedire ritardi o, peggio ancora, una perdita dei finanziamenti. Al governo nazionale interessa soltanto che si proceda rapidamente. Per noi contano i cittadini e ciò che si realizza, il “bon ton” a volte va un po’ trascurato. È successo con i depuratori e gli impianti fognari, forse sarebbe dovuto accadere per la formazione. Dobbiamo evitare di rimanere impantanati in chiacchiere e burocrazia come capita molto spesso a un certo ceto politico siciliano. I cittadini si sono stancati. E noi come governo nazionale vogliamo dare risposte concrete e tangibili ai siciliani e ai cittadini del Sud. Su questo siamo chiamati a governare e su questo verremo giudicati».

 

Eppure la vicenda della bretella dell’A19 dimostra che non sempre l’intervento del governo nazionale sulle emergenze di Sicilia sia efficace e rapido. Cosa dovrà cambiare per spendere il plafond del governo nazionale nell’Isola?

«Dobbiamo innanzitutto prevedere delle azioni mirate e strategiche. E destinare le risorse per la crescita non alle spese correnti o a coprire i buchi nel bilancio come spesso è stato finora ma piuttosto a creare sviluppo di lunga durata per le nuove generazioni. In che modo? Destinando risorse a infrastrutture e all’autoimprenditorialità. Da quando sono sottosegretario all’Istruzione ho avuto modo di andare in giro per l’Italia e ho visto un Sud d’eccellenza nella ricerca. Questa ricerca non deve rimanere confinata tra le mura di un’aula universitaria o di un laboratorio. Dobbiamo creare sinergia tra università, ricerca, mondo del lavoro e imprese. Favorire quanto più possibile gli incubatori d’impresa collegati agli atenei dai quali sono nate tantissime start up innovative. Dare risorse ai giovani, con il prestito d’onore, ad esempio. Rilanciare i patti territoriali e i contratti d’area. Puntare tutto su servizi, turismo, alta tecnologia e industria agroalimentare orientata all’export. Cancellando l’industrializzazione arcaica e selvaggia che c’è stata in passato. Insomma pensare al futuro sulla base delle risorse umane, professionali e naturali che il Sud ha. Lavorando nel frattempo nel contrasto all’illegalità, al lavoro nero, all’evasione. E soprattutto eliminando completamente l’intermediazione politica».

 

Le procedure straordinarie, se non ben controllate, non rischiano di portare in dote il rischio di infiltrazioni mafiose?

«L’unico modo per azzerare i rischi è non far nulla. E non credo che sia quello che i cittadini meridionali vogliono. Anzi. C’è un modo per contenere il rischio di infiltrazioni mafiose: operare controlli efficaci. Il lavoro delle forze dell’ordine, da questo punto di vista, è lodevole. E le notizie degli ultimi giorni in tal senso mostrano che c’è già un alto livello di vigilanza. Continuiamo ad agire con attenzione. Ma lavoriamo, perché i cittadini ce lo chiedono».

 

Si ipotizza la creazione di un ministero per il Mezzogiorno e fra i nomi che i media nazionali fanno c’è il suo. È necessario un dicastero ad hoc e in caso sarebbe pronto a raccogliere questa sfida?

«Non credo che i problemi di un determinato ambito si possano risolvere istituendo un dicastero ad hoc. Un ministero è uno strumento non è il fine, né la garanzia di successo di un’azione politica. Credo che le questioni che riguardano il Mezzogiorno siano ben presenti trasversalmente nelle agende di tutti i ministri della nostra Repubblica».

twitter: @MarioBarresi

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