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D'Alia alla fine stacca la spina a Crocetta: "Il Pd non può caricarselo da solo"

Il leader centrista invoca "chiarezza". E su Ap arringa i suoi: "Alfano? Se non esce è pure lui finito"

D'Alia minaccia Crocetta; «Se il Piano sanitario è questo, Udc pronta ad abbandonare il governo regionale»

Giampiero D'Alia

Catania. Altro che leader dei moderati. Gianpiero D'Alia, stavolta, fa la voce grossa. «Usciamo e basta, non mi interessa più quello che fanno gli altri».
I Centristi per la Sicilia escono dal governo di Rosario Crocetta. Oggi gli assessori Giovanni Pistorio e Carmencita Mangano si dimetteranno. Un processo irreversibile? Sì, al di là della formula democristianeggiante del «non continuare l'esperienza di un governo presieduto da chi non potrà guidarci nella prossima campagna elettorale». Con annesso mandato al segretario regionale Adriano Frinchi e al deputato regionale Marco Forzese: parlare col Pd di Regionali, sia di perimetro dell'alleanza sia di scelta del candidato presidente.

Qualcuno, timidamente, gli pone un problema reale: la tempistica. Troppo tardi. «Ma se usciamo adesso ci capiranno?». D'Alia è tranchant: «Dobbiamo essere chiari, noi usciamo e basta. Questo è il messaggio. Non comunicati di sei pagine dove non si capisce niente e la gente dopo dieci righe non li legge più». Chiarezza e semplicità, invoca il capo. E niente «virtù teologali di mio compare Frinchi», né «note che sembrano encicliche di Papa Francesco».
È un rito edipico al contrario, ancorché prevedibile e previsto, quello che si consuma a Catania. L'ex ministro centrista, fra i principali demiurghi della candidatura di Rosario Crocetta, è più risoluto che mai. Dopo essere stato in sala parto, D'Alia ha deciso di staccare la spina a un governo che «ci fa soltanto del male».

Lo fa intuire subito, al suo arrivo a Catania per il conclave centrista. «Questa stagione politica emergenziale si è già conclusa da tempo». E poi tiene a precisare: «A noi di quello che è accaduto tra Pistorio e Crocetta non frega proprio nulla. Sono fatti chiari, già chiariti e che non hanno, dal nostro punto di vista, alcun rilievo politico». Anche se, sussurrano i suoi, la richiesta di dimissioni dell'assessore «omofobo e amico di Cuffaro», blaterata più volte dal governatore, ha avuto un suo peso. «Voleva alzare il prezzo perché s'è visto spacciato dall'idea di Grasso candidato, ma non ha capito che così s'è fatto fuori da solo», ragionano i casiniani siciliani. C'è un nesso causa-effetto con l'accelerazione sul presidente del Senato. E non soltanto per i timori del governatore, ma «per le pressioni da Roma». Perché «Casini, che, al contrario di Alfano, con Renzi parla e ultimamente molto», avrebbe fatto capire un punto-chiave e cioè che «non ci può presentare come i sostenitori fino all'ultimo di un presidente così imbarazzante». Non è dato sapere, però, se l'imbarazzo sia condiviso anche dallo stesso Grasso.

Ma il meglio di sé, D'Alia, lo dà nell'incontro a porte chiuse. Cravatta allentata, maniche della camicia svoltate, prova a distendere le gambe sotto il tavolo della sala riunioni della segreteria politica di Forzese, in corso Sicilia. «Il punto è questo. Tutto chiaro?». Ma qualcuno dei suoi sembra ancora perplesso sull'apertura della crisi. Soprattutto sulla reazione degli alleati. Cosa fanno ora gli alfaniani? Ed è qui che si vede la pasta del vero leader. «Ap - urla D'Alia - ha un problema: siccome sono quattro morti di fame appiccicati a un assessorato, non si spiccicano. Fanno fatica». Anche perché, arringa, «non fanno politica, o mi volete dire che in Sicilia fanno politica?». E «questa cosa» mette «in una difficoltà estrema, quasi mortale» Angelino. Perché «se lui non esce dal governo, gli è finita la politica nazionale». Domani Alfano riunirà i suoi uomini, sempre a Catania. «Primarie dei moderati? Se ne può parlare. Ma dev'essere una cosa seria e non un'ammucchiata di cespugli», avvertono i Gianpiero-boys.

D'Alia ha le idee chiare anche sulle prossime mosse del Pd. Anche perché, giura qualcuno, dietro il ritiro degli assessori c'è un accordo con Fausto Raciti. «Ragazzi, la politica ha le sue regole», sale in cattedra il deputato messinese. «Il Partito democratico non lo può reggere da solo Crocetta. Perché è il Partito democratico che teoricamente dovrebbe fare la proposta agli altri, non so se sono chiaro. Come c... lo regge il Pd da solo Crocetta? Fino a oggi l'ha retto perché l'abbiamo retto noi». E poi si toglie un sassolino dalla scarpa: «Perché se noi fossimo usciti dal governo, come io vi dico da due anni...». Qualcuno, garbatamente, dissente. D'Alia lo ascolta e ribatte: «Non ne faccio una polemica. Forse era meglio restare? Io non sono la cassazione, ma secondo me era meglio uscire già due anni fa».

Ma non è più tempo di pensare al passato. «Si apre una fase nuova per il nostro partito», dice Forzese con l'entusiasmo di un ventenne pronto ad affiggere i manifesti elettorali. Certo di «creare una forte alleanza di centrosinistra col Pd per vincere, con un programma e con un candidato presidente spendibile e concreto».

È finita. In tutti i sensi. D'Alia detta il «comunicato di quattro righe per spiegare bene a tutti le nostre ragioni». Sembra la scena di Totò, Peppino e... la malafemmena. «Si è riunito oggi il coordinamento regionale dei Centristi per la Sicilia insieme al gruppo parlamentare all'Ars...».
«Punto! Due punti! Ma sì, abbondiamo. Abbondandis adbondandum».

La crisi del governo regionale è aperta. Gli smarphone incandescenti. E Rosario è già solo un brutto ricordo.
Twitter: @MarioBarresi

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