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Regione, a rischio impugnativa

Regione, a rischio impugnativa anche la legge sull’acqua

Contrafatto: «Mediazione con il governo nazionale»

Regione, a rischio impugnativa anche la legge sull’acqua

PALERMO - La sintesi per fare una legge chiara, come venne auspicato ad agosto nel corso del dibattito d’Aula, evidentemente non si è trovata. Si conferma un dialogo difficile quello tra la Sicilia e Roma in materia di costituzionalità delle leggi approvate dal Parlamento siciliano. Dopo l’impugnativa che ha colpito la legge sugli appalti e quella trapelata nelle ultime ore sulla normativa che riguarda la riforma, la ridefinizione di ruoli e di funzioni dei Liberi consorzi, le ex Province, pare sia la volta del disegno di legge sulla gestione pubblica dell’acqua.  

 

La legge regionale n. 19 “Disciplina in materia di risorse idriche”, infatti, conterrebbe al suo interno diversi profili di incostituzionalità. Le osservazioni informalmente avanzate da Roma metterebbero in videnza uno sbilanciamento che privilegia società pubbliche e comuni. Le ipotesi avanzate sono varie. Dalla violazione di ambiti riservati in via esclusiva allo Stato, a principi che andrebbero a ledere la tutela della concorrenza e dell’ambiente. Da qui l’ipotesi concreta di un’impugnativa da parte del Consiglio dei ministri. Sul mercato si andrebbe a configurare la possibilità di un minore ricorso alla forma di gestione privata o con società mista a partecipazione pubblica, aspetto questo che sarebbe in contrasto con la norma comunitaria che pone sullo stesso piano la gestione in house, la gestione privata e la società mista.  

 

La Regione, secondo i rilievi mossi, dovrebbe inoltre limitarsi ad individuare gli enti successori delle soppresse autorità d’ambito, a cui spetterebbe la forma di gestione del servizio idrico integrato. La legge regionale, inoltre, ampliando la platea dei comuni a cui si concede la facoltà di gestione autonoma, violerebbero i limiti di deroga imposti dal legislatore statale, che si porrebbe in contrasto con il principio di superamento della frammentazione delle gestioni. Si andrebbe cioè in direzione opposta alla concentrazione di gestori e verso più soggetti chiamati ad operare. Né mancherebbero, tra i rilievi posti, quelli relativi alla norma che prevedendo l’erogazione anche in favore dei singoli comuni, si porrebbe in contrasto con la normativa statale, e specificamente con il principio di gestione unica per ambito, come ampiamente previsto invece dallo Sblocca Italia.  

 

Chiude sul nascere ogni polemica l’assessore regionale Vania Contrafatto che pure, nei giorni in cui la legge approdò all’Ars, non si era detta d’accordo sulle limitazioni imposte ai privati: «Non mancherà l’opera di mediazione col governo nazionale affinché la Sicilia possa avere una legge sull’acqua che renda il servizio più efficiente e contenga i costi per i cittadini. Diciamo da tempo che occorre guardare al metodo e agli obiettivi da perseguire, al di là del dibattito ideologico tra gestione pubblica o privata. La novità vera sarebbe adeguarsi a modelli già positivamente sperimentati in altre regioni d’Italia, che hanno consentito di raggiungere i risultati di economicità ed efficienza auspicati. Ci si augura, pertanto, di poter salvare quella parte della legge che, occupandosi dell’autorità d’ambito, consenta l’erogazione da parte della comunità europea delle somme spettanti alla Sicilia, allo scopo di poterle investire nelle infrastrutture e nelle reti ‘colabrodo’ che, percorrendo il nostro territorio, lasciano spesso all’asciutto i rubinetti di troppi siciliani».  

 

La legge che era stata salutata con soddisfazione dal M5s e dallo stesso governatore siciliano Rosario Crocetta, rischia dunque di tornare in discussione su alcune parti di merito ritenute importanti. La speranza è che la mediazione produca esiti in tempi brevi alla ricerca del miglior risultato possibile. Ma è pur vero che l’esperienza siciliana, laddove a gestire le risorse idriche sono stati i privati, per i cittadini è stata un salasso.

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