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Delitto Loris: la difesa chiede l'assoluzione dall'omicidio, ammesso il concorso in occultamento di cadavere

Villardita: «Anomalie processuali». Attacca il suocero: «Ho le prove, è l'assassino». E tira in ballo il "cacciatore"

Delitto Loris: la difesa chiede l'assoluzione dall'omicidio, ammesso il concorso in occultamento di cadavere

Ragusa -  Ore 11. Dapprima una richiesta: «Se non c’è l’aria condizionata al massimo, io non parlo».

Con la massima frescura in aula, Franco Villardita comincia l’arringa.

Nove ore (e un paio di camicie grondanti di sudore) dopo, conclude: Veronica Panarello non ha ucciso Loris. L’avvocato difensore in primis chiede al gup, Andrea Reale, l’assoluzione per non aver commesso il fatto.

«È la tragedia immane di un bambino che da due anni non vede più il sole, di una madre accusata del peggiore dei crimini e di un padre che ha perso tutto», tuona l’avvocato. Giurando di voler «dare giustizia a chi la grida, e pace a chi la merita».

Villardita, in una versione neorealista del film L’Avvocato del Diavolo, si sdoppia: difensore della mamma per la quale l’accusa chiede 30 anni di carcere; ma anche un “pm fai-da-te” per inchiodare il suocero accusato dalla donna di essere l’amante-assassino e indagato in altro procedimento.

«È stato Andrea Stival». È il piano A della difesa, che, in subordine, ammette il concorso dell’imputata in un reato non voluto (l’omicidio): «Ponendo le fascette ai polsi di Loris, compartecipa alla violenza privata per costringere il figlio a non rivelare al padre il rapporto con il suocero». In ossequio all’ultima versione, la difesa riconosce però il concorso in occultamento di cadavere.

«Abbiamo fornito il colpevole, il complice, il movente e l’arma del delitto», argomenta Villardita. Smentendo il sillogismo «i bugiardi sono assassini, Veronica è bugiarda, dunque Veronica è assassina». Lei «non è bugiarda né manipolatrice», perché «prima non ricordava, poi per paura ha mentito, infine compiendo il suo percorso ha ricostruito i fatti». Non «un’autostrada libera», ma «una strada tortuosa e impervia verso la verità».

L’avvocato si sofferma sulle «anomalie processuali». La «parte civile che risulta indagata per lo stesso reato», ma anche la «prova logica che cozza con la prova scientifica» e le «prove testimoniali valutate con pesi diversi». L’avvocato parla di «tre perizie medico-legali dell’accusa che si contraddicono fra di loro». E trascina di nuovo dentro Orazio Fidone, il “cacciatore”: «Il bambino viene ritrovato morto da una persona che lo cercava da sette minuti!». Inoltre, è «anomalo il comportamento del genero del cacciatore, che chiude il telefono in faccia al suocero e non va a riscontrare, ma piuttosto a casa». Fidone è «l’unico punto di contatto» con quello che per di Veronica è l’assassino: «Mio suocero conosce Andrea Stival da diversi anni», testimonia. «E Fidone - ricorda l’avvocato - dice: “Mi sono recato al canalone perché tanti anni fa là c’era stato un incidente”. Questa è una stranezza unica che la prego di valutare», chiede al giudice. E poi: «La Panarello non si esclude da una compartecipazione ma invece inventerebbe l’arma del delitto, il cavo usb anziché le famose fascette. Perché?».

Da qui parte il lunghissimo attacco al nonno della vittima. Con un presupposto logico: «Se crediamo a Veronica, una novella Medea, nel movente, la relazione col suocero, perché non dobbiamo crederle quando dice che è lui l’assassino?». Villardita grida rivolto a Davide Stival e al suo avvocato Daniele Scrofani: «La Procura crede al movente, apri gli occhi parte civile!».

Perché c’entra Andrea? «Per la criminodinamica - sostiene Villardita - è impossibile che Veronica faccia tutto ciò di cui è accusata in 20 minuti da sola. La cosa funziona solo se c’è un’altra persona sulla scena del crimine». Poi i dettagli sulla relazione. Il picco di telefonate fra i due: «Cominciano da maggio e crollano quando c’è il marito, luglio e agosto, per poi ripartire a settembre e ottobre». Questo, per l’avvocato, «è un indizio forte, qui il bugiardo confessa...». Poi la testimonianza della vicina, che oltre alla «sensazione che Andrea fosse il marito, solo dopo ho capito che era il suocero», rivelò: «Sento il portone aprire e chiudere. Spesso in piena notte, intorno alle 3. Posso dire che da quando c’è stata la tragedia tutto ciò non accade più». Villardita indugia anche sul bigliettino inviato da Andrea in carcere assieme agli 80 euro: «Vita mia, sei sempre nel mio cuore», scrive alla nuora. Dopo la scomparsa di Loris, «la prima persona che lei chiama è Andrea. Che lascia la compagna, va da Veronica e insieme vanno alla ricerca di Loris, da soli. Che cosa si saranno detti Veronica e Andrea in quel frangente?»

La difesa ricostruisce i movimenti di Andrea e Andreina, li supporta con una testimonianza, valuta i tempi di percorrenza di Veronica in auto quando fa salire il suocero: 23 secondi «sono il tempo, in che condizioni? Nessuno lo ha verificato. Il pm non individua il tempo minimo di percorrenza».

Ma Villardita ha anche un piano B. Se Veronica fosse stata da sola, spinge sulla semi-infermità mentale, fondata su «quel sottile discrimine fra la perizia del giudice che parla di tratti disarmonici della personalità e la consulenza della difesa che individua un disturbo nas della personalità istrionico-dipendente.

Da una Veronica quasi-innocente a una Veronica quasi-pazza. In mezzo c’è un’infinità. Oscura. Dentro la quale il prossimo 17 ottobre, dopo le repliche di pm e parti civili, il giudice dovrà trovare la verità. Processuale.

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