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Violenza e femminicidi, la criminologa Roberta Bruzzone analizza il «male oscuro»

Intervista con la crminologa e psicologa: «Solo due donne su dieci denunciano. Molti uomini narcisisti perversi e godono cibandosi della fragilità della propria vittima»

Violenza e femminicidi, la criminologa Roberta Bruzzone analizza il «male oscuro»

Eppure la cronaca di questi ultimi anni, registra casi e restituisce morti che raccontano storie diverse e senza precedenti di violenze visibili. In comune hanno di certo il sesso. Sono tutte perlopiù donne se non bambine. Come Yara Gambirasio e Sara Scazzi. «In comune hanno sicuramente - risponde Bruzzone - l’essersi fidate e affidate a persone sbagliate. Si tratta di storie e vicende diverse. Penso che a Yara non si può attribuire alcun tipo di collaborazione con l’aggressore ma si è soltanto trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Molte donne che finiscono uccise, hanno in precedenza sperimentato un percorso di violenza di vario tipo. Parlo di violenza non necessariamente fisica ma anche economica, psicologica, verbale e quant’altro. Donne che non hanno saputo tutelarsi in un momento in cui l’aspetto disfunzionale patologico del proprio compagno è emerso. Bisogna reagire e interrompere immediatamente il rapporto appena emerge qualche cosa che non va nella persona con la quale si condivide una relazione. Soprattutto per quanto riguarda atteggiamenti che vanno a ledere l’autostima della donna nel tentativo di trasformarla in una sorta di burattino, quindi con tutta una serie di condotte volte proprio a squalificarla come madre, come moglie, come donna sotto ogni tipo di profilo». Spesso le donne, mamme, moglie o amanti, tendono a ritenere di essere in grado di cambiare l’uomo che amano e da cui si sentono amate. Che all’improvviso diventa una sorta di dottor Jekyll e mister Hyde: passa dalla violenza più assurda e ingiustificata a straordinari gesti di amore in cui si scusa e promette che non accadrà più. «Attenzione - precisa Roberta Bruzzone - perché questo tipo di soggetto non cambia. Anzi, può solo peggiorare. Molti sono narcisisti perversi e godono cibandosi della fragilità della propria vittima. Se si è in un circuito di questo genere, bisogna avere la forza di interrompere la relazione. Se questo non accade, l’evoluzione maligna è una certezza». Le donne però hanno strumenti di difesa che devono essere attivati in tempi giusti: «L’invito che facciamo alle donne - sottolinea la criminologa - è di leggersi dentro fino in fondo e ammettere di aver commesso un errore, di avere scelto la persona sbagliata. Perché di sbagliare è successo a tutti noi e non c’è nulla di irreparabile. Occorre riprendersi la propria vita e tornare libere a percorrere la propria strada senza questo tipo di soggetti». Soggetti che talvolta il credere comune ritiene schegge impazzite proprio per l’enormità dei delitti commessi. Esiste però una giurisprudenza consolidata che mette una netta barriera tra un soggetto capace di intendere, di volere o di entrambe le facoltà e uno che invece mostra un quadro patologico ben definito, descritto e riconosciuto con parametri di livello internazionale.


«Non scomoderei la follia per spiegare certi delitti - spiega Bruzzone - Noi siamo una specie profondamente aggressiva e violenta. Viviamo un’epoca relativamente tranquilla rispetto ad altra passate. Ma il genere umano è portato ad agire in maniera aggressiva e autoconservativa. Davanti a un certo tipo di scenari, la violenza è una risposta assolutamente normale. Noi siamo cresciuti in un contesto che ci insegna che l’essere umano buono e quant’altro. Falso. Dal punto di vista evolutivo questa è una bugia. Noi siamo una specie aggressiva, violenta, noi siamo il più pericoloso predatore che attualmente vive su questo pianeta. Non c’è nessun altro animale, nessun altro predatore più cattivo di noi. Quindi attenzione a non scomodare la follia, che deve essere codificata e rientrare in parametri molto rigidi e precisi. E non va confusa con la malvagità di persone cattive che godono nel fare male agli altri. Possiamo dire che si tratta di elementi che hanno una personalità abnorme? Sicuramente sì. Al punto da non sapere quello che fanno né la gravità di quello che commettono? Certamente no».

I parametri della cattiveria sono radicati nell’indole umana ma subiscono così tanti effetti collaterali ed esterni che difficilmente possono essere ristretti o inquadrati in schemi che ne attestino azioni e reazioni. «Ognuno di noi ha aspetti più o meno funzionali anche a seconda delle epoche in cui viviamo - suggerisce Roberta Bruzzone - e del modo in cui veniamo sollecitati. Non è una cosa standardizzata. Tutti noi possiamo potenzialmente fare del male». E proprio per questo non c’è nulla e nessuno che possa essere immune. Non c’è famiglia né legame profondo nel quale ci si possa sentire assolutamente al sicuro. Neanche nel rapporto straordinario tra madre e figlio. «Ci sono alcune madri - spiega la criminologa - che hanno un atteggiamento aggressivo con i figli. Se no, non si spiegherebbero i maltrattamenti in famiglia o le violenze sessuali. Fatte da padri o madri. La famiglia è sempre più spesso scena del crimine. Però, non scomodiamo la follia perché proprio non c’entra niente. C’è una sindrome nota che si chiama «Sindrome di Munchausen per procura» ossia genitori (quasi sempre la madre) che avvelenano o inducono patologie croniche o gravi nei proprio figli. L’obiettivo è di essere poi al centro dell’attenzione loro stesse in quanto madri di bambini affetti da patologie e quindi bisognose del sostegno e della comprensione della comunità. Arrivano addirittura a simulare formazioni tumorali o leucemie devastanti. Io temo, per esempio, ci sia anche questa componente in Veronica Panarello verso il figlio Loris. Il suo vissuto di donna è costantemente contrassegnato da atti dimostrativi di matrice suicidaria e da richieste di attenzione, in maniera molto forte. Se e quando queste attenzioni non sono arrivate, le vendette sono state atroci e velenosissime nei confronti di chiunque. E credo che in questa prospettiva vada messa l’accusa e la chiamata in correità del suocero Andrea Stival, estraneo al delitto del piccolo Loris e con un alibi insindacabile. Lei è riuscita comunque a rovinare quest’uomo, perché l’ombra del dubbio sulla loro relazione inconfessabile resterà. In questo senso, ha vinto lei».

I grandi errori. Tra gli esempi più clamorosi di inquinamento accidentale delle prove, la criminologa Roberta Bruzzone ricorda le tracce di Dna che fecero impazzire la polizia tedesca che per un decennio diede la caccia a una serial killer che lascia la sua firma su una serie imprecisata di cadaveri. Scoprirono poi che la serial killer in realtà non era altri che un’operatrice che preparava il kit con i tamponi per il rilevamento delle impronte «dimenticando» di usare i guanti. E per citare un altro esempio clamoroso, nella scatola contenente i reperti raccolti sulla scena del crimine dell’omicidio della contessa Alberica Filo della Torre, sono stati trovati residui peliferi risultati appartenere al piccolo Samuele Lorenzi. Come lì siano finiti, con molta probabilità non si saprà mai. E restano gli operatori, soprattutto quelli di primo soccorso, sotto i riflettori dell’appuntamento promossonei giorni scorsi dal Collegio Ipasvi di Ragusa, con il patrocinio dell’Ordine dei medici, sul tema «La scena del crimine. I sanitari sulla scena del crimine in emergenza intra ed extra ospedaliera e nei casi di violenza sessuale».

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