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Ricerca: Miles Davis non sarebbe mai diventato Mozart, ecco perché

Ricerca: Miles Davis non sarebbe mai diventato Mozart, ecco perché

Milano, 18 gen. (AdnKronos Salute) - Che Miles Davis non fosse Mozart era chiaro alle orecchie di qualunque profano. Ma non è una questione di gusti. C'è un muro 'invisibile' che rende difficile anche agli interpreti più eclettici di un certo genere musicale vestire i panni dei colleghi votati a un altro stile. E la ragione è nel cervello stesso dei musicisti. Lo aveva capito un pianista jazz di fama mondiale come Keith Jarret. In un'intervista, interrogato sulla possibilità di spaziare in un concerto dal jazz alla musica classica, rispose: "E' una scelta praticamente impossibile. Questione di circuiti. Il tuo sistema richiede circuiti diversi per ciascuna di queste due cose". A certificare che aveva ragione ora è la scienza: non c'è solo la distanza che separa un musicista da chi non lo è, anche ad architetture di note diverse corrisponde un cervello diverso.

Fare musica richiede una complessa interazione di varie abilità che si riflettono anche in strutture cerebrali più fortemente sviluppate. Un team di ricercatori del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia ha scoperto che queste funzionalità sono incorporate in un modo molto più raffinato di quanto si pensasse e differiscono persino a seconda dello stile della musica. Dalla ricerca tedesca è emerso che l'attività cerebrale di un pianista jazz non è la stessa del pianista classico, anche quando suonano lo stesso brano. I non addetti ai lavori tendono a pensare che per un professionista con decenni di esperienza non sia una cosa difficile togliersi la giacca glitterata e indossare una redingote dai ricami dorati, trasformandosi da jazzista in musicista classico - e viceversa - ma non è così. E c'è una spiegazione neuroscientifica.

Nello studio pubblicato su 'NeuroImage', gli autori hanno arruolato 30 pianisti professionisti, metà specializzati nel jazz e l'altra metà con una formazione classica. I musicisti dovevano imitare una mano mostrata su uno schermo mentre riproduceva una sequenza di accordi disseminata di errori nelle armonie e nella diteggiatura. Dovevano quindi reagire di conseguenza alle irregolarità, mentre i loro segnali cerebrali venivano registrati con l'elettroencefalogramma. Gli scienziati hanno così osservato che una distinzione cruciale è nel modo in cui vengono pianificati i movimenti.

In generale i pianisti devono prima sapere che cosa suoneranno (i tasti da premere) e come (le dita che dovrebbero usare). E' la ponderazione di entrambe le fasi di pianificazione che è influenzata dal genere musicale: i pianisti classici si concentrano sul secondo passaggio, il 'come'. Per loro si tratta di suonare pezzi alla perfezione da un punto di vista tecnico, con l'aggiunta di espressione personale. Pertanto, la scelta della diteggiatura è fondamentale. I pianisti jazz invece si concentrano sul 'cosa', sono sempre pronti a improvvisare e adattare il loro modo di suonare per creare armonie inaspettate.

"In effetti - spiega Roberta Bianco, prima autrice del lavoro - nei pianisti jazz abbiamo trovato prove neurali di questa flessibilità nella pianificazione delle armonie. Quando abbiamo chiesto loro di suonare un accordo armonicamente inaspettato all'interno di una normale progressione, i loro cervelli hanno iniziato a ripianificare le azioni più velocemente dei pianisti classici, di conseguenza erano più capaci di reagire e continuare le loro esibizioni". Dall'altro lato, i pianisti classici si sono comportati meglio dei colleghi jazzisti quando si trattava di seguire una diteggiatura insolita. In questi casi il loro cervello ha mostrato maggiore consapevolezza, e di conseguenza hanno fatto meno errori mentre imitavano la sequenza di accordi.

"Attraverso questo studio, abbiamo svelato in che modo il cervello si adatta alle esigenze dell'ambiente circostante", conclude il neuroscienziato Daniela Sammler, leader dello studio. Per l'esperta non è sufficiente concentrarsi su un solo genere se si vuole comprendere appieno ciò che accade nel cervello quando si esegue musica. "Per ottenere un'immagine più ampia, dobbiamo cercare il minimo comune denominatore di diversi generi".

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