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Sicilia, il plagio ci costa 500 milioni

Sicilia, il plagio ci costa 500 milioni

Ne fa le spese soprattutto il comparto agricolo e si sono perduti già circa 4000 posti di lavoro

Sicilia, il plagio ci costa 500 milioni

CATANIA. Sindrome cinese. Non è il caso di esagerare, d’accordo, ma nemmeno di minimizzare. Così se si parla di Sindrome cinese, se, parafrasando il celebre film di James Bridges, si evocano pericoli degni di esplosioni nucleari, sarà bene, fatte le debite proporzioni, accettare quella che è la realtà: sul sistema delle imprese in Italia e in Sicilia, c’è ormai attivato da tempo un ordigno, che sta esplodendo progressivamente, che sta rosicchiando il territorio chilometro dopo chilometro, capannone dopo capannone.

Abbiamo raccontato la storia della macchina spremi arance brevettata e commercializzata in tutto il mondo dalla Oranfresh di Catania, che è stata imitata di sana pianta in Cina ed oggi la copia viene venduta ad un 30% in meno, producendo concorrenza sleale e danni si spera non irreversibili alla tenuta e allo sviluppo ulteriore della brillante e innovativa azienda catanese. Quella foto delle due spremi arance “tali e quali”, ha suscitato in tanti grande impressione e in molti enorme stupore. In Mario Filippello, segretario regionale della Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) ha suscitato un altro moto di rabbia. E di ribellione.

«Non possiamo continuare a subire così queste aggressioni perché stiamo raggiungendo un punto di non ritorno. Servono controlli veri e rigorosi, servirebbe un sistema camerale efficiente e funzionante, per potere esercitare quel ruolo fondamentale che le Camere di Commercio hanno per statuto e che riguarda proprio il controllo del settore. Invece sappiamo in quale situazione versano le Camere».

Eccoci, dunque, alla Sindrome cinese, alla distruzione di ogni cellula viva. La contraffazione dilaga, i numeri dell’ultima indagine del Censis sui danni prodotti a livello nazionale sono di per sé indicativi. Circa 6 miliardi e 500 milioni di quattrini spesi in consumi ogni anno finiscono al mercato taroccato. Che tutti sarebbero destinati ai mercati ufficiali non è detto, ma certamente un’altissima percentuale sì. E se si approfondiscono i numeri del Censis, viene fuori che quel danno provocato all’industria regolare, ha fatto perdere già qualcosa come 100 mila posti di lavoro.

E in Sicilia? Filippello avverte, prima di sciorinare numeri: «Non c’è da stare allegri. Per nulla. Abbiamo calcolato che in un anno il mercato parallelo sottrae a quello ufficiale qualcosa come 500 milioni di euro. Bisogna considerare, infatti, che da noi, a causa delle condizioni economiche assai disagiate di una larga fetta di popolazione, sono tante le famiglie che cercano di acquistare a prezzi ridotti. Dall’abbigliamento all’alimentare, badando poco, purtroppo, alla qualità. In termini di occupazione questo si traduce in qualcosa come 3/4 mila posti di lavoro bruciati».

Non c’è settore che si salvi, anche questo è un dato certo. Va ricordato che la contraffazione procede su due specializzazioni, quella del “made all’estero” che imita ed esporta i falsi e quello del “made in Italy” semplicemente appiccicato come etichetta a qualunque tipo di merce. Detto questo, in Sicilia il settore più attaccato è quello dell’agricoltura, non ci sono dubbi.

«Il mercato del trasformato è ormai stato fatto a pezzi. Basti pensare che di quei 500 milioni di perdite, almeno 100 ricadono su questo settore agricolo. Trasformazione di frutta, come i succhi o le spremute, ma per capire che tipo di devastazione abbiamo subito, bisogna pensare al comparto ittico. Era uno dei settori trainanti, per esempio a Mazara del Vallo, a Sciacca, all’Aspra. E’ quasi scomparso, divorato dai prodotti contraffatti». E siamo all’appello della Cna e di Filippello: «Prima che salti l’intero sistema produttivo bisogna incrementare i controlli, da condurre con costanza, con serietà, con rigore. Se no davvero per le nostre imprese sopravvivere sarà sempre molto più difficile».

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