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Sanità: donne 4% dei detenuti italiani, ma percentuale Hiv e Hcv elevata

Sanità: donne 4% dei detenuti italiani, ma percentuale Hiv e Hcv elevata

Roma, 16 set. (AdnKronos Salute) - Le donne nelle carceri italiane rappresentano il 4% dei detenuti, ma per loro la percentuale di infezioni di Hiv ed Epatite C è più alta della media. Per tutelare ed informare, per correggere comportamenti sbagliati e per curare, è nata Rose, Rete donne Simspe. Il network è stato presentato a Roma durante la XVII edizione del Congresso della società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) Onlus 'Agorà penitenziaria', sino a stasera, presso la sede dell'Istituto superiore di sanità, dove sono riuniti oltre 200 i partecipanti, provenienti da tutta Italia.

In generale, dalle stime degli studi condotti in Italia, tra il 60% e l’80% delle persone detenute ha almeno una malattia. Di queste una su due è di tipo infettivo (48% dei casi). A seguire disturbi psichiatrici nel 32%, malattie osteoarticolari 17%, malattie cardiovascolari 16%, problemi metabolici 11%, malattie dermatologiche 10%. La prevalenza delle malattie infettive è ben superiore rispetto a quella osservate nella popolazione non detenuta: l'infezione da Hiv riguarda il 7%, la positività per l’antigene dell’epatite B il 6%, quella per epatite C il 40%. Per quanto riguarda le donne l'essere detenuta è "un fattore aggravante". Negli ultimi anni, si è assistito ad un aumento del tasso di crescita delle donne in carcere rispetto a quello degli uomini.

La prevalenza dei problemi di salute mentale è elevata così come si riscontrano elevati tassi di stress post-traumatico e di abuso di sostanze stupefacenti. Le donne in carcere hanno maggiori probabilità di autolesionismo e suicidio di detenuti maschi. "La detenzione femminile - spiega Luciano Lucania, presidente Simspe-Onlus - è un 'mondo a parte' su cui urge riflettere maggiormente". Per esempio "la legge italiana, consente la possibile presenza di figli minori sino a 3 anni nelle carceri". La rete Rose intende affrontare due questioni: "Da una parte un'attenzione specifica al mondo della detenzione femminile, dall'altra a tutto il sistema di lavoro, dalle donne medico alle infermiere nelle carceri, strutture a prevalente gestione maschile".

Tornando alle detenute la prevalenza dell’infezione da Hiv, di altre malattie a trasmissione ematica e delle infezioni a trasmissione sessuale tra le donne è spesso superiore rispetto a quella osservata negli uomini. Non è raro per donne in carcere scoprire allo stesso tempo che siano in stato di gravidanza e con infezione da Hiv. La prevalenza dell’infezione cronica da Hcv è superiore rispetto a quella osservata negli uomini sebbene le donne siano numericamente una quota minore della popolazione detenuta. Infine le donne che sono partner sessuali di detenuti maschi Hiv positivi hanno un rischio di acquisire l'infezione otto volte superiore rispetto alle partner di sieropositivi che non sono mai stati in carcere.

"Per quanto riguarda l’infezione da papillomavirus - spiega la responsabile di Rose, Elena Rastrelli - le donne detenute presentano maggiori fattori di rischio rispetto alla popolazione generale ed il riscontro di cancro della cervice uterina è stato osservato da quattro a cinque volte superiore rispetto alle quello osservato nelle donne non detenute. Ad oggi non è noto il tasso di esecuzione degli esami di screening per patologia ginecologica né l’eventuale tasso di esecuzione della vaccinazione per Hpv nei soggetti a cui sarebbe raccomandata; non è noto il tasso di esecuzione degli esami di screening per neoplasia mammaria. Per quanto riguarda Hiv, Hcv ed Hbv, sono numerosi i casi di persone che, non sottoponendosi agli esami di screening, non sanno di avere l’infezione e quindi la trasmettono in modo inconsapevole".

L'obiettivo 'Rose' è quello di creare una rete di operatori sanitari per la conoscenza dello stato di salute delle donne detenute in Italia, al fine di promuovere con azioni di screening, informazione, formazione e trattamento, la salute stessa di questa popolazione che rappresenta caratteristiche biologiche, psicologiche, culturali e sociali differenti rispetto a quella maschile.

"L’idea - continua Rastrelli - è quella di raccogliere un insieme di network diversi per specialità ed interesse, che si organizzino e si sviluppino nel tempo con progettualità finalizzate alla promozione ed alla tutela della salute delle donne detenute, ma anche delle operatrici che lavorano in questo contesto 'al femminile'. La questione femminile in ambito penitenziario rappresenta il punto di intersezione di percorsi, di influenze e di condizioni particolarmente significative. Allargando la rete dei contatti e condividendo le esperienze peculiari di ciascuna realtà, si realizzerà un arricchimento culturale che potrebbe contribuire a superare la disomogeneità di comportamenti ed organizzazione della medicina penitenziaria sul territorio nazionale".

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