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Il capomastro che scoprì la "fontana dei Marmi" del "Monastero dei Bendettini” a Catania

La singolare storia dietro la ricostruzione del chiostro di ponente

Il capomastro che scoprì la "fontana dei Marmi" del "Monastero dei Bendettini” a Catania

Immaginate di trovarvi presso il cantiere del Monastero dei Benedettini di Catania, di dovervi recare lì ogni mattina per coordinare i lavori di recupero di una meravigliosa fontana andata perduta, e di dover percorrere grandi distanze da un punto all’altro del monastero. Immaginate di non essere poi così tanto agili, e che tutti quei chilometri sotto il sole cocente, con l’elmetto in testa e i pantaloni pesanti, siano per voi un peso insormontabile. Immaginate un giorno di svegliarvi con l’intuizione della vita: «In cantiere ci vado con il mio “Sì”, e da lì mi muovo per tutto il perimetro. Che trovata! Da oggi niente più fatica».

LA FONTANA DEI MARMI. Sono passati oltre trecento anni da quando i frati benedettini di Catania ultimarono i lavori di costruzione di una maestosa fontana, che capeggiasse nella parte ovest del loro monastero. Era il loro fiore all’occhiello: l’acqua veniva portata sin dai monti di Leucatia e i marmi bianchi che ne costituivano le tre vasche provenivano da Carrara.Era il 1692 e solo un anno dopo Catania e la Val di Noto si ritrovarono rase al suolo da un devastante terremoto. Insieme ad esse, anche il monastero subì danni ingenti ma “la fontana dei marmi” riuscì miracolosamente a salvarsi, continuando ad ornare la parte centrale del “Chiostro di ponente”. Quando i frati benedettini abbandonarono il monastero, in seguito alla soppressione delle corporazioni religiose nel 1866, quel luogo troppo grande con una fontana “in mediocre stato di conservazione e senza acqua” fu adibito ai più disparati usi, tra i quali quello di palestra a cielo aperto per caserme e scuole. La fontana era troppo ingombrante, venne smembrata pezzo dopo pezzo, inserita all’interno di intercapedini dei cortili nord-ovest o ceduta, fino a perderne quasi del tutto le tracce.

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TRA VERITÀ E LEGGENDA. «I lavori di recupero condotti dall’architetto Giancarlo De Carlo negli anni ’90 furono contraddistinti dalla figura di un “capomastro” piuttosto corpulento che veniva in cantiere con un “Sì”, e si muoveva all’interno del Monastero con questo mezzo», ci ha raccontato Claudia Cantale, membro del consiglio direttivo e tra i soci fondatori di “Officine Culturali”, associazione che da anni è impegnata a valorizzare le bellezze del monastero. L’aspetto più affascinante delle leggende è che non devono essere necessariamente vere, o non del tutto. Aiutano a tenere vivi i ricordi, romanzandoli un poco, conferendo alle storie quell’alone di mistero e di epicità che tanto ci piace. E allora non importa che la storia che il geometra Antonino Leonardi – responsabile dell’Ufficio Tecnico dei Benedettini – amava raccontare, coincida oggi perfettamente con la realtà. Immaginate di girare spensierati tra i pontili e i sacchi di cemento, con il vento che vi scompiglia i capelli, mentre dettate le ultime direttive agli operai, quando a un certo punto... Buio. Immaginate, provateci, di ritrovarvi a testa in giù in luogo sconosciuto ma che probabilmente riconoscete presto a causa di un non proprio incantevole olezzo, con una mano appoggiata alla prima cosa alla quale vi siete aggrappati. Bianca, bianchissima. È lei.  «Un giorno il capomastro cadde nelle fognature che si trovavano nella zona nord-ovest del monastero. Di lui non si seppe nulla per un paio d’ore, fino a quando non uscì trionfante con una porzione della fontana. Questo “incidente sul lavoro”, in cui il capomastro cadde “sul morbido”, fu determinante al ritrovamento – porzione dopo porzione – di circa il 60% della struttura che da quel momento fu rimontata come fosse un puzzle tridimensionale». Oggi, quella fontana costruita dai frati nel 1692, è tornata a risplendere al centro del “Chiostro di Ponente” e da circa un anno è di nuovo in funzione. Lo cantava David Bowie: “we can be heroes, just for one day” (anche se con un po’ di fortuna). 

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