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Dalla casa degli spiriti alla piccola Atene: il museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide

Il percorso museale etnografico raccoglieva una preziosa collezione di manufatti, raccolti negli anni dallo stesso Uccello, appartenuti alla cultura contadina di un’epoca ormai scomparsa, soppiantata dall’industrializzazione e disgregata dalle grandi migrazioni verso il Nord Italia

Dalla casa degli spiriti alla piccola Atene: il museo di Antonino Uccello a Palazzolo Acreide

Casa ri stari (da La Casa-museo di Palazzolo Acreide di A. Uccello, EPT Siracusa, 1978)

«La Casa Museo aveva trasformato Palazzolo in una piccola Atene», racconta il fotografo paesaggista ragusano Peppino Leone, «meta per molti artisti, che non andavano mai via senza lasciare un'opera o un ricordo.» La definizione di Leone, oggi artista di fama internazionale, ambisce a rendere l’idea di cosa ha rappresentato il luogo che l’etno-antropologo Antonino Uccello aveva creato a Palazzolo Acreide, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. Un museo etnografico che raccoglieva una preziosa collezione di manufatti, raccolti negli anni dallo stesso Uccello, appartenuti alla cultura contadina di un’epoca ormai scomparsa, soppiantata dall’industrializzazione e disgregata dalle grandi migrazioni verso il Nord Italia.

«Ho conosciuto Nino e la Casa Museo per caso e alla fine ci sono rimasto», continua Peppino Leone, «feci delle foto al museo, gli piacquero e mi propose di lavorare assieme. Nelle interviste cito sempre Antonino Uccello perché ha rappresentato l’inizio della mia carriera come antropologo e paesaggista.»

Il luogo originariamente era un vecchio palazzo nobiliare diroccato, su cui giravano strane leggende. Il vecchio proprietario era stato ucciso dentro e si diceva fosse infestato dagli spiriti. La ristrutturazione del palazzo avvenne in economia, con le poche risorse disponibili, grazie anche alla collaborazione di tanti giovani che il professore Uccello era riuscito facilmente a coinvolgere. «Nel nostro animo sentivamo di star contribuendo alla costruzione di qualcosa di importante», ricorda Gianni Malignaggi, ebanista, «U prufissuri (così lo chiamano ancora oggi molti ex collaboratori, ndr) era molto attento ai giovani e sapeva come motivarli».

Uccello, intellettuale di formazione gramsciana, aveva creato un museo della memoria, un luogo sospeso nel tempo, fondato su tradizioni e diversità di una società in cui ambiente urbano e territorio vivevano in armonia. «Il museo diventò per noi una vera e propria casa. Si entrava e, di fatto, non se ne usciva più.» il commento di Giovanni Leone, avvocato ed ex Assessore alla Provincia di Siracusa, «la chiamava Casa Museo perché l’oggetto doveva stare nel luogo dove era nato e dove era stato utilizzato, nella sua casa. Frequentandola, non ci sentivamo parte di un paese ma del mondo intero, perché lì arrivava gente da tutti gli angoli del mondo.» Era una Casa “viva”, poiché ogni manifestazione si trasformava in un’esperienza vissuta, nella riscoperta di un ricordo dimenticato. Un museo dedicato alle classi subalterne, le più distanti dal mondo della cultura alta, che rappresentava una piccola rivoluzione culturale. Ogni oggetto era stato testimone di un pezzo di storia di quel mondo, delle sue sofferenze, delle sue contraddizioni e della sua religiosità.

La Casa Museo divenne un riferimento per il mondo etnografico, che accoglieva esperti e studiosi, un luogo in cui persone provenienti da tutto il mondo riuscivano a trovare elementi legati alla propria infanzia.  La “creatura” di Uccello si era rivelata un centro di aggregazione culturale che il potere costituito dell’epoca, incapace di comprenderla, percepiva come una minaccia, tendendo a denigrarla con definizioni come “covo di maoisti”. Secondo Giovanni Leone, «le sue amarezze venivano dal fatto di essere reputato un pericolo dalla cultura ufficiale. Non era un titolato e quindi doveva essere annientato. Il professore aveva il forte rammarico di non essere stato apprezzato dal mondo della scuola.»

Per il filologo Silvano Nigro, la Casa Museo rappresenta, per Antonino Uccello, professore per necessità economica, ma poeta per vocazione e nell’istinto, la sua più grande opera di poesia, poiché in essa si rispecchia la personalità dello stesso etno-antropologo. Un uomo mite, dall’animo gentile e dalla grande integrità morale, che amava ascoltare i racconti della gente semplice, da cui diceva di apprendere molto. «Ci diceva sempre “c’è più cultura in un contadino analfabeta che in certi laureati”, che usava definire “analfabeti di ritorno”», commenta Malignaggi.

Uccello è stato un poeta nella quotidianità, capace di entusiasmarsi nel riscoprire vecchi oggetti e antiche tradizioni e di commuoversi per gesti semplici. Un intellettuale che del mostrare la bellezza della cultura aveva fatto una missione di vita. «Ci ha fatto scoprire il senso dei beni culturali, quale rappresentazione della memoria di un popolo», racconta ancora Gianni Malignaggi, «insegnandoci a vedere le cose attraverso un’altra visione, in un’epoca in cui certe battaglie e certi ragionamenti non erano così scontati.» E aggiunge: «quando ho fatto l’Assessore al Comune di Palazzolo (durante gli anni ’90, ndr), più volte mi sono chiesto come Uccello avrebbe gestito certe cose e ho cercato di seguire la sua stessa logica.»

Gli insegnamenti del professore-poeta hanno segnato indelebilmente la vita di chi lo ha frequentato, che li applica, ancora oggi, nell’approccio alla vita di tutti i giorni. «Per noi si è trattato di un’esperienza diventata politica», continua Giovanni Leone, «non legata a un’ideologia di partito, ma politica nei fatti.  Non lo faceva mai pesare, ma era un educatore eccezionale. Non gli abbiamo mai dato del tu, ma quel nostro modo di chiamarlo “prufissuri” era cordiale e affettuoso ed esprimeva una vicinanza amorevole. Uccello era tra quelle persone che non dovrebbero morire mai.»

Ad Antonino Uccello e alla sua Casa Museo sono stati dedicati, negli anni, vari approfondimenti, tra cui un’autobiografia, “La casa di Icaro”, curata da Silvano Nigro, e un documentario, “Dedicato ad Antonino Uccello”, realizzato nel 2002 da Vittorio De Seta, padre del documentarismo italiano moderno. Il museo, oggi di proprietà regionale, rappresenta un vero e proprio pezzo della storia della comunità di Palazzolo Acreide, di cui costituisce una preziosa memoria, meritevole di essere riscoperta.

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