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Antonio Privitera, un primario etneo nell'Arabia Saudita delle contraddizioni

«Ospedali doc ma poi c'è chi "si cura" con l'urina di cammello donne anche chirurgo, ma non possono poi guidare l'auto» La Storia

Antonio Privitera, un primario etneo nell'Arabia Saudita delle contraddizioni

Antonio Privitera si è laureato nel 1996 in Medicina all’università di Catania e poi è entrato nella specializzazione in Chirurgia generale sempre a Catania: «L’ateneo etneo - sottolinea - mi ha consentito di conseguire una preparazione incomparabile dal punto di vista clinico-teorico. Da questo punto di vista, in Italia e in Sicilia non abbiamo alcunché da invidiare alle università Usa e inglesi nelle quali ho lavorato (ad esempio Oxford). Purtroppo, però, dal punto di vista pratico la preparazione chirurgica lascia a desiderare ed è poco insegnata». Il solito gap tra teoria e pratica, che ha spinto il dott. Privitera, già durante la specializzazione, a trascorrere periodi di training all’estero, in particolare ad Oxford dove, lavorando a stretto contatto con il prof. Neil Mortensen, guru della chirurgia colorettale mondiale, «maturai la mia decisione di lasciare definitivamente la Sicilia, dopo aver concluso la specializzazione nel 2003, per perseguire il mio sogno di raggiungere livelli di eccellenza nella chirugia di colon, retto ed ano».

Di fondamentale importanza nella formazione del dott. Privitera è stata la fellowship congiunta in Chirurgia colorettale all’ospedale del Collegio universitario di Londra - Uclh - e il St Thomas’ Hospital, ospedali di fama internazionale. «Sono stato - racconta - il primo chirurgo scelto per questa prestigiosa fellowship quando fu istituita per la prima volta a Londra nel 2007».

A questa prestigiosa esperienza, seguì un altro anno di fellowship nel 2008 alla Mayo Clinic (a Rochester, nello statunitense Minnesota), «considerato uno degli ospedali più prestigiosi al mondo e dove viene accettato un solo chirurgo straniero ogni anno per formarsi nella chirurgia del grosso intestino». E in quell’anno, l’unico ad essere accettato, a livello mondiale, fu proprio Antonio Privitera.

«Al termine della fellowship - racconta il chirurgo catanese -, mi fu proposto di rimanere negli Stati Uniti ma, non volendo lasciare l’Europa e desiderando vivere più vicino a casa, ritornai in Inghilterra, dove intrapresi un ulteriore anno di formazione intensiva in Chirurgia laparoscopica a Colchester, nell’ Essex, in uno dei centri più importanti in questo campo». Nel 2010, all’età di 37 anni - un primato quasi irraggiungibile in Italia -, il dott. Privitera ottenne il primo incarico primariale di Chirurgia generale e colorettale, trascorrendo i successivi 4 anni in Inghilterra come primario.

Nel 2014 la svolta, con l’arrivo della proposta di lavorare in Arabia Saudita. «Ero in Inghilterra da anni e volevo una nuova sfida da affrontare. All’inizio - ammette Antonio Privitera - ero molto titubante e decisi di recarmi in Arabia Saudita solo per un paio di mesi, per vedere quale fosse la situazione. E rimasi molto sorpreso nel constatare l’altissimo livello degli ospedali sauditi, che vantano apparecchiature d’avanguardia e godono di un’ottima organizzazione. Trovai inoltre colleghi molto cordiali e disponibili e una consistente comunità italiana, composta principalmente da ingegneri petroliferi e manager di aziende». Fugati tutti i dubbi iniziali, il dott. Privitera si trasferì quindi in Arabia Saudita, dove «dopo qualche mese mi diedero la direzione della Chirurgia colorettale al King Fahad Specialist Hospital a Dammam, capitale della provincia Est (con una popolazione di quasi 5 milioni di abitanti). Questo ospedale è uno dei centri di riferimento nazionale per la patologia oncologica».

Il dott. Privitera iniziò a lavorare senza sosta per riorganizzare la sezione: «Con me - racconta - lavoravano altri due colleghi colorettali, due aiuti, sei specializzandi e due interni. Diedi un impulso molto forte all’applicazione della Chirurgia laparoscopica del colon-retto e organizzai la formazione della mia équipe in Chirurgia robotica: a febbraio di quest’anno ho eseguito il primo intervento di tumore del colon-retto sull’ultimo modello di Robot-Xi in Arabia Saudita». Questo sul fronte ospedaliero. Ma il dott. Privitera è impegnato anche «a dare un nuovo impulso all’insegnamento della Chirurgia intestinale, istituendo per la prima volta nella provincia Est dell’ Arabia Saudita la fellowship in Chirurgia colorettale (di cui sono il program director). Questa fellowship fa parte del programma di formazione nazionale in Chirurgia colorettale per i chirurghi sauditi».

Dal punto di vista della carriera, quindi, un cursus honorum di altissimo profilo. Probabilmente impossibile in Italia, purtroppo. Ma come è vivere in Arabia Saudita? «Nonostante l’Arabia Saudita sia il Paese più conservatore del Golfo, si sta pian piano aprendo all’Occidente. In corso c’è un importante progetto di apertura al turismo e per iniziare a sfruttare le località balneari nella parte Ovest del Mar Rosso». Questo non significa tuttavia che per un occidentale sia semplicissimo adattarsi in un Paese sicuramente conservatore come l’Arabia Saudita, dove cose assolutamente normali per noi restano vietate: «L’alcol ad esempio è illegale, non ci sono cinema, le donne non guidano (da un paio di settimane, anzi, possono guidare la bicicletta) e devono indossare una tunica nera (la abaya) e coprirsi i capelli in pubblico. Di contro, occupano anche posizioni importanti: molti chirurghi sono donne. Inoltre, tutti gli esercizi pubblici si fermano per circa mezz’ora durante le preghiere e nei ristoranti esistono aree separate destinate ai single e altre riservate alle famiglie. Il primo impatto è strano, ma poi ti adegui».

Nonostante ciò, sottolinea Antonio Privitera, «abbondano i centri commerciali e i ristoranti. Gli stranieri solitamente abitano in imponenti villaggi di lusso chiusi, dove le regole religiose non sono applicate e si può condurre una vita pressoché normale secondo i canoni occidentali. Inoltre, la vicinanza di Dammam al Bahrain (i due Paesi sono separati solamente da un ponte) permette di accedere a svaghi e a divertimenti a meno di un’ora di macchina dall’Arabia Saudita».

Ma c’è un altro aspetto che forse aiuta Antonio Privitera a sentirsi maggiormente a casa, nonostante le forti differenze culturali tra Occidente e mondo arabo: «Ciò che mi ha colpito dal primo istante degli arabi è la vicinanza dei loro modi e comportamenti con quelli dei siciliani. Non per nulla, nell’Isola abbiamo avuto per tanto tempo la dominazione araba: la famiglia per l’arabo è tutto e la parola dei genitori è sacra». Una vicinanza che in realtà ha a che fare con una Sicilia più antica ed arcaica, anche se non ancora del tutto scomparsa, soprattutto nelle zone meno sviluppate: «Anche tradizioni e credenze in Arabia Saudita sono molto radicate, specialmente nella popolazione che vive al di fuori delle grandi città. Capita così che qualche paziente decida magari di provare ancora erbe medicinali e urina di cammello come cura per i tumori».

Quella saudita è comunque una popolazione particolare: «Il 50% - sottolinea il dott. Privitera - ha un’eta inferiore a 35 anni. L’incidenza di tumore del colon-retto o di malattie infiammatorie intestinali (principalmente il morbo di Crohn) si è quadruplicata negli ultimi anni: si pensa che la causa sia da ascrivere principalmente alla diffusione dell’alimentazione occidentale». Insomma, alla fine, se ci si riesce a guardare l’un l’altro senza pregiudizi, tutto il mondo è paese: «Il saudita - racconta Antonio Privitera - è fondamentalmente una persona molto semplice. A volte può sembrare irruente e impaziente, ma ha un gran cuore. Mi chiamano “Dr Antonio” e mi cercano. Sentirmi dire: “Mi ha salvato la vita”, è la soddisfazione più grande. Allora tutta la stanchezza, la frustrazione di una giornata magari non trascorsa al meglio spariscono d’incanto. La soddisfazione che provo è anche quella di avere portato la mia esperienza, ottenuta a prezzo di grandi sacrifici, lontano dalla famiglia, al servizio di una popolazione che si conosce poco, contribuendo nel mio piccolo alla crescita di queste persone».

Un Paese apparentemente ostico, quindi, ma in realtà accogliente: cosa manca al dott. Privitera della Sicilia? «Decisamente non il sole: qui ce n’è in abbondanza. Anche le spiagge sono belle in Arabia, almeno quelle della parte del Mar Rosso. Il nostro mare e le nostre spiagge, tuttavia, fanno invidia a tutto il mondo e mi mancano molto. Sento poi la nostalgia della famiglia, ovviamente, dei vecchi amici, del calore della gente siciliana, della nostra Etna e in generale delle tradizioni della nostra Isola». Ma alla fine, nei progetti del dott. Privitera, forte di una formazione e di un’esperienza così importanti, libera da rimpianti («La vita è fatta di esperienze, anche se non è stato facile spostarsi continuamente, sia pure supportato sempre dalla voglia di imparare sempre di più, di conoscere, di diventare sempre più capace»), c’è quella di rientrare in Sicilia, a casa, ripagando la nostra terra dell’investimento che questa ha sostenuto nella sua formazione? «Spero un giorno di ritornare nella mia bella Sicilia - conclude il dott. Privitera - e di prestare la mia opera al servizio dei siciliani. Ovviamente con un ruolo adeguato. Il legame con la Sicilia resta inscindibile e non importa quanto sei lontano, da quanti anni sei via: la Sicilia la porti sempre con te, nel tuo cuore: il mio è soltanto un arrivederci alla mia splendida terra».

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