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Il produttore etneo che ha conquistato il cinema americano Il medico Fabio Teriaca

ha prodotto "The Wait", premiato in numerosi Festival. In cantiere un film d'animazione in 3D Il Personaggio

Il produttore etneo che ha conquistato il cinema americano Il medico Fabio Teriaca

Quanti premi ha ricevuto “The Wait”?

«Parecchi e tutti all’estero - spiega Fabio Teriaca -. E anche la distribuzione del film è stata concentrata negli Usa. E proprio in America, infatti, abbiamo avuto i riconoscimenti più importanti, tra cui il Gold Remi Award del World Fest-Houston (2016) che è il più longevo festival cinematografico americano. E inoltre è stato premiato come film indipendente dall’Aiffa Los Angeles Indipendent Film Festival, dal Fame’us Film Festival sempre a Los Angeles, e come migliore produzione dal Chandler International Film Festival in Arizona e dall’International Monthly Film Festival in Danimarca; infine a Londra ha ricevuto il premio come miglior film web e al Jagran Film Festival di New Delhi quello per la migliore fotografia. Lo scorso maggio siamo stati a Cannes, è stata fatta la proiezione del film per le acquisizioni all’estero e abbiamo avuto parecchie richieste soprattutto da americani».

Un uomo arriva in un paesino della Sicilia e prende una camera in affitto sapendo che qualcuno lo verrà a cercare per ucciderlo. La sua attesa è scandita dai ricordi, dai rimpianti, dalle azioni che hanno determinato il presente. Il suo passato nasconde un segreto, ma il viaggio che ha fatto per tornare in patria da New York ha cambiato il suo destino. E adesso, che con la memoria ritorna indietro nel tempo, è ora di fare una scelta definitiva. Tra padri che abbandonano i figli e figli che tradiscono i padri, forse c’è ancora spazio per il rimorso e il riscatto.


Cosa significa fare il produttore cinematografico?

«Il cinema è la mia passione, sono un cinefilo da sempre. Ho avuto la possibilità di incontrare delle persone del settore che mi hanno presentato questo progetto il quale mi è sembrato abbastanza valido. Perché diventare un produttore? Ma perché è colui che, al di là del fatto che investe nel progetto, deve coordinare i vari segmenti della lavorazione di un film. Prende i contatti per la distribuzione, trova le partecipazioni per finanziare il film, gli hotel quando si gira in un luogo particolare, le convenzioni, la pubblicità. Il ruolo del produttore è quello principale e fondamentale; affiancato a quello tecnico del regista e del direttore della fotografia, in questo caso Andrea Locatelli (Ciak d’oro per Le quattro volte - 2011). Il produttore scommette su un’idea, intuisce che questa possa diventare un film e cerca di realizzarla spendendo il suo tempo e le sue risorse».

E dopo questa esaltante esperienza c’è in cantiere un nuovo progetto?

«Sì, un film d’animazione, prodotto non dalla Babelefilm, ma in proprio, come film indipendente. Si intitola “Il volo delle foglie”, è una pellicola in 3D e sarà realizzata insieme a una società di ingegneri di Catania e a una società di Los Angeles che si occupa di animazione in 3D. Salvatore Gennuso sarà l'aiuto regista, e ci sarà una regia internazionale di tutto rispetto, che per il momento preferisco non svelare. A fine settembre avremo già il trailer per mandarlo negli Usa, dove sarà valutato da alcuni produttori americani, tra cui Stephen R. Greenwald, che è stato consulente legale per la Dino De Laurentiis Entertainment».

Un film d’animazione è un lavoro molto impegnativo?

«Sì molto di più di un film realistico. La storia di questo nuovo film è molto difficile da rendere nella maniera classica, l’animazione invece dà un tocco di leggerezza, in maniera che possa essere facilmente compresa anche dai bambini».

Una nuova sfida?

«Certamente, si tratta di un soggetto mio, la sceneggiatura la sto sviluppando insieme a Gennuso. Il mio ruolo, quindi, si completa: non solo produzione, ma sono in prima linea anche per girare il film. La storia è una riflessione sul senso della vita: trascorriamo la vita pensando che realizzeremo i nostri sogni e poi in realtà non riusciamo a realizzarli solo perché facciamo mille altre cose».

Cosa racconta?

«La storia riguarda un uomo anziano che rivede tutta la sua vita attraverso delle foto e si accorge di non avere realizzato quello che realmente desiderava. La sua esistenza gli scorre davanti da quando era ragazzino fino alla vecchiaia, e ormai senza forze si rende conto che non è riuscito a tornare alle sue origini, nella terra della sua famiglia, dove quando aveva cinque anni suo padre gli regalò un albero di magnolia, un albero simbolo di longevità e di linfa vitale, come prosieguo della sua stirpe, della sua famiglia. Adesso sa che nessuno si prenderà più cura di quell’albero, di quella terra. Capisce che per quanto in tutta la vita avesse desiderato di ritornare in quei luoghi, alla fine non l’ha fatto. Così l’anziano si accorge di aver tradito la promessa fatta da bambino e cerca una spiegazione a quell’essersi lasciato scivolare dalle mani il tempo. Come accade un po’ a tutti: si tende sempre a procrastinare e a rimandare, come se fossimo eterni. Spesso percorriamo strade che ci condizionano la vita senza che possiamo stare vicino alle nostre radici del nostro albero».

È un po’ quello che succede ai giovani che vanno all’estero?

«Certamente, vedo nei nostri giovani che vanno a cercare fortuna all’estero una grande sofferenza. Anche io ho avuto molte persone che hanno dovuto far questo, tra cui mio fratello che vive da quindici anni a Milano. Ci siamo sempre inseguiti e siamo stati sempre in posti diversi, praticamente lo conosco molto poco».

È un film che porta un messaggio, dei valori?

«Direi un invito: non lasciarsi sfuggire i ricordi. Sono come delle fotografie, vorremmo averli tutti lì vivi e costanti nella nostra memoria per prenderli e vederli tutte le volte che vogliamo. Così le foglie dell’albero del titolo rappresentano un vissuto, una foto, e quando cadono, mentre la maggior parte di esse rimane ai piedi dell’albero trattenute dalle radici - perché alle radici siamo legati e alla terra d’origine torniamo - altre per cause che esulano sempre dalla nostra volontà, vengono spazzate via dal vento e perdute per sempre».

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