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Il palermitano che "crea" negli Usa organi umani

Dopo il primo esofago bioartificiale impiantato sull'uomo, il dott. La Francesca, palermitano, ora lavora alla trachea e al bronco

Il 55enne dott. La Francesca, laureato nel 1985 alla facoltà di Medicina a Palermo, si è poi trasferito a Roma, dove ha conseguito la specializzazione in Cardiochirurgia alla Sapienza. Finita la specializzazione, si è recato a Houston, al Texas Heart Institute per il dottorato. Dopo una permanenza negli Usa di 4 anni, è rientrato in Italia, alla Sapienza, dove è diventato professore associato. Ma nel 2005 è tornato a Houston come cardiochirurgo specializzato soprattutto nei trapianti di cuore e polmone (la sua specialità) prima al Texas Heart Institute e poi al Methodist Hospital.

Una decisione dettata dalla mancanza di prospettive di ulteriore carriera in Italia: «Nel nostro Paese - sostiene -, quando una persona occupa una posizione di alto livello all’università, ci resta finché non va in pensione a 72 anni. Per 20 anni o più, quindi, quella posizione è bloccata, impedendo a chiunque altro di avanzare nella carriera. Ma essere leader non significa che uno ha il titolo e non deve più dimostrare nulla».

Negli Usa, invece, il sistema è molto più dinamico, tanto è vero che il dott. La Francesca, per proseguire nelle sue ricerche, ha lasciato poi anche la clinica «per essere in grado, finalmente, di disegnare questo prodotto e portare avanti la ricerca che vi è associata. Essere in grado di ideare un prodotto fino a impiantarlo nei pazienti è un lavoro che richiede anni e una completa dedizione: non si possono purtroppo fare in contemporanea sia la ricerca sia l’attività clinica».

Quindi la svolta: il dott. La Francesca lascia l’ospedale per la Biostage, un’azienda biotech di ricerca quotata in Borsa, dove il cardiochirurgo italiano modernizza la tecnologia: «Noi abbiamo creato - il brevetto è mio - e realizzato l’esofago bioartificiale, che ora è stato impiantato per la prima volta al mondo su un paziente, e stiamo lavorando per realizzare anche la trachea bioartificiale e il bronco bioartificiale per pazienti che hanno un tumore ai polmoni».

Erroneamente la gente comune pensa che l’esofago bioartificiale sia «un organo cresciuto in laboratorio. In realtà, io ho creato un’impalcatura di un polimero sintetico, costruita in un modo tale - e questo ha richiesto parecchi milioni di dollari e molto tempo - da potervi mettere sopra le cellule del paziente. Ho preso le cellule staminali dal grasso del paziente e le ho messe sull’impalcatura. Ho licenziato la tecnologia e poi ho chiesto al dott. Fabio Triolo (vedi Lunedì siciliano della scorsa settimana, ndr), che ha l’esperienza tecnica e dirige laboratori con camere bianche sterili, di effettuare l’ulteriore passaggio: la coltivazione e la moltiplicazione delle cellule staminali».

La tecnologia creata in questo modo è un’importante metodologia di cura per il cancro all’esofago «perché, a differenza dei casi di tumore ad altri organi in cui si può resecare la parte malata dell’organo stesso, nel caso dell’esofago, che è un tubo, questo non si può fare. Io allora utilizzo un tubo in polimero, ricoperto di cellule esofagee coltivate in laboratorio, per riconnettere l’esofago. Inoltre, l’esofago bioartificiale che abbiamo impiantato non rimane per sempre nel corpo del paziente ma, dopo che è stata stimolata la ricrescita dell’esofago nel paziente, togliamo via l’impalcatura dalla bocca». Il risultato straordinario è che oggi il paziente sta bene.

Ma, oltre che a pazienti di tumore, l’esofago bioartificiale potrebbe essere applicato anche ai bambini che nascono senza esofago (la cosiddetta atresia esofagea). «Secondo me - sostiene il dott. La Francesca - questa applicazione è l’opzione migliore per questi bambini (affetti da una patologia che ha una incidenza di uno su 2.500 nati al mondo), che attualmente possono usufruire soltanto di interventi palliativi: quindi, in questo momento la mia compagnia si è concentrata sull’uso di questa tecnologia, più che nei casi di cancro, nei bambini. Però siamo appena agli inizi e c’è un iter che va seguito, con una tempistica che va discussa con la Food and drug administration (Fda)».

Una tecnologia i cui primi passi, per ora, riguardano esofago, trachea e bronco: «Così com’è, questa tecnologia non è applicabile ad altri organi, al massimo potrebbe esserlo allo stomaco o al colon». Organi, quindi, in qualche mondo anatomicamente simili a “tubi”.

Un altro progetto su cui il dott. La Francesca con la sua Biostage sta lavorando è «la crescita di polmoni in laboratorio: un processo in cui utilizziamo i polmoni di un maiale, ne togliamo le cellule originarie e vi reimpiantiamo quelle umane».

Un cervello in fuga dall’Italia il dott. La Francesca, nonostante un posto di prestigio nel nostro Paese: «In Italia, quando uno è il capo, non deve spiegare perché è il capo, può essere bravissimo o anche meno bravo, e va bene lo stesso. Non c’è meritocrazia, ma soprattutto il sistema non è flessibile e dinamico. Il concetto è che la forza lavoro deve essere rinnovata spesso, non ogni 25 anni».

Ma oltre a questo handicap che porta tanti a fuggire, alla ricerca in Italia, per il dott. La Francesca, forte dell’esperienza di presidente e responsabile medico di una grossa azienda, «mancano fondamentalmente i fondi, perché non ci sono investimenti da parte dell’industria e l’università non ha modo di avere molti finanziamenti. Così, se un ricercatore vuole portare avanti un progetto, l’università non lo aiuta e la persona non ha modo di formare una società, sviluppare i brevetti e cercare di trovare soldi per questa compagnia. Questo sistema non esiste in Italia, quindi non c’è modo di sviluppare la ricerca sia nel settore privato sia in quello pubblico».

E anche se non esclude di tornare un giorno in Italia, il medico palermitano la vede dura, vista la mancanza di fondi e la scarsa disponibilità degli italiani a investire nelle biotecnologie: «Non ci sono capitali. Se ci fossero, tornerei anche domani in Sicilia. Io ho speso finora almeno 30 milioni di dollari per realizzare l’esofago bioartificiale e ho trovato recentemente una singola persona che mi ha donato 15 milioni di dollari, perché pensa che alla fine ne ricaverà 500. In Sicilia o in Italia non accadrebbe. In Italia si deve iniziare a investire con l’idea che le scoperte possono - non tutte, ovviamente, ma molte - avere un ritorno enorme».

Le biotecnologie, d’altronde, rappresentano la medicina del futuro: «Non ci sono dubbi: la maggior parte degli italiani che vogliono fare qualcosa, si trovano infatti all’estero. Ed è tutto un flusso di persone che potrebbe creare benessere per tutta l’Italia, non solo per il singolo ricercatore. Se io italiano realizzo queste tecnologie e la mia compagnia è quotata in Borsa, in realtà il benessere che ne consegue dovrebbe stare in Italia, non in America, come invece avviene».

Anche perché i brevetti in seguito creano ricchezza e non solo per la compagnia che li detiene: «Certo, è un circolo vizioso: il patrimonio della tecnologia non solo non viene creato, ma poi si perde. Purtroppo, però, se non si mette in moto il meccanismo, il benessere non si creerà mai».

In un quadro così fosco, cosa consiglia ai giovani un medico che è arrivato ai vertici di una compagnia quotata in Borsa che realizza tecnologie mediche all’avanguardia? «È una domanda difficile: anzitutto, è fondamentale avere confidenza con una o più lingue straniere. Questo non per emigrare, ma per essere in grado di stabilire rapporti con l’estero e quindi cercare di creare delle sinergie che oggi non ci sono. E poi si deve lavorare duro, perché in Italia la vita è bella e gli italiani non sempre sono disponibili a tenere ritmi di lavoro massacranti come qua in America. Bisogna fare sacrifici per costruire e acquisire conoscenze e capacità che non esistono neanche concettualmente nel curriculum di studio italiani». Ad esempio di quanto detto, porta il suo stesso caso: «Io sono un cardiochirurgo, ma ora anche presidente della compagnia e ho dovuto imparare a destreggiarmi nella finanza. Ho dovuto imparare, mi piace, la vivo come una sfida. In Italia la gente deve cominciare ad avere la capacità di passare da un settore all’altro, di operare in diversi campi, mentre spesso gli italiani non amano le sfide. Ma forse è l’Italia che non ti mette nelle condizioni di affrontarle».

E se per certi versi la preparazione che dà l’Italia è buona, per altri secondo il dott. La Francesca «è un po’ antiquata. Non credo che ogni studente abbia la possibilità di avere un pc a disposizione all’università. L’università deve cambiare, deve diventare un vero e proprio campus all’americana, con gli studenti e i docenti che vivono dentro l’ateneo e tutte le risorse necessarie a loro disposizione».

Non può avere rimpianti il dott. La Francesca, sposato con un’americana e papà di Alessandra, bimba di 4 anni. Con i genitori a Palermo si tiene in contatto telefonico, anche se della Sicilia ammette di avere nostalgia della spiaggia di Mondello dove faceva windsurf e, soprattutto, delle «discussioni sofisticate con i siciliani: i siciliani - sottolinea infatti - sono intelligenti e sofisticati, anche se purtroppo non sono molto intraprendenti. Tuttavia, hanno sicuramente lati di intelligenza e sofisticazione che non sono comuni in nessuna altra parte del mondo».

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